La scultura greca e il falso mito del “non colore”

(di Chiara Sampaolesi)

Il falso mito secondo cui le statue greche fossero prive di colori e brillassero di un bianco luminoso e puro ha origine nel Rinascimento ed è stata successivamente rafforzata da teorie di studiosi del calibro di Winkelmann, il quale, ad esempio, sosteneva l’importanza del colore bianco del marmo pario per esaltare le forme e i volumi attraverso la luce.

Tuttavia studi più recenti – nonchè la rilettura di fonti antiche quali Plinio il Vecchio, Pseudo Aristotele, Teofrasto o Vitruvio che forniscono descrizioni dettagliate su materie prime, procedimenti e tecniche di preparazione delle sostanze coloranti – hanno dimostrato che tutte le sculture greche e gli stessi edifici cerimoniali erano dipinte con colori brillanti e vivaci; ovviamente con il trascorrere dei secoli il colore, esposto al sole e alle intemperie, si è via via schiarito fino a sparire del tutto, per via del carattere organico dei pigmenti utilizzati: quelli più adoperati, estratti da elementi di origine minerale, vegetale e animale, erano il rosso, il giallo, l’azzurro e il bianco, con tutte le sfumature ottenute dalla loro mescolanza.

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KORE PHRASIKLEIA, particolare della superficie in cui è ancora visibile traccia del colore originario

In particolare dal 1982 un’équipe internazionale di specialisti, guidata dal direttore della Collezione di Antichità del Museo di Monaco di Baviera, ha iniziato ad analizzare molte opere d’arte attraverso l’utilizzo di sofisticate tecniche di luce ultravioletta, facendo apparire ciò che resta dei pigmenti, finora invisibile all’occhio umano, e permettendo quindi di fare ipotesi concrete sulle cromie originali.

Questo è il risultato di una ricostruzione.

KORE PHRASIKLEIA, Museo Archeologico Nazionale di Atene
KORE PHRASIKLEIA (Museo Archeologico Nazionale di Atene)
Ricostruzione di Kore Phrasikleia
KORE PHRASIKLEIA, ricostruzione
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One thought on “La scultura greca e il falso mito del “non colore”

  • Barrueco in portoghese arcaico indica un oggetto di buon valore materiale intrinseco, ma fatto male, in origine esattamente definiva le perle di scarto perché, pur dello stesso valore intrinseco delle perle normali, a causa della forma sfericamente irregolare finivano con l’ essere inutilizzabili e prive di qualsiasi valore estetico. L’intercambiabilità, nelle lingue ispaniche, della b e della v, lascia immaginare un etimo analogo al nostro verruca, usato, in senso ancor più spregiativo, per indicare una superfetazione corporea vagamente circolare ed assolutamente antiestetica. Altrettanto noto l’etimo spregiativo, nel senso di “barbarico, rozzo, incolto”, del termine “gotico”.
    Sia nel Rinascimento che nel periodo neoclassico, ogni volta che si è voluta una rivoluzione culturale che facesse dell’arte qualcosa di più intellettualmente sofisticato, in cui il gusto delle masse dovesse esser portato al livello della pura creazione dell’artista, e non, viceversa, il talento dell’artista dovesse sentirsi vincolato dalla necessità di venire incontro, semplificando le proprie forme espressive, alla capacità interpretativa delle masse, in tutti questi casi, dicevo, si è cercato un padre nobile in un buon tempo antico, in realtà mai esistito, fatto di purezza creativa, nobile semplicità di forme e colori, chiarezza espressiva e coerenza estetica con modelli immutabili al di là del trascorrere dei secoli e dei gusti popolari, lontano dalle facili pacchianerie inventate per compiacere il gusto degli incolti. Un’arte pura e per iniziati, appunto, quanto mai lontana dal milieu culturale del tardo Medio Evo, quando le modalità di erezione delle grandi cattedrali gotiche erano materia di discussione dei giorni di fiera, aperta a tutti i cittadini, colti o incolti, architetti o pescivendoli che fossero. Lontanissima anche dal barocco posttridentino, voluto, nella sua apparente semplicità espressiva, proprio per “agganciare” le masse incolte all’arte e, per suo tramite, alla religione. Arte per l’arte, solidamente fondata nel passato classico, sostanzialmente, era l’ idea estetica di base del Rinascimento e del Neoclassicismo, ma anche delle avanguardie del Novecento contrapposte al figurativismo “borghese” dell’Ottocento. Si pensi, ad esempio, al recupero, proclamato a chiare lettere, da parte del cubismo, della linearità e solidità formale classica nella costruzione figurativa, o, da parte della pittura metafisica, della pulita semplicità classica nella disposizione di oggetti e figure nello spazio, con ampi spazi vuoti lasciati al vagare dello sguardo e del pensiero tra un oggetto e l’altro, sulla scia dell’arte prospettica rinascimentale ed in opposizione all’horror vacui medievale o barocco.
    Peccato però che tutto fosse basato su una errata interpretazione dell’arte greco-romana, la cui vera natura, funzionale al gusto estetico popolare e non alla soddisfazione di esigenze intellettualistiche astratte, se capita, avrebbe fatto rabbrividire di ribrezzo Winkelmann. L’Atene di Pericle e la Roma di Adriano erano splendidamente pacchiane e barocche, e, se da tutto ciò può trarsi un insegnamento, è che la vera arte è sempre stata popolaresca. Il Rinascimento ha funzionato finché è stato, pur nella riscoperta del classico, aderente al gusto popolare, quando se ne è allontanato, col manierismo, per percorrere sentieri figurativi astratti, pur attingendo esiti a volte straordinari, nel disegno (si pensi a El Greco) o nel colore (si pensi al Pontormo o al Rosso Fiorentino), ha poi avuto bisogno, perché l’arte non morisse in astrattismi ideologici, di un sano ritorno al reale, nei suoi aspetti “migliori” (Annibale Carracci) o “peggiori” (Caravaggio), riscoprendo la reale, intima, essenza della persona (Rembrandt) e della sua collocazione domestica (Vermeer). Non a caso, tutti artisti i cui capolavori non possono non stimolare sensazioni forti anche nell’osservatore incolto.
    Né è casuale che proprio il Neoclassicismo, tra tutte le correnti artistiche succedutesi nei secoli, essendo quella nata quasi esclusivamente su basi ideologiche (a differenza del Rinascimento, dove, come si è detto, l’elaborazione ideologica, per gran parte del suo corso, nobilita, senza disprezzarlo, il gusto popolare), ha finito anche, forse, con l’essere quella che meno ha lasciato il segno nelle correnti artistiche successive, nate o in opposizione al classico (si pensi a tanta parte del Romanticismo artistico o all’art nouveau o jugendstil o liberty che dir si voglia), o che, quando hanno voluto richiamarsi al classico, hanno preferito saltare a pié pari il neoclassico per risalire direttamente all’interpretazione datane dal Rinascomento, comunque in parte errata, ma sicuramente più viva.
    Tutto ciò con buona pace proprio di chi, come Winkelmann e Mengs, pensava di aver scoperto il volto immortale dell’arte.

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