Storia della tortura e alcuni esempi di “macchine medievali”.

Le torture non sono solo quelle fisiche, le quali oggi giorno vengono sfruttate solamente in certi stati, ma esistono anche quelle psicologiche. Oggi grazie al marchese De Sade nell’immaginario collettivo le torture hanno in parte perso il loro carattere di terrore e vengono legate maggiormente a esperienze devianti in ambito sessuale.

La tortura, in senso letterale, in greco antico torquēre, comprende la torsione delle membra, un riferimento al barbaro tormento corporale che si infliggeva sin dal Medioevo all’imputato perché confessasse delitti o complici. Nei periodi più oscuri dell’esperienza umana si giunse a torturare i testimoni di crimini o delitti come metodo anti omertà.

Per quanto riguarda le torture fisiche le varie tipologie comprendono: abbagliamento, abbacinamento, aggressione fisica, assordamento, bollitura a morte, bruciatura o marchiatura a fuoco, castrazione, crocefissione, flagellazione, fustigazione, impalamento, mazzolatura, molestia sessuale compreso lo stupro, mutilazione, privazione del sonno, scorticamento, soffocamento, solletico, tortura dell’acqua e tratti di corda per slogare le articolazioni.
Le torture psicologiche, invece, prevedono come metodi: deprivazioni sensoriali, isolamento, terrore psicologico mediante l’uso di oggetti fobici o insetti e umiliazione.
Molti degli strumenti che vengono in mente a tutti quando si parla di tortura rappresentano gli strumenti di tortura più noti e crudeli di tutti i secoli come: l’argano della strega, l’elettroshock, la forca, la frusta, la gabbia sospesa, la gogna, la maschera di ferro, la mordacchia, le varie pere, il supplizio della ruota e la Vergine di Norimberga. Non tutte queste torture però sono legate al secolo che immaginiamo, infatti, alcune di queste torture derivano dalla scienza post rinascimentale, dalla letteratura ottocentesca o ancora dalla rielaborazione di macchine da tortura nel corso dei secoli.

Il primo testo in cui troviamo un chiaro riferimento e una sorta di spiegazione per la tortura è Dei delitti e delle pene (1764) di Cesare Beccaria il quale appronta un intero argomento proprio a questo argomento: <<una crudeltà consacrata dall’uso nella maggior parte delle nazioni è la tortura del reo mentre si forma il processo, o per costringerlo a confessare un delitto, o per le contradizioni nelle quali incorre, o per la scoperta di complici, o per non so quale metafisica ed incomprensibile purgazione d’infamia, o finalmente per altri delitti di cui potrebbe esser reo, ma dei quali non è accusato>>. (XVI capitolo – Della Tortura)
In antico tortura nella sua accezione latina si ritrova solo in epoca tarda. Ciò nonostante è ampiamente documentato in testi come “Glossarium mediae et infamae latinitatis” di Du Cange.

In antichità i primi casi di tortura vennero perpetrati ai danni degli schiavi, in quanto si pensava che fosse l’unico modo possibile per estorcere loro le informazioni necessarie. Lo schiavo, infatti veniva considerato nient’altro che uno strumento dotato di anima che risponde con il proprio corpo nel momento in cui deve rendere conto all’autorità. Successivamente la tortura in ambito greco venne sfruttata per compiere le condanne a morte per gli schiavi o gli stranieri. Per i liberi cittadini si prevedevano applicazioni della condanna più rispettose del corpo umano, come l’avvelenamento.

La crocifissione nacque in Oriente in forma molto più grezza. Si trattava comunque di una condanna a morte e viene attestata da Erodoto nelle sue Storie, VII, 33.
Anche la marchiatura a fuoco, con ferro rovente, deriva dall’antico, in preciso è attestata da Plutarco nel suo Pericle, XXVI, durante la guerra tra Atene e Samo. (I Sami marchiarono gli Ateniesi catturati con il simbolo delle “samene”, ossia delle loro imbarcazioni e gli Ateniesi marchiavano con la civetta). Erodoto nelle Storie (VII, 35) riporta il caso in cui Serse fece diventare, all’Ellesponto, la marchiatura una cerimonia rituale.

