La Serenissima Repubblica di Venezia tra terra e mare(parte 1)

LA SERENISSIMA REPUBBLICA DI VENEZIA TRA TERRA E MARE (parte 1)

 

Nostra civitas non agricolturis inservit, sed navigiis potius et mercimoniis est intenta”(1)

“La nostra città non si preoccupa d’agricoltura, ma piuttosto rivolge i propri sforzi alla navigazione e ai commerci”.

 

Sono queste le parole con cui una delegazione di messi veneziani si rivolge a sua santità papa Innocenzo III, supplicandolo di concedere loro la possibilità di vendere determinati prodotti agli infedeli musulmani; commerci proibiti dalla stessa Chiesa pena la scomunica. Parole che risalgono all’anno di grazia 1198, quando il “regnum aquosum” di Venezia ha già sicuramente visto cambiamenti urbanistici significativi così come trasformazioni dal punto di vista sociale,politico ed economico. D’altro canto risulta fondamentale contestualizzare la contro risposta veneziana, mirata ad esaltare la potenza marittima della Serenissima per ottenere una precisa concessione dal papa. Esulando però da qualsiasi glorificazione, la delegazione veneziana tende a mettere in risalto solo ciò per cui Venezia sente di  essere nata: solcare (e dominare) i mari per creare relazioni commerciali da cui trarre guadagno. La navigazione e i commerci via mare sono indubbiamente il fattore fondamentale e preponderante dell’ascesa ed espansione della città lagunare ma sicuramente non l’unico. Read more

MEDIOEVO VERO O PRESUNTO TALE

 

MEDIOEVO VERO O PRESUNTO TALE

Che cosa è il medioevo? Dando per scontato che solo una semplificazione assai svilente potrebbe costringere l’idea di medioevo entro i limiti ristretti di una pura periodizzazione manualistica, occorre ammettere che, a latere della realtà indagata dalla ricerca storiografica, esiste nella mentalità comune un “medioevo mai esistito”, cioè un luogo e un tempo (o, sarebbe meglio dire, un non-luogo e un non-tempo) scaturiti dall’immaginario collettivo degli ultimi cinque secoli.

Come ciò sia potuto accadere, lo si comprende alla luce della natura stessa dell’epoca in questione. Il medioevo, per le sue caratteristiche intrinseche, è stato ed è tuttora una poderosa fucina di luoghi comuni: come parte preponderante della storia e dell’identità della civiltà europea, esso costituisce infatti un elemento fortemente rappresentativo, evocativo e fecondo di immaginario, un immaginario pregno di stereotipi che – pur germogliati da una matrice storica, sociale e antropologica e perciò connotati alla nascita da una dose di verità – veicolano un contenuto di forzatura e di mistificazione talmente predominante e significativo da non poter essere eliminato dalla coscienza collettiva; inoltre, tutta la cultura europea ha usato e continua ad usare il medioevo come contenitore di luoghi comuni e di equivoci, dettati non da semplice ignoranza ma da vere e proprie categorie mentali, in virtù delle quali sono nati, si sono diffusi e – nonostante le smentite della storiografia –  sopravvivono indisturbati i principali miti sulla storia medievale.

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Paolo Uccello, San Giorgio e il Drago (1456 ca.). Olio su tela, 57×73. National Gallery, Londra.

La prima categoria mentale in questione è quella della semplificazione: qualunque contenuto storico (e non solo) viene più facilmente trasmesso se può essere comunicato in maniera semplice, schematica e visivamente rappresentabile. È per questa ragione, ad esempio, che, ancora oggi, in tanta manualistica scolastica italiana leggiamo di una società medievale perfettamente piramidale e tripartita (come se, obliando completamente banchieri, mercanti, notai e borghesia comunale, si possa credere che in ben dieci secoli di storia non siano mai emerse figure sociali alternative ai tradizionali oratores, bellatores e laboratores), o che, sempre in Italia, risultino particolarmente efficaci in ambito divulgativo l’equivalenza medioevo-feudalesimo (al punto tale da identificare l’intero millennio medievale con la definizione di “età feudale”) o l’immagine della curtis come realtà compatta, chiusa, esclusivamente naturale, fondata sul baratto e sull’economia di sussistenza.

