Londra, 1771: nasce l’opinione pubblica

6918-edmund-burke

Londra, 1771: nasce l’opinione pubblica

 

Può facilmente apparire velleitario l’attribuire una precisa data di nascita a qualcosa che esiste fin dalla prima volta che, riuniti intorno al fuoco di un bivacco serale, un gruppo di cacciatori paleolitici decise di impiegare il tempo discutendo l’andamento della caccia del giorno appena passato ed il talento o i limiti dimostrati da chi all’interno del gruppo se ne era assunto la guida, il tutto in rapporto alle prospettive dei giorni seguenti. Oppure,  al capo opposto dell’evoluzione umana, può apparire scontato e banale  insistere sul  ben noto salto di qualità che, nell’Inghilterra del XVIII secolo, l’opinione pubblica fa grazie alla nascita della stampa politica. Eppure vi è un preciso evento storico-istituzionale che segna nel 1771 il vero inizio dell’opinione pubblica intesa in senso moderno, un evento che, come l’assassino di qualsiasi giallo che si rispetti, non è il cugino emigrato trent’anni prima in Paraguay e che ricompare a sorpresa nella scena madre finale, ma qualcosa di ben inserito fin dall’inizio nella trama del film dell’Inghilterra del XVIII secolo, ma il cui verificarsi nel 1771 dà un senso compiuto a tutta l’evoluzione politico-istituzionale di quel periodo fondamentale per la nascita della prassi politica contemporanea. Sempre come in qualsiasi giallo che si rispetti, l’assassino si svelerà solo in chiusura di articolo, per chi avrà la pazienza di seguire prima una spero non troppo noiosa digressione sul milieu socio-politico dell’Inghilterra settecentesca, avente lo scopo di verificare quanto la democrazia fu davvero una conquista da parte di classi di popolazione fino ad allora escluse dal gioco politico e quanto non fu invece una nuova tecnica di gestione del gioco politico da parte dei gruppi dominanti che da sempre ne dettavano le regole.

Read more

Balaklava, la vittoriosa storia dell’inettitudine.

Balaklava, la vittoriosa storia dell’inettitudine.

“Qui stanno le ceneri, il suo nome è dappertutto”

Questo è l’epitaffio dedicato all’uomo che per anni sconvolse l’Europa ed entrò di diritto non solo nella storia ma nella Leggenda. Napoleone Bonaparte conobbe solo il successo tranne a Waterloo, luogo dove i più grandi geni militari del XIX secolo si fronteggiarono. Il duca di Wellington, sconfiggendo Napoleone, si trasformò in un novello Scipione che piegò l’Annibale francese, riuscendo così a portare un periodo di pace e ripresa ad un’ Europa torturata e martoriata.
Dopo la morte di Napoleone nel 1821 e i moti rivoluzionari del 1848 il simbolo dell’armonia europea diventò il Crystal Palace, sede della Grande Esposizione di Londra del 1851.
Wellington si distinse “eroicamente” anche durante i funesti eventi che capitarono al Crystal Palace: degli uccelli entrarono casualmente nell’edificio e la regina Vittoria esclamò “Chiamate il Duca!”, il vincitore di Waterloo rispose alle suppliche della regina e le rispose “Gli sparvieri, Maestà!” e questa fu l’ultima vittoria di Wellington che si spense nel 1852.
La seconda metà del XIX segna la fine dei grandi geni militari, Napoleone e Wellington sono scomparsi e le potenze europee zoppicano goffamente verso il futuro.
L’Inghilterra non solo era priva, dal 1852, del suo più grande comandante in capo ma continuava a promuovere l’acquisto dei gradi e delle cariche dell’esercito. Tutti gli alto ufficiali dell’esercito inglese non erano esperti della guerra, erano inesperti di tattiche militari e preferivano il lusso ai disagi dell’addestramento. Soltanto chi era inserito socialmente, possedeva un titolo nobiliare ed era ricco poteva entrare nell’esercito di sua Maestà. I basso ufficiali erano invece i più esperti ed accaniti della vita militare, veterani delle guerre Napoleoniche o delle imprese indiane e succubi dei capricci dei Nobili al comando. Se questa manovra gerarchica dell’esercito sembra disastrosa dobbiamo ricrederci data l’ottica britannica di quegli anni: non solo l’acquisto delle cariche militari era sotto gli occhi di tutti ma era anche incoraggiato!
Questo stratagemma aveva uno scopo semplice: mettere al potere uomini già ricchi, con proprietà terriere e i favori della regina era una garanzia. Si doveva temere qualche ribellione o sovversione da uomini che avevano già tutto? Uomini che con il tradimento avrebbero perso ogni cosa e guadagnato niente? Mettere il potere nelle mani degli inetti era lo strumento più sicuro per proteggere il paese dalle dittature militari e dalle rivendicazioni degli ambiziosi. Read more

L’ “homo colonialis italicus” plasmato dalla cultura nazionalfascista

pavolini_e_la_disperata_in_aoi_1935
Etiopia, 1935. Alessandro Pavolini appoggiato alla carlinga di un bombardiere Caproni 101 della squadriglia “La Disperata”.

