La rivolta dei Boxer: lotta impari tra contadini e soldati professionisti

(di Edoardo Nespeca)

L’ingerenza straniera in Cina alla fine dell’Ottocento era divenuta così opprimente da alimentari forti malcontenti tra la popolazione locale, soprattutto tra i contadini, stanchi della continua violazione dei propri valori e degli sfruttamenti esercitati dai paesi colonizzatori (in primis Russia, Germania, Inghilterra e Giappone), che facevano a gara per accaparrarsi zone d’influenza, concessioni territoriali, miniere e appalti per la costruzione delle ferrovie.

Un gruppo di Boxer
Un gruppo di Boxer

Negli anni precedenti, la potenza cinese si era andata sgretolandosi sempre più con la guerra dell’oppio e la rivolta dei Taiping, così ora l’imperatrice vedova Cixi (della dinastia Qing) si dimostrava incapace di opporre resistenza alle mire coloniali straniere.

“questi missionari stranieri, i cattolici soprattutto, mentre facevano costruire chiese si impadronivano di terre, minacciavano i funzionari locali, s’ingerivano nell’amministrazione, intervenivano nello svolgimento dei processi, raccoglievano vagabondi e ne facevano dei «convertiti», di cui si servivano per opprimere le masse. Un tal modo di agire non poteva che provocare l’indignazione del popolo cinese.” (C. Po-tsan, S. Hsun-cheng e H. Hua, Storia della Cina antica e moderna, Editori Riuniti, Roma 1960, pagina 117)

Soldati Boxer
Soldati Boxer

Così alla fine dell’800, in Cina, si andarono formando numerose associazioni segrete. Particolare seguito ottenne la “Società del Pugilato Giusto e Armonioso” (Yihequan), conosciuta in Europa come “Boxer”: i Boxer rifiutavano l’uso delle armi da fuoco, ma praticavano il pugilato e le arti marziali come disciplina per poter affrontare il nemico, convinti che i loro amuleti e la boxe li avrebbero resi invincibili alle pallottole.

Il movimento era, agli inizi, fortemente nazionalista e contrario alla dinastia regnante, i Qing mancesi. Esso si estese rapidamente, con sanguinose aggressioni ai missionari e ai convertiti, dall’originario Shandong sino alla capitale Pechino, ove il governo imperiale cercò di deviarne la violenza contro gli stranieri in generale, con l’assedio delle legazioni e la dichiarazione di guerra (21 giugno 1900) alle potenze straniere che dal canto loro avevano già occupato i forti di Dagu nei pressi di Tianjin.

Il corpo di spedizione internazionale (definito “L’alleanza delle otto nazioni”) inviato subito in Cina al comando del generale tedesco von Waldersee e in cui era presente anche un contingente italiano, ebbe rapidamente il sopravvento sulle truppe cinesi e le bande dei boxer. Entrato in Pechino si abbandonò a feroci quanto indiscriminati massacri e devastazioni (compreso l’incendio del palazzo imperiale) con la distruzione o la dispersione di un vastissimo patrimonio culturale e artistico.

Il tenente medico italiano M. Benvenuti, che prese parte alla spedizione, scrisse una poesia molto eloquente circa le pratiche diffuse tra gli invasori:

«Se vogliamo confessarci
andiam dal bonzo nella pagoda.
Se non troviamo nulla da razziare
noi gli rubiamo i cristi sull’altare.
Ciascuno è convinto di far la sua parte
seguendo un istinto: l’amore per l’arte.»

(Messerotti Benvenuti, Un italiano nella Cina dei boxer. Lettere e fotografie, 1900-1901, a cura di N. Labanca, Associazione Giuseppe Panini Archivi Modenesi, Modena 2000, pagina 56)

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