Tommie Smith: un pugno chiuso, una questione ancora aperta

(di Edoardo Nespeca)

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Città del Messico, 16 Ottobre 1968. Si disputano le Olimpiadi e Tommie Smith stabilisce il nuovo record sui 200 metri piani con lo straordinario tempo di 19”83′ (un record infranto solo 11 anni dopo da Piero Mennea).

Il 1968 era stato un anno molto particolare, con la morte di Martin Luther King. L’Olimpic Project for Human Rights (OPHR) cerca di portare avanti le sue idee. L’obiettivo finale è boicottare le Olimpiadi: “Perchè correre in Messico per poi strisciare a casa?”.

Tutti gli atleti di colore iscritti al movimento vogliono seguire le orme del loro ispiratore: disobbedienza civile. Protestare in modo non violento per far riconoscere i propri diritti basilari. Il boicottaggio delle Olimpiadi, però, non è praticabile, dunque il piano diventa portare una coccarda sulle uniformi ed essere liberi di protestare nella maniera che si preferisce.

Tommie Smith e il suo connazionale John Carlos (terzo classificato) si presentano sul podio scalzi (simbolo di povertà) e indossando un guanto nero (simbolo dei Black Power); non appena inizia l’inno statunitense i due atleti alzano il pugno e abbassano lo sguardo, lontano dalla bandiera a stelle e strisce. Sapevano che quel gesto sarebbe stato inaccettabile per molti poteri forti ed erano consapevoli che una volta scesi dai gradini del podio, la loro carriera sarebbe finita.

Perché allora quel gesto? Forse per ricordare alla gente che tra l’apartheid dei bianchi, la repressione dei dittatori sudamericani e le leggi sulla purezza della specie non c’è differenza. Tutte umiliano la dignità umana.

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