IL SISTEMA SANITARIO DEGLI STATI UNITI D’AMERICA. Capitolo 1: conquiste e criticità nel Novecento

Lo scopo della presente trattazione è quello di ripercorrere sinteticamente la storia del sistema sanitario americano, dalla fine del Diciannovesimo secolo fino al Patient Protection and Affordable Care Act (ACA), ovvero la riforma sanitaria voluta dal presidente del Stati Uniti Barak Obama, firmata il 23 marzo 2010 dopo oltre un anno di dibattiti pubblici e difficili trattative parlamentari. In questo primo capitolo si offre al lettore una breve panoramica delle problematiche relative al sistema sanitario americano durante il Novecento, analizzando la sua struttura frammentaria e le sue anomalie rispetto alle altre grandi democrazie ad economia avanzata. Ci si soffermerà sui più grandi tentativi di riforma del sistema sanitario, inquadrando la problematica all’interno del dibattito ideologico tra democratici e repubblicani, contrapponendo le due diverse scuole di pensiero sul tema dell’assistenzialismo, specificatamente soffermandoci su welfare e sull’efficacia dell’intervento statale a tutela delle categorie sociali più in difficoltà. Si analizzerà, inoltre, la centralità di alcuni gruppi di pressione e i loro tentativi di influenzare il Congresso e l’esecutivo americano.

All’inizio del Ventesimo secolo molti paesi europei inauguravano una serie di provvedimenti atti a garantire forme, sebbene ancora parziali, di assistenza sanitaria regolata dallo Stato, seguendo il “modello Bismark”, cancelliere tedesco che dal 1881 alla fine del Diciannovesimo secolo aveva instituito in Germania l’assicurazione obbligatoria contro le malattie, quella contro gli infortuni sul lavoro, ed infine una legge sull’invalidità e la vecchiaia. Read more

Dal Comune alla Signoria: un percorso di necessità e ideologie

Nell’approccio allo studio di un determinato fatto storico, sia questo generale oparticolare, ritengo assolutamente necessaria un’analisi che riesca ad illustrare, con quanta più attinenza al vero, le diverse dinamiche che hanno concorso all’esistenza del fatto storico stesso. Infatti, alla base di qualsiasi evento,  trasformazione o regressione, vi sono cause di natura diversa e dinamiche differenti ma al contempo concatenanti. Nulla può essere efficacemente spiegato facendo riferimento soltanto a una motivazione strettamente economica; così come non è oltremodo concepibile ostinarsi ad indagare esclusivamente fattori culturali o sociali per esporre fatti e cambiamenti di più ampia portata. Il giusto equilibrio, da un mio punto di vista, deve essere raggiunto rapportando tutte queste “vie di analisi” quanto mai eterogenee (economica, sociale, culturale, politica, ideologica), riuscendo magari a comprendere in quale misura siano di fatto collegate l’una con l’altra per poi infine giungere a risultati non tanto definitivi ma il più possibile vicini alla verità. Sento il dovere di fare questa premessa poiché spesso in alcuni metodi d’indagine storica o in un concetto della Storia molto approssimativo e grossolano, si tende a creare una gerarchizzazione delle varie vie d’indagine che ho sopra brevemente elencato. Troppe volte ci si concentra su aspetti meramente economici o sociali per comprendereun fenomeno in maniera esaustiva, declassando l’ultimo degli aspetti citati: il fattore ideologico. Sono consapevole del fatto che tutti i profondi cambiamenti sono ben spiegabili con cause di più immediato riscontro; ma sono tra l’altro fermamente convinto  che per qualsiasi evento storico si debba abbandonare, almeno in parte, il proprio punto di vista per calarsi in quello dei soggetti e protagonisti delle vicende che stiamo per analizzare. Se una crisi economica o l’ascesa sociale di un determinato ceto possono essere viste come cause più “dirette” e, come già detto, con effetti più “riscontrabili”, è opportuno tener presente un “filo rosso” continuo rappresentato dalle ideologie, dalle necessità e dai sentimenti di quel particolare periodo. Infatti non dobbiamo immaginare coloro che ci hanno preceduti nei secoli come figure cristallizzate e asettiche, alla stregua di meri reperti archeologici, da riesumare soltanto quando possono assurgere al ruolo di veri e propri esempi o, ancora meglio, da monito. E’ un dato di fatto che la mentalità di un uomo del XV-XVI secolo sia profondamente diversa da quella di un soggetto del XXI secolo[1], ma allo stesso tempo dobbiamo concepire i nostri antenati come protagonisti attivi, capaci di rispondere al proprio contingente “hic et nunc” e fautori, consapevoli o meno, dei cambiamenti succedutisi nel corso della Storia. Insomma, bisogna fare i conti anche con tutte quelle sfumature più significativamente umane e, aggiungerei, anche molto vicine a noi attenti lettori.