Quest’ultimo esempio porta con sé anche la seconda categoria mentale, e cioè quella del distanziamento: il medioevo colpisce di più e meglio la cultura corrente se, sottolineandone la distanza, esso appare come veicolo di diversità. Al contrario dell’assimilazione, che è il meccanismo mentale attraverso cui siamo curiosi, ad esempio, di sapere come si svolgessero le attività quotidiane nel passato, il distanziamento permette di attrarre sottolineando l’alterità e la diversità di un certo contenuto storico rispetto al presente, a volte anche in modo volutamente forzato. Inoltre la cultura dell’occidente medievale consente di regalare al lettore la dimensione dell’esotico senza allontanarsi nello spazio, ma solo nel tempo; e parliamo di esotismi positivi come il mito del cavaliere impavido ma cortese o della ricerca del Graal, ma anche e soprattutto di esotismi negativi, come quelli dell’economia di sussistenza, delle cinture di castità o dello ius primae noctis. Sempre entro i confini del distanziamento, possiamo inserire l’uso indiscriminato del medioevo come contenitore e generatore di origini, tradizioni e comportamenti sociali ascrivibili ad un “altrove”, cioè ad un esotismo non necessariamente positivo o negativo: è il medioevo dei non medievisti, quello che, sotto forma di romanzi, film e serie tv, riscuote notevole successo presso il grande pubblico proprio perché corrisponde alla cultura comune, e perché di quel pubblico di massa non disattende gli orizzonti d’attesa.

La terza categoria è quella della deformazione prospettica, cioè dell’errata considerazione del divenire storico come di un progresso lineare, un moto rettilineo uniforme fatto di mutamenti permanenti. Questa deformazione è tipica del modo in cui la conoscenza umana si approccia alla storia: si comprende meglio ciò che è più vicino o recente, assimilando insieme la prossimità spaziale con quella temporale, mentre ciò che è avvenuto in precedenza lo si interpreta a posteriori, cioè non in quanto tale ma solo alla luce dei suoi esiti. Tale meccanismo mentale è ben tangibile nella storia dei castelli: è impresa ostica instillare nella mente di uno studente l’idea che i castelli tipicamente medievali non siano quelli residenziali di epoca tardo-medievale (quelli con le torri e il punte levatoio, mèta di visite guidate e gite scolastiche, per intenderci) ma siano quelli di legno e pietre che, in epoche precedenti, costituivano poco più che un villaggio fortificato; esempio altrettanto calzante di una visione distorta è il pregiudizio sulla composizione della famiglia-tipo dell’età di mezzo: avendo in mente un modello di famiglia patriarcale numerosa e multi-generazionale (come era comune in campagna fino all’epoca dei nostri nonni), si tende a non considerare il fatto che nel medioevo i nuclei familiari fossero in realtà bigenerazionali, cioè costituiti solamente da genitori e figli: questo errore di valutazione si produce poiché l’immagine radicata delle famiglie allargate delle nostre campagne ottocentesche  e dei “clan” rurali di età post-industriale,  fa presumere – anche alle persone più colte – che tale organizzazione sociale sia un residuo di usanze più antiche, cioè medievali.

Perché, sia chiaro, il più grande e diffuso stereotipo è che ciò che appare antico e difficilmente spiegabile è sicuramente medievale.

Fonti:

GIUSEPPE SERGI, L’idea di medioevo. Fra storia e senso comune. Donzelli Editore, collana Virgolette, 2005.

Immagine in evidenza:

Rochester Bestiary, BL Royal 12 F xiii, dettaglio di una miniatura.

Chiara Sampaolesi

 

 

Il “Piano Madagascar” di Adolf Hitler

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Madagascar, baia di Nosy Be

Il “Piano Madagascar” di Adolf Hitler

 

