Una bestia che parla?

L’espressione che titola queste righe è la definizione di se stessa che Anna Maria Ortese (1914-1998) ci lascia in una delle sue ultime opere, “Corpo celeste” (1997).
Infatti, questa autrice si è sempre sentita diversa dai canoni e autori suoi contemporanei, ed ha sempre cercato una sua lingua, una sua misura, dando voce a chi, nel secondo novecento, non aveva diritti: si avvicina più volte al mondo femminile e a realtà degradate, come quella della Napoli del secondo dopoguerra ne “Il mare non bagna Napoli” (1953).

L’Ortese si avvicina anche ai temi della decolonizzazione e dell’eco-criticism, nati negli anni ’50-60, con il progressivo indebolimento dell’Europa colonizzatrice (a causa delle guerre mondiali) e il conseguente rafforzamento dei territori colonizzati (che maturano una propria coscienza ed identità), con un’opera fondamentale chiamata “L’iguana” (1965).

In questo libro, un clamoroso insuccesso di vendite, la scrittrice ci racconta di un conte milanese, chiamato da tutti Daddo, che si mette in viaggio per i mari alla ricerca di storie interessanti per scrivere nuovi libri e ravvivare il mondo editoriale milanese (chiara è quindi la critica a quest’ultimo, ormai privo di talenti).

Nel suo viaggio, Daddo arriva in un’isola sperduta dove incontra un marchese e tutti i suoi servi, fra cui la donna-iguana Estrellita, ridotta in condizioni di vera e propria schiavitù, simbolo di un mondo primitivo ed esotico che la società occidentale stava e sta tutt’ora devastando.

Appena vede la creatura, Daddo inizia a provare per lei una sorta di amore misto a pietà, e le regala quindi una sciarpa d’oro; l’iguana, nel suo farfugliare animalesco, riesce solo a rispondere con un timido “nao para min” (“non per me”): cosa può farsene una serva di una sciarpa d’oro, quando soffre la fame e la fatica della sua condizione? Daddo continuerà a tentare di ridare una dignità alla donna, ma finirà per morire in un estremo tentativo di farla fuggire dall’isola e portarla con sé a Milano.

Daddo ed Estrellita sono quindi le immagini allegoriche del comportamento umano comune di questi due “mondi separati”: il primo offre la tipica “fumosa pietà” del Nord del mondo alla seconda, che vive il “concreto dolore” del Sud del mondo.

Fin troppo chiare sono qui le critiche che la Ortese fa al mondo occidentale, che nei secoli ha colonizzato grandi aree del mondo, sfruttandone le risorse umane e naturali, e lasciando questi territori privi di strutture sociali ed economiche; essa si è poi accorta del problema, ma solo in anni davvero recenti ha programmato operazioni di una certa importanza: non ci si deve stupire quindi che questo libro, a quei tempi, sia rimasto inascoltato.

Riccardo Santarelli

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