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Marco Damiani: un renitente alla leva all’alba dell’Unità. Parte seconda

 

 

 Capitolo I

 La renitenza e la diserzione dal punto di vista storico-statistico

 

 

Modelli di reclutamento e leva nell’Europa  del XIX secolo

Gli eserciti ottocenteschi dovevano far fronte a due esigenze diverse e in parte contrapposte. Dovevano garantire il mantenimento dell’ordine costituito, in particolar modo nei  paesi  in cui le tensioni sociali o le spinte nazionali costituivano un pericolo sempre presente per le classi dominanti, come  in Italia e in Francia. Di  conseguenza l’esercito  era sotto stretto controllo del potere esecutivo, che attribuiva  le posizioni di comando  agli esponenti della classe dirigente, cioè alla proprietà agraria;  e il reclutamento veniva a far ricadere il peso del servizio militare sui contadini poveri, o comunque sulle classi subalterne. Inoltre, la vita di caserma aveva come obiettivo lo staccare il soldato dal suo ambiente di origine, per renderlo disponibile all’obbedienza passiva verso i superiori. In più, ogni esercito doveva ovviamente mettere in conto una guerra difensiva o offensiva  contro gli eserciti di stati nemici, mobilitando le risorse nazionali in misura più ampia di quanto richiedesse il mantenimento  dell’ordine interno.  Per noi questi due compiti sono notevolmente contrapposti, ma agli occhi della società dell’epoca non era affatto così: i governi ottocenteschi tendevano a condurre solo guerre limitate, che non coinvolgessero attivamente la popolazione.  Nel caso  poi si profilassero  motivi di contrasto tra le esigenze della guerra  e quelle del mantenimento dell’ordine interno , “il governo e gli alti comandi sceglievano senza esitazione le seconde, consapevoli dell’importanza di poter continuare a contare sulle truppe per la difesa dell’assetto politico –sociale.”[1]

Vi erano quindi due modelli per il reclutamento e l’organizzazione dell’esercito in Europa, e a essi  tutti i paesi si attennero: il modello francese e il modello prussiano. I due modelli si caratterizzavano per una diversa impostazione e per le scelte di reclutamento, ma avevano un punto in comune: la coscrizione obbligatoria. Read more

Marco Damiani: un renitente alla leva all’alba dell’Unità: parte prima

Questo articolo è la prima parte di una tesi di laurea specialistica in Storia delle Marche, che porge all’attenzione il primo vero esempio di diario militare dell’Italia unita, importante anche in considerazione del fatto che, finora, i primi diari accertati sono relativi alla Grande Guerra. La vicenda di Marco Damiani, invece, risale a parecchi anni prima, all’alba dell’Unità.

INTRODUZIONE

 

 

“ In nome di sua Maestà Vittorio Emanuele II, per grazia di Dio e volontà della Nazione, il Regio Tribunale del Circondario di Pesaro contro Andreani  Giovanni[…], imputato di renitenza alla leva militare della classe del 1839-1840…”

Così esordisce uno dei numerosi dibattimenti presenti nei registri delle sentenze dei Tribunali di Pesaro e di Urbino  ,ora conservati nella sezioni di Archivio di Stato.

Una formula che si ripete, identica e quasi rituale, in numerosi casi, negli anni che seguono l’Unità d’Italia.

I registri delle sentenze di quel periodo e  i fogli matricolari dell’esercito  sono pieni di casi di renitenti e disertori  dal servizio militare, e la provincia di Pesaro e Urbino si distingue per  essere una delle zone   più attraversate da questa forma di dissenso.

Si potrebbe ipotizzare una reazione collettiva contro il nuovo Stato appena creatosi.. uno Stato che aveva portato un vero e proprio terremoto tra le classi più umili: la leva obbligatoria per i giovani,  a partire dalla classe dei  nati nel 1839 e 1840. Un decreto del nuovo Stato, questo, che portava una sgradevole novità: niente di tutto ciò vi era stato sotto il governo pontificio. E così le braccia dei giovani venivano sottratte alle proprie famiglie e al lavoro dei campi, per una vita militare che veniva sentita  come un’imposizione ingiusta,  sentimento  confermato dalle pochissime testimonianze che  si ha la fortuna di avere.