C I M I T E R O   C O N    V I S T A

Bel posto il Madagascar. Un po’ fuori mano, per la verità. Però ci si capita. Magari quasi per caso, come forse accadde ai suoi primi colonizzatori, arrivati dall’Indonesia forse 1500 anni fa. O come ultima chance, come accadde a quei pirati dei Caraibi che, braccati dalle flotte “normalizzatrici” delle stesse potenze europee che fino a pochi anni prima non si erano vergognate di arruolarli come corsari, a fine XVII secolo, ostinati nel non voler rinunciare al proprio modello di vita, vi diedero vita a quell’autunno dorato della filibusta che fu l’utopica repubblica anarchico-democratica di Libertalia (e poco importa che essa stessa forse sia stata solo il frutto della fantasia di qualche successivo pensatore giacobino desideroso di proiettare nel passato il suo presente non realizzato). Oppure ancora come accadde a quei marinai russi tra le cui tombe, nel cimitero della cittadina oggi turistica di Nosy Be, isola al largo della costa nord-ovest del Madagascar, stavo passeggiando qualche settimana fa, pensando al loro assurdo destino. In rotta, nel gennaio del 1905, con la flotta dell’ammiraglio Rodvestzenskij, verso il disastro di Tsushima, furono lasciati indietro, a custodire quelli, tra i “ferri da stiro” della flotta russa, per i quali la sosta di rifornimento nella baia di Nosy Be, gentilmente concessa dalla Francia, fu l’imprevista ultima tappa del viaggio consentita dalla vetustà delle macchine, e poi lasciati lì a marcire nelle febbri malariche dei tropici, in quanto l’autobus che li avrebbe dovuti riportare a casa non fece più ritorno dai mari orientali, e nessun altro fu inviato dalla madre patria a soccorrere quei suoi figli che troppo le ricordavano il disastro rimediato contro la flotta nipponica.

O come invece non accadde agli Ebrei d’Europa, per i quali, se la storia avesse fatto altri giri, il Madagascar sarebbe potuto essere un’alternativa tutto sommato abbastanza gradevole rispetto ai campi di sterminio a cui la follia di un regime e di un popolo si accingeva a destinarli. Sempre che l’alternativa immaginata non fosse essa stessa, fin dal principio, nient’altro che un ulteriore effetto collaterale, privo di qualsiasi potenziale realizzativo, della stessa follia che aveva deciso che essi dovevano liberare della loro presenza l’Europa, in una maniera o in un’altra. Raccontare la storia del “piano Madagascar”, come possibile Endlösung del problema ebraico, può esser utile a capire, partendo da una sua improbabile messa in scena tropicale, quale teatro dell’assurdo dominasse le menti della strampalata conventicola che governava la Germania nazista.

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Il dibattito sulle origini del Risorgimento nella storiografia italiana tra fascismo ed antifascismo

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Allegoria dei primi anni ’60 dell’Ottocento. L’Italia indica a Vittorio Emanuele II i suoi nemici (papa, clero, aristocratici, briganti filoborbonici), che nascono da un ambiguo Napoleone III, mentre Garibaldi “ozia” a Caprera.

Il dibattito sulle origini del Risorgimento nella storiografia italiana tra fascismo ed antifascismo

Definire gli inizi del Risorgimento significa definirne l’essenza stessa, quindi provare a spiegare cos’è l’Italia, sua scaturigine, per cui non desta meraviglia il fatto che la svolta essenziale nel dibattito storiografico sul Risorgimento si sia avuta tra gli anni ’30 e ’40, in una fase storica in cui prima il “modellamento” dell’Italia da parte del fascismo, poi la reazione ad esso da parte dell’antifascismo, rendevano tutt’altro che politicamente neutra la questione.

Il Risorgimento, termine storiografico che indica il movimento che ebbe come fine la libertà politica, l’indipendenza politica e l’unità d’Italia, ed il periodo di tempo in cui si sviluppò,  è UN rinascimento, ma non è IL Rinascimento, ché altrimenti, data l’omogeneità semantica dei due termini, si sarebbe utilizzato lo stesso termine per definirlo come reviviscenza di qualcosa del passato. Read more

Una d’altare: come l’inquisizione e la lotta all’eresia forgiarono l’Italia moderna

Alla domanda se la Controriforma cattolica sia stata segnata più dall’elemento moderatore del Concilio di Trento o da quello repressivo del Sant’Uffizio è impossibile dare una risposta univoca, giacché i due elementi convissero quasi contemporaneamente e determinarono, aiutandosi reciprocamente, un nuovo assetto centralizzato e papalizzato dell’universo cattolico post-Lutero.

In realtà bisognerà correggere quest’ultima affermazione, poiché tale universo cattolico che viene generalmente identificato con Spagna, Portogallo, Polonia, Austria, Francia (in minima parte) e Italia, non trova una effettiva immediata corrispondenza con la situazione effettiva. In altre parole la lunga mano del papato accentratore, del sovrano pontefice ormai orfano di una concezione universalista da plenitudo potestatis innocenziana, ma consolidato in una dimensione terrena mista ad una ultraterrena, riuscì a realizzare i propri obiettivi soprattutto o quasi solamente in Italia.