Nel mondo romano, in età repubblicana, la tortura era riservata a schiavi e stranieri ma era proibita per i cittadini romani. In età imperiale la “Lex Iulia” cominciò ad ammettere la tortura per i cittadini romani nei casi di lesa maestà e anche per i testimoni contro l’omertà.

Nel corso dei secoli le torture più lunghe e crudeli vennero sempre eseguite sugli oppositori politici o per i recidivi. La tortura esibita sulla pubblica piazza fungeva come in epoca antica da monito e intrattenimento per il pubblico o come si sarebbe detto in epoca antica come una sorta di katarsi dei sensi per gli spettatori che davanti a uno spettacolo tanto crudele, che deriva dalle tragedie greche, lascino sfogare tutti i sentimenti e le frustrazioni e possano tornare a casa a sera inoltrata con uno stato d’animo pacato e la consapevolezza ritrovata di quali gesti siano ingiusti e portino alla morte. Per tutto il medioevo e l’età moderna il carcere non venne mai inteso come un luogo della punizione e redenzione, funzione che invece veniva attribuita alla pubblica piazza negli spazi adibiti alla tortura. Quando gli storici si trovano davanti in archivio molte testimonianze di casi con l’uso della tortura bisogna ricordare che fino all’epoca finale dei dogi rimase in auge la consuetudine di confiscare i beni del condannato e ripartirli tra gli accusatori e i giudici del processo. Ho i citato i dogi soprattutto per ricordare come in certi Stati, nel corso dell’epoca moderna, si decise di sistemare delle cassette vicine ai palazzi signorili in cui potevano essere inserite delle accuse anonime.

La prima e ultima volta in cui il diritto antico e medievale si espresse contro la tortura fu nel 1311, nella sentenza contro i cavalieri Templari dell’Italia settentrionale, emessa da Rinaldo da Concorezzo il vescovo di Ravenna. Questo però rimase un unicum. Nel 1740 Re Federico II di Prussia fu il primo a vietare l’uso della tortura. L’Europa seguì, per la maggior parte, il suo esempio nei primi decenni del 1800.

In ambito cristiano la tortura fu introdotta da Papa Innocenzo IV nella bolla Ad extirpanda nel 1252, durante il periodo dell’Inquisizione. Non si trattava più di un metodo per eseguire condanne a morte ma solo per estorcere confessioni. La Chiesa cattolica non desiderava spargimenti di sangue e quindi le torture che vennero utilizzate riguardarono soprattutto la torsione delle membra o lo stiramento fino allo slogamento degli arti. Solo in rarissimi casi il vescovo locale o la Santa Sede potevano autorizzare torture più invasive o la rottura sistematica delle ossa. Le pene più note, come ad esempio il rogo, erano usate solo in caso di eretici che avessero propagandato dottrine non ortodosse, senza poi pubblicamente pentirsi e ritrattare. È da ricordare che la maggior parte delle streghe perseguite non furono né torturate né condannate dalle autorità ecclesiastiche bensì dalle autorità civili, soprattutto tedesche.

Di seguito potrete vedere un piccolo excursus delle macchine da tortura di epoca medievale più note e riprodotte.

Rullo: la nostra versione del rullo è leggermente semplificata, infatti abbiamo costruito un letto fatto con assi di legno a cui sono stati aggiunti allo scopo ad una estremità dei fermi in ferro e dall’altra un argano con le corde da legare ai polsi. Le versioni più elaborate di questa macchina da tortura prevedevano due argani, uno per tirare le caviglie e uno per tirare i polsi, azionati anche con pedali. Di norma il rullo è usato soprattutto come deterrente per gli altri prigionieri che venivano costretti ad assistere alla tortura.