L’ “Homo colonialis italicus” plasmato dalla cultura nazionalfascista

 

“Non dominatori, non tutori, non innovatori, ma amici ed aiutatori a guidare i nostri nuovi concittadini a miglioramenti compresi e desiderati: ecco il nostro programma in quanto ad Assab” (Pasquale Stanislao Mancini, ministro degli Esteri, discorso alla Camera del 12 giugno 1882).

“Tutti i civili che si trovano in Addis Abbeba hanno assunto il compito della vendetta, condotta fulmineamente coi sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada. (…) Vedo un autista che, dopo aver abbattuto un vecchio negro con un colpo di mazza, gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta. Inutile dire che lo scempio si abbatte contro gente ignara e innocente” (annotazione del 20 febbraio 1937 di Ciro Poggiali, convinto fascista ed inviato del Corriere della Sera, sul suo “Diario AOI”, pubblicato solo nel 1971, circa il pogrom antiabissino seguito all’attentato a Rodolfo Graziani del giorno prima).

Read more

L’Italia democristiana: nazione buona e nazione morta

In un succedersi quasi infinito di trasformazioni a livello ideologico del senso dell’italianità, si è giunti mediante diversi traumi storici ad una fase che, tra mille incertezze, sembra ancora quella più attuale, in cui l’Italia è la nazione cattolica per eccellenza, in cui la storia degli italiani in quanto civiltà, perlomeno nella sua fase unitaria, risulta essere una enumerazione di sconfitte, di umiliazioni, di smanie di grandezza rimaste tali, in cui l’unica figura politica, spirituale e simbolica in cui una buona parte degli italiani è ancora in grado di riconoscersi è quella del papa.

In definitiva la nostra storia risorgimentale risulta a livello di mentalità come offuscata, dilapidata nel suo valore fondante l’unità nazionale italiana in una serie di opinioni contrastanti e spesso subordinate ideologicamente al partito di turno. In ogni caso tale storia unitaria risulta sminuita, contraddistinta, più dall’autocommiserazione dei fallimenti di una intera classe politica post-unitaria, piuttosto che dai successi che, pur tra mille difficoltà (e mi chiedo: in quale realtà nazionale non ve ne furono?), tale classe politica conseguì.

Read more

Inghilterra, 1768 : Josiah Wedgwood inventa il marketing

 

gersaint
Jean Antoine Watteau (1684-1721), “L’insegna di Gersaint”, 1719

Inghilterra, 1759 : Josiah Wedgwood inventa il marketing

 

Un quadro, un racconto, un vaso ed un paio di fini teste pensanti. Shakeriamo il tutto e vediamo se riusciamo a trarne un succo che non sfiguri troppo rispetto a  quello che, dal mutamento epocale dei commerci e del custome nella sua epoca, seppe trarre il signor Josiah Wedgwood, ceramista da Stoke-on-Trent ed inventore di un nuovo modo di rapportare arte e merce, estetica e produzione, bellezza e tornaconto, raffinatezza e sconvenienza, volgarizzazione dell’aulico e sublimazione del mediocre. In altre parole, la modernità.

 