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L’uomo che fu “atomizzato” due volte

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Hiroshima, 6 agosto 1945

L’uomo che fu “atomizzato” due volte

 

U N A    S T O R I A

L’ingegner Ewemon Kawaguki era noto per la sua tempra energica e volitiva in tutte le immense officine Mitsubishi. A quarant’anni, appariva asciutto e vigoroso come un ventenne, e non aveva mai rinunciato a praticare sport, nemmeno nei momenti in cui il lavoro era più massacrante. Quella mattina del 6 agosto 1945 si trovava già in ufficio quando il rumore di un aereo lo distrasse.  Non poteva esser altro che un bombardiere americano, forse fuori rotta, visto che sembrava esser solo, come se avesse perso la sua squadriglia, tanto che la difesa aerea di Hiroshima non aveva neanche ritenuto che valesse la pena far suonare la lugubre sirena dell’allarme. Ad ogni buon conto, gli operai dello stabilimento stavano precauzionalmente raggiungendo i rifugi, quando Kawaguki, attardatosi tra gli ultimi ancora all’esterno del rifugio, vista l’apparenza non particolarmente preoccupante della situazione, fu sorpreso da un improvviso bagliore a circa cinque chilometri di distanza, prima di perdere i sensi, stordito dallo spostamento d’aria scaturito dal silenzio irreale di quella luce. Benché negli anni successivi tornasse mille volte col pensiero a quel momento, non seppe mai cosa gli accadde davvero negli attimi di tempo sospeso che gli occorsero per risvegliarsi, del tutto nudo, nel bel mezzo dell’officina fattasi improvvisamente deserta, tra fiamme che divampavano altissime e furiose.

Era ferito, un pezzo di ferro l’aveva colpito ed una tegola gli aveva aperto uno squarcio nella schiena, ma “un vento surriscaldato come fiamma ossidrica” (come lo descrisse in seguito), che dal centro di Hiroshima soffiava verso l’oceano, lo spinse ad ignorare il dolore, fuggendo verso il fiume che costeggiava il cantiere. Kawaguki vi si gettò nuotando verso la riva opposta, ma soltanto per scoprire che l’inferno si era scatenato anche di là. Rimase a lungo nell’acqua, l’abitudine al nuoto consentendogli di fare più volte la traversata del fiume nella speranza di  trovare un punto propizio per riprendere terra, lasciando che intanto l’acqua lo proteggesse da quell’irreale vento di fuoco. Alla fine riuscì a riemergere dall’acqua e salì su una collinetta, da dove vide che l’intera città era un immenso braciere in cui ardevano più di 50.000 case.

Come fuggire da quell’inferno? O forse come restarci, visto che, per quel che poteva saperne, poteva anche essere la nuova “normalità” del mondo intero, visto che lo sguardo, ruotando a 360 gradi, non sembrava offrirgli nessuna alternativa alla dimensione di abbacinante disperazione che lo avviluppava. Sei ore dopo l’esplosione, allo stremo delle forze, si gettò sulla riva del fiume e si addormentò.

Poco dopo le 5 del pomeriggio si risvegliò, il dolore delle ustioni si era leggermente calmato, mentre la brezza che veniva dal mare gli dava refrigerio e restituiva vigore. Incamminatosi verso il posto dove il suo senso dell’orientamento gli diceva doverci essere la stazione ferroviaria, mucchi di binari divelti ed un treno abbandonato circondato dai detriti delle strutture murarie gli dissero che era arrivato a destinazione, ma per non andare da nessuna parte. Salì su un vagone e si raggomitolò, mentre brividi di freddo gli scuotevano il corpo, anche se la spossatezza e la fame cominciavano a presentargli un conto ancor più salato di quanto stesse facendo il freddo. Perse di nuovo i sensi, né seppe mai per quanto tempo. Read more

La Vienna fin de siecle, tra socialisti e antisemiti

La situazione politica straordinariamente complessa della Vienna fin de siecle si presta bene ad analogie col mondo contemporaneo: ritroviamo in quel groviglio confuso di partiti e programmi contraddittori l’imbecillità dell’attualità di ogni giorno. Non si vuole esagerare, definendo come scriveva Karl Kraus a inizi ‘900 sulla rivista Fackel, Vienna come “la stazione meteorologica della fine del mondo”.