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Andrej Vlasov, il mancato de Gaulle di Adolf Hitler

General Wlassow mit Soldaten der ROA
Andrej Vlasov parla ai soldati russi della Wehrmacht

A L L E    M O N T A G N E   D E L L A   F O L L I A

“All’inizio di ogni campagna apriamo la porta su una stanza buia, mai vista prima. Non si può sapere che cosa nasconda”. Potrebbe essere l’inizio di un horror-novel di Howard P. Lovecraft, invece l’autore di questo tenebroso incipit è un sorprendente Adolf Hitler, còlto il 23 giugno 1941, mentre lascia Berlino per recarsi alla Wolfssschanze di Rastenburg, in un insolito momento di realistica riflessività scevra dalle consuete venature di fanatismo autoesaltatorio apoditticamente fiducioso nelle sorti magnifiche e progressive della croce uncinata. Dubito che Hitler abbia mai letto Lovecraft (se lo avesse fatto, certamente lo avrebbe classificato tra gli autori degenerati di cui mandare le opere al rogo), eppure la corsa agli Urali in cui lanciò la Wehrmacht il 22 giugno ’41 sembra davvero modellata su quella “Alle montagne della follia” verso cui il solitario di Providence aveva lanciato appena dieci anni prima, nel 1931, gli esploratori antartici del suo gelidamente terrifico capolavoro horror. Effettivamente la corsa verso quelle montagne, gli Urali, immaginate comeultima Thule” dell’ Ariankultur, antemurale contro i residui della barbarie mongolico-bolscevica da lasciar sopravvivere nella macroriserva siberiana a beneficio delle future generazioni di studiosi della degenerazione umana, man mano che quelle montagne si rivelavano sempre più un miraggio veniva ad esser riempita dall’affastellarsi dei più strampalati progetti con cui si provava ad esorcizzare l’ horror vacui generato dall’immensità senza fine delle steppe eurasiatiche (“Sono contrario a pubblicare grandi carte geografiche della Russia. La vastità delle aree coinvolte potrebbe spaventare la gente.” – annotava nel suo diario Joseph Goebbels il 25 giugno ’41): villaggi turistici per le vacanze del buon Fritz, costruendi in Crimea dalla Kraft durch Freude; autostrade verso i vigneti e i pozzi di petrolio del Caucaso; piantagioni di cotone e banane con cui trasformare Ucraina e Crimea in una novella India; medievali cittadelle di colonizzazione disseminate dalla Vistola al Volga, da destinare all’operoso riposo dalle fatiche belliche del conquistatore ariano, riciclato nel ruolo di Cincinnato con la svastica;  “fortezze Bastiane” sugli Urali o intorno al Caspio, da opporre alle razzie che le residuali orde tartarico-staliniane fossero state ancora in grado di metter in atto; ricomposizione del ruolo e della distribuzione geografica del  variegato quadro di etnie che riempivano quell’immensità, in modo da massimizzare l’utilità per il padrone ariano di  ciascuna gradazione dell’ Untermenschheit; il tutto nello scenario della guerra personale tra Heinrich Himmler ed Alfred Rosenberg, col pratico sadismo dell’ex-allevatore di polli bavarese destinato a far aggio a gioco lungo sugli arzigogoli pseudoscientifici del “pensatore” baltico. Read more

“Itali Teucri”. L’Italia, l’Europa e la fine di Bisanzio

Quando nel 1453 Costantinopoli viene conquistata dalle truppe di Maometto II molti dei contemporanei rivolsero lo sguardo verso la penisola italiana.
Ci si domandava infatti come mai i potentati italici si macchiarono di non aiutare l’ormai defunto Impero romano d’Oriente.
Senza entrare nel vivo delle vicende belliche di cui Bizantini ( o Romei) ed Ottomani sono protagonisti è interessante soffermarci sulle ragione per cui le potenze europee, in primis quelle italiane, non sono intervenute nella difesa di Costantinopoli.
Si evince da alcuni comportamenti delle potenze cristiane qualcosa di più del semplice non interventismo, potremmo chiamare questo modus operandi come alleanze non dichiarate.
Venezia tra tutte era la nazione più coinvolta, poichè immischiata nei traffici commerciali dell’ Egeo e del Mar Nero. Tra la Serenissima e il sultanato ottomano risapute alleanze nascoste o smentite, affinchè le due parti godessero dei reciproci benefici.
Ai Veneziani non importava se il Mediterraneo era bizantino, egiziano o turco, ma desideravano occupare i maggiori centri commerciali ed estendere il loro Stado do Mar.
Venezia da questo punto di vista assiste inerte alla fine di Bisanzio; anche se alcuni Veneziani difesero Costantinopoli. Questi aiuti veneti non erano stati inviati dal Senato della Serenissima, ma erano gli abitanti dei quartieri latini di Costantinopoli, difendere l’Impero Romano d’Oriente significava difendere la propria casa.
Oltre ai Veneziani, in futuro altre potenze europee stipularono alleanze e trattati con i successori di Maometto II, come la Francia (la famosa “empia Alleanza), i principi tedeschi e Genova. Read more