WATTEAU E BALZAC, OVVERO DEL COMMERCIO COME NOBILE MISSIONE O COME BANCAROTTA DEI VALORI MORALI

“L’insegna di Gersaint”, destinata ad esser considerata una delle  opere più significative di Jean Antoine Watteau, in origine altro non è che un’immagine pubblicitaria, una tela di quasi tre metri di lunghezza destinata ad esser collocata sopra l’ingresso del negozio dell’amico Gersaint, mercante d’arte (in realtà, vi resterà solo quindici giorni, prima che il suo intrinseco valore artistico  la spinga inevitabilmente ad esser fagocitata proprio da quel mercato dei collezionisti d’arte che voleva promuovere, finendo, dopo vari passaggi di mano, nella collezione di Federico II di Prussia, nel palazzo berlinese di Charlottenburg, dove è tuttora). Siamo nel 1719, all’alba del marketing. Watteau spende la sua raffinata arte ed il suo celebre nome in favore di un commerciante, esaltandone la funzione sociale di divulgatore culturale in una tela che invita il passante ad entrare nel negozio per fruire di un nuovo modo di godere l’arte, fuori dalle chiese e dai palazzi nobiliari dove finora era stata relegata. Watteau vi colloca una trentina di quadri, dei più svariati generi (perfino dei nudi, a dimostrazione che Gersaint è aggiornato alle novità della moda) e formati (alla clientela dell’epoca, più che la singola opera, interessava vedere in anticipo come probabilmente si sarebbe andata a collocare tra le altre della collezione di quadri che ricopriva interamente le pareti del salone di casa), vi celebra un commerciante e divulgatore d’arte nell’esercizio delle sue funzioni, mentre, insieme ai collaboratori, dà nella scena di destra persuasivi chiarimenti ad una cliente, essa stessa oggetto di un nuovo tipo di processo creativo, avente ad oggetto un nuovo tipo umano, il collezionista borghese. Tutto finisce bene, come vediamo nella scena a sinistra, dove la cliente assiste soddisfatta all’impacchettamento del Luigi XIV appena acquistato, irriverente sberleffo di Watteau ad un’epoca ormai terminata (il Re Sole era morto quattro anni prima), ma anche segnale di un nuovo modo di promuovere arte, non più legato ai grandi mecenati regali, nobiliari ed ecclesiastici, essi stessi anzi ridotti ad oggetto di collezione, ma ad una classe di professionisti “tecnici” destinati a formare il gusto della clientela e, di conseguenza, gli orientamenti artistici (dovrebbe essere il contrario, ma il mercante d’arte vuole vendere e quindi deve andare sul sicuro).

Read more

Medicina e letteratura, breve storia di un lunghissimo amore

“Tra medicina e letteratura corse sempre amicizia”. (C.Dossi)

Quella tra medicina e letteratura è da secoli un’affinità elettiva tutt’altro che rara: già nell’antica Grecia Apollo viene identificato come divinità tutelare tanto delle arti quanto della medicina, e, nei secoli successivi, la letteratura pullula sia di autori che ebbero una formazione medica (quando non furono addirittura medici nel pieno esercizio della professione) sia di personaggi-medici o celebri pazienti letterari. Si tratta di due discipline apparentemente lontanissime l’una dall’altra, eppure da un lato la medicina mostra, nel rapporto con il paziente, aspetti intuitivi che la avvicinano all’arte, mentre dall’altro la letteratura si è spesso ispirata alla medicina quanto a immagini, contenuti, linguaggio. Read more

La Serenissima Repubblica di Venezia tra terra e mare(parte 1)

LA SERENISSIMA REPUBBLICA DI VENEZIA TRA TERRA E MARE (parte 1)

 

Nostra civitas non agricolturis inservit, sed navigiis potius et mercimoniis est intenta”(1)

“La nostra città non si preoccupa d’agricoltura, ma piuttosto rivolge i propri sforzi alla navigazione e ai commerci”.

 

Sono queste le parole con cui una delegazione di messi veneziani si rivolge a sua santità papa Innocenzo III, supplicandolo di concedere loro la possibilità di vendere determinati prodotti agli infedeli musulmani; commerci proibiti dalla stessa Chiesa pena la scomunica. Parole che risalgono all’anno di grazia 1198, quando il “regnum aquosum” di Venezia ha già sicuramente visto cambiamenti urbanistici significativi così come trasformazioni dal punto di vista sociale,politico ed economico. D’altro canto risulta fondamentale contestualizzare la contro risposta veneziana, mirata ad esaltare la potenza marittima della Serenissima per ottenere una precisa concessione dal papa. Esulando però da qualsiasi glorificazione, la delegazione veneziana tende a mettere in risalto solo ciò per cui Venezia sente di  essere nata: solcare (e dominare) i mari per creare relazioni commerciali da cui trarre guadagno. La navigazione e i commerci via mare sono indubbiamente il fattore fondamentale e preponderante dell’ascesa ed espansione della città lagunare ma sicuramente non l’unico. Read more

MEDIOEVO VERO O PRESUNTO TALE

 

MEDIOEVO VERO O PRESUNTO TALE

Che cosa è il medioevo? Dando per scontato che solo una semplificazione assai svilente potrebbe costringere l’idea di medioevo entro i limiti ristretti di una pura periodizzazione manualistica, occorre ammettere che, a latere della realtà indagata dalla ricerca storiografica, esiste nella mentalità comune un “medioevo mai esistito”, cioè un luogo e un tempo (o, sarebbe meglio dire, un non-luogo e un non-tempo) scaturiti dall’immaginario collettivo degli ultimi cinque secoli.

Come ciò sia potuto accadere, lo si comprende alla luce della natura stessa dell’epoca in questione. Il medioevo, per le sue caratteristiche intrinseche, è stato ed è tuttora una poderosa fucina di luoghi comuni: come parte preponderante della storia e dell’identità della civiltà europea, esso costituisce infatti un elemento fortemente rappresentativo, evocativo e fecondo di immaginario, un immaginario pregno di stereotipi che – pur germogliati da una matrice storica, sociale e antropologica e perciò connotati alla nascita da una dose di verità – veicolano un contenuto di forzatura e di mistificazione talmente predominante e significativo da non poter essere eliminato dalla coscienza collettiva; inoltre, tutta la cultura europea ha usato e continua ad usare il medioevo come contenitore di luoghi comuni e di equivoci, dettati non da semplice ignoranza ma da vere e proprie categorie mentali, in virtù delle quali sono nati, si sono diffusi e – nonostante le smentite della storiografia –  sopravvivono indisturbati i principali miti sulla storia medievale.