rullo

Culla di Giuda: si tratta di una tortura leggermene meno crudele dell’impalamento ma che segue lo stesso principio. Oltre al dolore, alla possibilità di morire questa macchina da tortura serviva anche a umiliare il prigioniero, in quanto esso veniva calato dall’alto sul macchinario con delle funi completamente nudo. L’effetto era quello di allungare e allargare orifizi come ano e vagina. In caso si volesse provocare la morte con questo strumento vi erano due possibilità, ossia o lasciare la vittima per giorni sulla macchina oppure legare alle caviglie dei pesi che accelerassero il processo. Ricordiamoci che nel medioevo la pulizia non era esattamente una priorità delle persone figuriamoci il lavaggio dei macchinari da tortura. Non era quindi un’eventualità remota poter contrarre infezioni su questo tipo di macchinari.

culla

Cavallina spagnola: è anche nota come cavallo di legno, pony di legno o asino spagnolo. Esistono di conseguenza almeno tre varianti del dispositivo, ma principio e spesso anche design sono identici. Il condannato veniva posto a cavalcioni sul macchinario e poi gli venivano legati dei pesi alle caviglie in modo che il corpo si separasse in due parti.

cavallo

Sedia chiodata: si tratta di una scomodissima sedia in legno irta di chiodi con sotto un fuoco acceso.
sedia

Tenaglia: venivano utilizzate arroventate per strappare all’occorrenza denti, unghie, dita e seni.

tenaglie

Garrotta: si tratta di un palo con un anello di ferro collegato, oggi dalle associazioni storiche modificato in un palo di ferro con seduta e un punteruolo. Il sistema di tortura rimane pressoché identico le differenze sono essenzialmente la posizione del condannato da in piedi a seduta e il fatto che l’anello veniva progressivamente stretto fino a rompere le vertebre e provocare il soffocamento mentre il punteruolo penetrando nella carotide faceva morire per soffocamento e dissanguamento.

garrota

Maschera d’infamia: questa maschera è in grado di infliggere due tipologie di tortura nello stesso momento, ossia sia quella psicologica che quella fisica. Come è possibile vedere indossandola ci si rendeva ridicoli e grotteschi davanti al pubblico e allo stesso tempo provocava dolori tremendi visto che stringeva la testa, pesava ed è, per materiale, soggetta a rapidi sbalzi di calore. Non di rado all’interno, all’altezza della bocca, veniva inserita una pallina che impediva al mal capitato di urlare.

maschera infamia

Infine la gogna, in passato, non era esattamente come la conosciamo oggi, o meglio non solamente in questo modo. Nel pieno periodo medievale, infatti consisteva solo di un collare di ferro fissato ad un palo per mezzo di una catena. La gogna con il palo venne descritto da Duride di Samo che venne ripreso nel Pericle (XXVIII) di Plutarco quando tratta della guerra tra Atene e Samo quando Pericle vinse nel 439 e <<fece portare nella piazza di Mileto i Trierarchi e i marinai di Samo, li fece legare a dei pali per dieci giorni e, quando erano ormai in condizioni miserevoli, diede ordine di ammazzarli a bastonate in testa>>. Quando alla gogna si applicò una tavola si ottenne uno strumento di tortura leggermente diverso da quello che si trova comunemente nelle rievocazioni storiche o in certi musei sull’argomento. Si trattava di tavole con cinque ceppi in modo da bloccare testa, braccia e gambe. Questo strumento ci viene riportato da Aristofane nelle sue commedie “Tesmoforiazuse” e “Le rane”. Dopo queste prime attestazioni la gogna sembra scomparire dai testi sino all’ 820 d.C. quando viene menzionata nell’Utrecht Psalter. Daniel Defoe nel 1703 fu l’unico letterato a comporre un ode sull’argomento: “Inno alla gogna”.
Le gogne venivano allestite nelle piazze dei mercati o lungo gli incroci delle vie principali e vennero utilizzate per detenere criminali di scarsa importanza. Al malfattore veniva anche attaccato al collo un cartello con sopra scritte le colpe di cui si era macchiato e la relativa pena. Normalmente i condannati dovevano scontare solo poche ore o al massimo qualche giorno. Contro il colpevole il popolo era libero di lanciare sterco, sassi, che lo si ustionasse oppure tagliasse e che quelle lacerazioni venissero poi coperte con il sale. La punizione più lieve che il popolo potesse infliggergli sicuramente era il solletico.

gogna

 

Giada Tedaldi.

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