LA RELIGIOSITA’ NELLA PRIMA ETA’ MODERNA

La categorizzazione della materia storica,così come per qualsiasi disciplina si affronti, è assolutamente un’operazione imprescindibile. Troppe volte però la suddivisione in determinate categorie rischia non soltanto di ridurre il tutto a una semplice successione di nomi e date, ma anche di confezionare un’immagine se non totalmente ma in larga parte distorta della realtà. Realtà che di conseguenza risulta formata da periodi ed eventi esatti e non concatenati, senza “sbavature” o “periodi di transizione”. Questi ultimi sembrano quasi non esistere, recisi dall’arma a doppio taglio della categorizzazione ma dai quali, in verità, nasce poi l’esattezza della categoria stessa. Ciò vale, ad esempio, sia per l’inizio della storia medievale sia per quello della storia moderna. Uno dei periodi di transizione su cui sicuramente si tende a fare più confusione è quello che va dalla seconda metà del XV secolo ad almeno il primo ventennio del XVI. In un precedente articolo abbiamo messo in evidenza la contiguità dal punto di vista militare, analizzando il fenomeno dei condottieri di ventura attraverso le vicende di Oliverotto da Fermo, tra il Medioevo e la Modernità. In questa riflessione cercheremo di creare un filo conduttore sotto un altro punto di vista ovvero il rapporto con la religione e le usanze.

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Messina 1908, la terra trema (ed un tantino anche il Regno)

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Messina 1908, la “palazzata a mare” dopo il terremoto

I L   P O S T I N O 

Antonio Barreca faceva il portalettere sulla tratta Siracusa-Messina, una professione che lo portava ad essere l’espressione dello Stato con cui più frequentemente si interfacciavano i cittadini del Regno, soprattutto in quelle plaghe del Sud dove lo Stato, ancora quasi mezzo secolo dopo l’unità, non offriva molto altro. Ma, in quel funesto 28 dicembre 1908, Barreca ebbe in sorte di esser lo Stato in quel di Messina, l’infima qualifica nell’ambito della gerarchia burocratica non impedendogli di esser l’unico “funzionario” statale che, nel generale liquefarsi delle istituzioni su entrambi i lati dello Stretto, restò ligio ai suoi doveri. Stando alle sue memorie, pubblicate a proprie spese nel 1931, quando ormai si fregiava del titolo di Cavaliere, i trentadue secondi, durante i quali Scilla e Cariddi avevano ricordato al mondo la loro esistenza, lo avevano sorpreso alle 5.21 di quel 28 dicembre mentre dormiva in casa di una vedova a Messina. Uscito miracolosamente indenne dall’impatto della scossa, si avvide che la padrona di casa e la nipote che con lei conviveva erano rimaste intrappolate. Sfidando il buio pesto e l’infernale trepestio di urla e crolli che lo squarciava, irruppe in quel che restava della camera delle due donne e riuscì a trascinarle fuori, convincendole anche a vincere la ritrosia a mostrarsi in pubblico nell’inadeguato abbigliamento notturno in cui il terremoto, indiscreto, le aveva sorprese. Adempiuto questo preliminare dovere privato, Barreca non dimenticò i suoi doveri di “funzionario” statale. Indossati l’uniforme ed il mantello da postino, affinché tutti potessero vedere in lui lo Stato, si aprì a stento un varco nel caos di fuoco, sofferenze e morte, puntando a raggiungere la stazione ferroviaria, cordone ombelicale col governo di Roma. Impiegò due ore per arrivarci, per scoprire che la stazione non c’era più, la linea ferroviaria era divelta, il telegrafo non operativo, l’ufficio postale un guscio vuoto ed il capostazione un disperato urlante la perdita dell’intera sua famiglia. Senza perdersi d’animo, Barreca avanzò faticosamente lungo il binario deformato alla ricerca di un trasmettitore funzionante. Lo trovò venti chilometri e tre ore dopo, alla stazione di Scaletta Zanclea, dove l’ufficio postale, benché seriamente lesionato, era ancora in piedi. Ma gli impiegati del posto di rischiare la pelle entrandoci non avevano alcuna intenzione, per cui toccò ancora una volta a Barreca mantenere i nervi saldi ed entrare per trasmettere, come di dovere,  al suo diretto superiore, il direttore della rete postale della provincia di Siracusa, queste poche drammatiche parole: “Scampata miracolosamente vita, sconosco sorte miei compagni, Messina distrutta”. Read more