Read more

Il “Piano Madagascar” di Adolf Hitler

1
Madagascar, baia di Nosy Be

Il “Piano Madagascar” di Adolf Hitler

 

C I M I T E R O   C O N    V I S T A

Bel posto il Madagascar. Un po’ fuori mano, per la verità. Però ci si capita. Magari quasi per caso, come forse accadde ai suoi primi colonizzatori, arrivati dall’Indonesia forse 1500 anni fa. O come ultima chance, come accadde a quei pirati dei Caraibi che, braccati dalle flotte “normalizzatrici” delle stesse potenze europee che fino a pochi anni prima non si erano vergognate di arruolarli come corsari, a fine XVII secolo, ostinati nel non voler rinunciare al proprio modello di vita, vi diedero vita a quell’autunno dorato della filibusta che fu l’utopica repubblica anarchico-democratica di Libertalia (e poco importa che essa stessa forse sia stata solo il frutto della fantasia di qualche successivo pensatore giacobino desideroso di proiettare nel passato il suo presente non realizzato). Oppure ancora come accadde a quei marinai russi tra le cui tombe, nel cimitero della cittadina oggi turistica di Nosy Be, isola al largo della costa nord-ovest del Madagascar, stavo passeggiando qualche settimana fa, pensando al loro assurdo destino. In rotta, nel gennaio del 1905, con la flotta dell’ammiraglio Rodvestzenskij, verso il disastro di Tsushima, furono lasciati indietro, a custodire quelli, tra i “ferri da stiro” della flotta russa, per i quali la sosta di rifornimento nella baia di Nosy Be, gentilmente concessa dalla Francia, fu l’imprevista ultima tappa del viaggio consentita dalla vetustà delle macchine, e poi lasciati lì a marcire nelle febbri malariche dei tropici, in quanto l’autobus che li avrebbe dovuti riportare a casa non fece più ritorno dai mari orientali, e nessun altro fu inviato dalla madre patria a soccorrere quei suoi figli che troppo le ricordavano il disastro rimediato contro la flotta nipponica.

O come invece non accadde agli Ebrei d’Europa, per i quali, se la storia avesse fatto altri giri, il Madagascar sarebbe potuto essere un’alternativa tutto sommato abbastanza gradevole rispetto ai campi di sterminio a cui la follia di un regime e di un popolo si accingeva a destinarli. Sempre che l’alternativa immaginata non fosse essa stessa, fin dal principio, nient’altro che un ulteriore effetto collaterale, privo di qualsiasi potenziale realizzativo, della stessa follia che aveva deciso che essi dovevano liberare della loro presenza l’Europa, in una maniera o in un’altra. Raccontare la storia del “piano Madagascar”, come possibile Endlösung del problema ebraico, può esser utile a capire, partendo da una sua improbabile messa in scena tropicale, quale teatro dell’assurdo dominasse le menti della strampalata conventicola che governava la Germania nazista.

Read more

Il dibattito sulle origini del Risorgimento nella storiografia italiana tra fascismo ed antifascismo

Allegoria_italia_post1861
Allegoria dei primi anni ’60 dell’Ottocento. L’Italia indica a Vittorio Emanuele II i suoi nemici (papa, clero, aristocratici, briganti filoborbonici), che nascono da un ambiguo Napoleone III, mentre Garibaldi “ozia” a Caprera.

Il dibattito sulle origini del Risorgimento nella storiografia italiana tra fascismo ed antifascismo

Definire gli inizi del Risorgimento significa definirne l’essenza stessa, quindi provare a spiegare cos’è l’Italia, sua scaturigine, per cui non desta meraviglia il fatto che la svolta essenziale nel dibattito storiografico sul Risorgimento si sia avuta tra gli anni ’30 e ’40, in una fase storica in cui prima il “modellamento” dell’Italia da parte del fascismo, poi la reazione ad esso da parte dell’antifascismo, rendevano tutt’altro che politicamente neutra la questione.

Il Risorgimento, termine storiografico che indica il movimento che ebbe come fine la libertà politica, l’indipendenza politica e l’unità d’Italia, ed il periodo di tempo in cui si sviluppò,  è UN rinascimento, ma non è IL Rinascimento, ché altrimenti, data l’omogeneità semantica dei due termini, si sarebbe utilizzato lo stesso termine per definirlo come reviviscenza di qualcosa del passato. Read more