MEDIOEVO E LAVORO

La storia linguistica testimonia la dualità che interessa la concezione di lavoro per tutto il millennio medievale, e ciò a partire dai due termini che lo designano: opus e labor. Opus (l’opera) identifica il lavoro creativo, quasi un’imitazione del lavoro divino di creazione del mondo e dell’uomo; al contrario labor (la fatica) è il lavoro laborioso, e perciò collocato sul versante della colpa e della penitenza: in inglese la parola labor indica tuttora il travaglio del parto, cioè la punizione inflitta da Dio ad Eva per punirne la disobbedienza; lo stesso travaglio nella lingua italiana deve le sue origini al tardo latino tripalium, un congegno a tre pali usato per ferrare gli animali indocili, divenuto un modo corrente per designare uno strumento di tortura. D’altronde, anche Adamo viene punito da Dio proprio con la fatica: da creatura posta a custodia del giardino dell’Eden, l’uomo peccatore viene catapuatato sulla Terra, ove è condannato a procacciarsi il cibo col proprio lavoro e col sudore della fronte.

Sia per questa concezione espressa dalla Genesi, sia per il forte retaggio del mondo greco e romano – con la separazione tra schiavi che coltivano la terra e padroni che coltivano l’otium cum dignitate, cioè la vita ritirata e dignitosa – anche tra le mura del chiostro si instaura una netta separazione tra ecclesiastici di rango superiore, figli dell’aristocrazia feudale e dediti alla vera vita monastica, e  fratelli laici o conversi, cioè religiosi di rango minore impegnati ad assicurare la sussistenza della comunità monastica attraverso il lavoro manuale.

Col trascorrere dei secoli il lavoro è valorizzato, incoraggiato, giustificato, nel bene come nel male. I mestieri del Medioevo infatti non sfuggono mai all’oscillazione tra valorizzazione e deprezzamento: i tabù di sesso, sangue e denaro separano i mestieri autorizzati dalle professioni illecite; tuttavia, a partire dal secolo XI si compie una rivoluzione mentale, che giungerà a compimento nel XIII: per un verso, i vagabondi vengono allontanati oppure costretti al lavoro forzato; per l’ altro, i mestieri vili o illeciti – sino a quel momento vietati ai chierici e sconsigliati ai laici – vengono riabilitati: è il caso di quelli che comportino spargimento di sangue, come i chirurghi o i macellai, oppure quelli in cui sia inevitabile il contatto con la sporcizia, come i tintori o i lavandai, oppure che prevedano la frequentazione di stranieri, come il lavoro dei locandieri, sospettati peraltro di ospitare prostitute. Solo la prostituzione, punta estrema della concupiscenza, e i giochi di prestigio, archetipo di una pratica gestuale assimilata alla possessione demoniaca, rimarranno in teoria vietati nel Duecento.

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Tutto ciò avviene grazie alla Rinascenza del XII secolo che, al di là del ritorno ai classici dell’antichità, ripristina una concezione dell’uomo creato ad immagine di Dio: l’uomo che lavora è ora concepito come cooperatore del divino più che come peccatore; tuttavia la divisione del lavoro permane, a vantaggio di una classe di possidenti che inchioda il contadino alla terra e lo relega all’attrezzo.

La risposta a tale condanna alle occupazioni servili si troverà, ancora una volta, nell’immaginario medievale, che, dal Paese di Cuccagna al Roman de la rose, risusciterà l’età dell’oro e l’ideale dell’indolenza. Immaginario, ma anche tendenze rivoluzionarie, quando un predicatore, fautore della rivolta dei contadini nell’Inghilterra del Trecento dichiarerà: «Quando Adamo vangava ed Eva filava, dov’era il gentiluomo?». Un modo per rifiutare la gerarchia sociale, e dedurne che la condizione umana si basa sul lavoro, cui la nobiltà si è sottratta. A proprio enorme profitto.

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