E tuttavia, il valore dell’Austria-Ungheria come acquario della storia, dove popoli, etnie e culture si battono in un microcosmo che sembra poi riproporsi nel ‘900 a livello globale, resta insuperato. La lotta di un’ideale sovranazionale contro l’agitarsi della nazione territoriale-etnica; il feudalesimo contro l’industrializzazione; la forma imperiale contro la forma nazionale; gli esempi si sprecano. E nel contempo, guardando i pesci nell’acquario da vicino, si scopre che molti dei personaggi storici dell’Austria-Ungheria erano in fondo più tradizionali di quanto si desidererebbe.

Occorre dunque anche trattenersi dalla mania dell’allegoria facile, di quel politico che presuppone quel dittatore, ecc ecc Read more

Lenin e “la fine dell’età dell’innocenza”. Seconda parte : “On s’engage, et puis on voit.”

Vladimir Ilyich Lenin
Lenin in occasione del discorso tenuto il 1° maggio 1939

Lenin e la fine dell’età dell’innocenza”. Seconda parte: “On s’engage, et puis on voit.”

“On s’engage, et puis on voit!”. “Ci si butta nella mischia, e poi si vede quel che succede!”. Lenin amava citare questa nota frase di Napoleone (lo fa anche nel famoso articolo “Sulla nostra rivoluzione”, quasi un suo testamento politico, pubblicato sulla Pravda il 30 maggio 1923, anche se in realtà scritto nel gennaio del ’23) per affermare l’importanza di cogliere le occasioni di volta in volta offerte dagli eventi storici per portare avanti il proprio progetto, senza rinunciarvi soltanto perché cogliere dette occasioni potrebbe talvolta implicare deviazioni dall’ortodossia nelle modalità attuative del programma rivoluzionario. Nella prima parte di questo articolo si è appunto evidenziato il permanere sostanzialmente intatto, a valle del trattato di Brest-Litovsk,  del programma leniniano della rivoluzione globale. In sostanza la fase del socialismo in un solo paese e della subordinazione degli interessi della rivoluzione mondiale a quelli nazionali russi, pur delineandosene sintomi premonitori  già in età leniniana, troverà attuazione consapevole solo in età staliniana. Negli anni tra la fine del ’18 e la metà del ’21 l’attenzione di Lenin è invece ben rivolta, quasi, mi si permetta, in maniera concupiscente, a quello che accade in Europa, ai focolai di insurrezione in cui trovar conferma della propria previsione “scientifica” dell’ineluttabilità della rivoluzione globale. Semmai una novità si vuol cogliere nell’atteggiarsi di Lenin di fronte a questa prospettiva, tra il ’18 ed il ’21 si coglie un graduale slittamento dal fideismo nell’autosufficienza del ribellismo delle classi lavoratrici dei paesi europei all’idea di tener pronta l’Armata Rossa a dare il suo sostegno a detto ribellismo, prima che la reazione controrivoluzionaria ne spenga i focolai. Quindi, un Lenin ancora pronto a mettere in gioco la sopravvivenza della stessa rivoluzione già attuata in Russia nella partita a dadi della rivoluzione europea, e tutt’altro che ripiegato nella mera difesa dei risultati già acquisiti, lasciando scadere il tema della rivoluzione globale a mero refrain propagandistico ad uso e consumo dei militanti non russi (come invece spesso accadrà nella storia postleniniana del comunismo sovietico).

 

“E F F E T T O   D O M I N O”   E D    O C C A S I O N I    P E R S E

Le convulsioni sociali nella Germania postbellica sembrano confortare la previsione leniniana di un “effetto domino” scaturente dalla rivoluzione russa, cominciando proprio dal paese che Lenin riteneva quello la cui perdita sarebbe stata il passo decisivo per il crollo del capitalismo mondiale. Del resto anche la personalità di maggior spicco del comunismo tedesco, Rosa Luxembourg, pur critica verso Lenin (la sua sensibilità umanistica e democratica le consente di vedere già in nuce gli sviluppi anti-democratici del bolscevismo), lo è ancor più verso i socialdemocratici, e vede nell’inserimento nel solco della rivoluzione russa l’unica chance per il movimento operaio europeo, esprimendo con la sua formula “socialismo o barbarie” una scelta radicale che, sotto questo aspetto, invece, la accomuna a Lenin .Né la repressione nel sangue del moto spartachista, a seguito dell'”alleanza” tra socialdemocratici ed esercito tedesco, scoraggia Lenin (il suo inviato a Berlino, Karl Radek, scriveva che, a suo giudizio, comunque entro pochi mesi i comunisti tedeschi avrebbero potuto riprovarci), anzi ne fortifica la convinzione che la socialdemocrazia è parte integrante del potere borghese da combattere, con la stessa virulenza con cui va combattuto il resto di detto sistema di potere.