Aureliano e il Sol Invictus: tra culto orientale e culto romano

Nel 274 d.C. l’imperatore Aureliano riedificò il santuario dedicato al culto del Sol Invictus a Palmira, capitale ormai in rovine del Regno della Regina Zenobia, tenace nemica dell’Impero romano in Asia.
La distruzione del Regno di Palmira pose fine ad un lungo periodo di instabilità politica e di frammentazione dell’impero romano, che dopo l’assassinio di Alessandro Severo (235), fu lacerato dalla cosiddetta “anarchia militare”.
Non è un caso se il restitutor Orbis si fece promotore del culto del Sol Invictus: la graduale identificazione tra l’imperatore e il sacerdos amplissimus di tale culto fu una mossa politica atta a favorire la graduale riorganizzazione dell’impero dopo la grave frammentazione del III secolo.

Tuttavia il culto del Sol non era nuovo a Roma.
Sarebbe inesatto limitarsi a considerare tale culto limitatamente alle sue origini orientali, quasi considerando la sua consacrazione al rango di religione imperiale un evento isolato.
In verità la divinità solare era già nota a Roma nella sua fase arcaica. Read more

CHE GUEVARA E LA GUERRA RIVOLUZIONARIA DI LIBERAZIONE

Il Che a partire dal 1959, con degli articoli pubblicati sulla rivista Revolucion e sul supplemento Lunes de Revolucion, fino al 1967 ragionò molto sulla questione della guerra rivoluzionaria, indicando con questa espressione sia la cosiddetta “guerriglia” che prese le mosse sulla Sierra Maestra e che portò alla gloriosa vittoria di Santa Clara, sia uno scontro più ampio, del quale la rivoluzione cubana costitutiva un primo stadio, avente lo scopo di liberare l’America Latina dal giogo degli “imperialisti” statunitensi, seguendo come filo rosso concettuale la concezione di“avanguardia”.

Al 1960 e al 1963 risalgono due importanti scritti di Che Guevara sulla guerra di guerriglia come guerra rivoluzionaria per la presa del potere a Cuba: rispettivamente, La guerra di guerriglia e Passaggi della guerra rivoluzionaria. Esse furono il frutto di una riflessione sul processo rivoluzionario che portò un iniziale gruppo di 82 uomini, sbarcati sull’isola con una barca “che faceva acqua” [nota 1], ad alimentare una lotta pluriennale, in costante inferiorità numerica, contro forze decine di volte superiori, in un’iniziativa considerata “come una chimera di un piccolo gruppo di idealisti e d’illusi” [nota 2]. Per indicare questa lotta che avrebbe portato i rivoluzionari al potere il Che adoperò il termine “guerriglia”, originariamente coniato nell’Ottocento e usato per descrivere una tattica di resistenza contro il regime di Giuseppe Bonaparte [nota 3], rifiutando però l’accezione sminuente di “piccola guerra”, ovvero di uno scontro “di un piccolo gruppo contro un grande esercito”, preferendogli al contrario un significato più fulgente: la guerriglia come una “guerra di tutto il popolo contro il potere oppressore”.

In entrambi gli scritti si parla di guerra del popolo, come in quelli di Mao Tse Tung e Ho Chi Minh, ma ciò che viene messo a fuoco come elemento determinante della vittoria nello scontro è il ruolo d’avanguardia svolto dalle poche centinaia di guerriglieri che dalla Sierra Maestra condussero per tre anni un’assidua lotta contro le forze imperialistiche di Batista.
In particolare, dopo l’assalto fallimentare alla caserma Moncada il 26 luglio 1953, considerato anche dal Che l’evento iniziale della rivoluzione cubana [nota 4], lo sbarco a Playa Las Coloradas, nel municipio di Niquero, il 2 dicembre 1956, segna il passaggio da una lotta di “esseri individualizzati” a una vera e propria guerra di popolo, nella quale i guerriglieri costituivano il motore d’azione ed erano un “generatore di coscienza rivoluzionaria e di entusiasmo combattivo” [nota 5]. Nel momento in cui furono il “nucleo armato” e “l’avanguardia combattente” [nota 6] di un grande scontro di liberazione, divennero veri “guerriglieri”, non nel “senso ripugnante” con il quale si era usato questo termine durante il regime spagnolo per indicare coloro che divennero “franchi tiratori” della Corona, ma in quello più luminoso e positivo di “combattenti in favore della libertà” [nota 7]. Read more