In realtà gli eventi del 1919-20 smentiranno la fede leniniana nello sconvolgimento postbellico come fattore di dislocamento della lotta politica dal piano delle vecchie contrapposizioni nazionalistiche a quello transnazionale della lotta di classe (la smentita più clamorosa sarà, come vedremo, la levata di scudo compatta dei Polacchi contro l’invasione dell’Armata Rossa nel 1920, che invece, secondo Lenin, avrebbe dovuto trovare l’appoggio del proletariato polacco). L’effimera ascesa al potere, nel corso del ’19, dei comunisti a Budapest ed a Monaco, provoca una spasmodica esaltazione nei comunisti russi, pur impossibilitati ad intervenire in appoggio perché impegnati nella fase più difficile della loro guerra civile (Zinov’ev pronostica che, entro un anno, tutta l’Europa sarebbe stata comunista), ma tanto entusiasmo sarà frustrato dal fallimento di quegli esperimenti rivoluzionari, soprattutto di quello ungherese, nel cui caso si registra una ribellione popolare contro i metodi violenti ed antidemocratici di Bela Kun che appare troppo spontanea per esser imputata realisticamente, al di là della propaganda, alle mene controrivoluzionarie del capitalismo mondiale. Read more

Della Rovere-Urbino: ascesa e decadenza tra Giovanna e Livia

DELLA ROVERE- URBINO: ASCESA E DECADENZA TRA GIOVANNA E LIVIA

 

In questo articolo, come si può evincere dal titolo, ci concentreremo principalmente sulle figure di due donne: da una parte Giovanna da Montefeltro, il cui matrimonio con Giovanni Della Rovere sancì de facto l’acquisizione del ducato di Urbino da parte dei Della Rovere, e dall’altra Livia della Rovere, ultima duchessa della stessa città. L’obiettivo non sarà solo quello di mettere in luce le rispettive personalità, quanto di delineare la loro importanza nell’ascesa e nella decadenza di una famiglia “sui generis”; la cui sopravvivenza nei propri domini è indissolubilmente legata a Roma e ai diversi pontefici che si susseguirono tra fine XIV e il primo trentennio del XVII secolo.

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Lenin e “la fine dell’età dell’innocenza”. Prima parte : il controverso significato di Brest-Litovsk.

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5 maggio 1920, a Mosca, davanti al teatro Bolshoi, Lenin arringa le truppe in partenza per la guerra russo-polacca

Lenin e “la fine dell’età dell’innocenza”. Prima parte: il controverso significato di Brest-Litovsk.

L’espressione “fine dell’età dell’innocenza”, a proposito della rivoluzione bolscevica, è utilizzata per la prima volta dallo storico statunitense di origine polacca Adam Ulam (1922-2000) nel suo saggio del 1968 “Storia della politica estera sovietica”, per definire il momento del ripiegamento ideologico leniniano dalle certezze “scientifiche” circa il rapido successo della rivoluzione mondiale, di cui la Rivoluzione di Ottobre non poteva non essere che un mero tassello iniziale, al pragmatismo politico del salvataggio del “socialismo in un solo paese”, col rinvio a tempi migliori dell’attuazione della rivoluzione mondiale, ma anche col corollario dell’inizio dell’impoverimento dello slancio rivoluzionario e del fermento ideologico che aveva accompagnato l’ascesa bolscevica e l’aspettativa messianica di un suo rapido trionfo su scala almeno paneuropea, grazie ad un rullo compressore di liberazione delle classi lavoratrici che, partendo da Pietrogrado, passando per Varsavia e Berlino, arrivasse fino a Parigi, ripercorrendo in senso contrario il cammino libertario percorso oltre un secolo prima dalle armate popolari francesi scaturite dalla Rivoluzione del 1789 (di cui Lenin era interessato studioso e da cui traeva la parte giacobina del suo sentire, spesso sottovalutata dalla critica, più propensa a metterne in evidenza il freddo scientismo ideologico). In altre parole, l’inizio di quello che sarà il vizio di fondo del comunismo reale, che alla lunga lo porterà al fallimento storico, ossia la dicotomia tra quanto enunciato ideologicamente e quanto attuato praticamente, col ricorso all’uso  tattico dell’ideologia rivoluzionaria, di fatto sempre più subordinata alla politica di potenza della nazione russa, ed alla coartazione delle coscienze, Read more