La presunzione degli uomini secondo Montaigne

(di Edoardo Nespeca)

Montaigne415All’interno del vasto panorama filosofico rinascimentale, riveste una particolare importanza il pensiero di Michel de Montaigne (1553-1592). I Saggi (1580), la sua opera più celebre, sono una tappa fondamentale di quel processo di rivalutazione dell’uomo caratteristico dell’epoca umanistica.

Nella sezione dei Saggi intitolata Apologia di Raimondo Sebond, Montaigne mostra un’idea di uomo del tutto differente da quella comune e più diffusa nel Rinascimento, esposta da Pico della Mirandola nel Dialogo sulla dignità dell’uomo. Il filosofo francese descrive l’essere umano come una «creatura miserabile e infelice», anticipando le teorie moderne che presto interverranno a ridimensionare, se non abbattere totalmente, l’antropocentrismo umanistico.

“Consideriamo dunque per il momento l’uomo solo, senza soccorsi esterni, armato solamente delle proprie armi e sfornito della grazia e della rivelazione divina, che sono tutto il suo onore, la sua forza, il fondamento del suo stesso essere. Vediamo quanta stabilità ha, con questo bell’equipaggiamento. Mi faccia capire, con la forza del suo discorso, su quali fondamenti ha costruito i grandi vantaggi che pensa di avere rispetto alle altre creature. Chi lo ha persuaso che questa meravigliosa oscillazione della volta celeste, la luce eterna di queste fiaccole che ruotano tanto fieramente sopra il suo capo, i movimenti spaventosi di questo mare infinito siano stati creati e siano continuati per tanti secoli per la sua comodità, e per servire a lui? È possibile immaginare qualcosa di tanto ridicolo quanto il fatto che questa creatura miserabile e infelice, che non è neppur signora di se stessa, esposta alle offese di tutte le cose, si dica padrona e regina dell’universo, del quale non è in suo potere conoscere la più piccola parte, e tanto meno comandarla? […]

La presunzione è la nostra malattia naturale e originale. Tra tutte le creature l’uomo è la più fragile e la più soggetta alle calamità; nello stesso tempo è la più orgogliosa. Egli si sente e si vede situato qui, tra la melma e lo sterco del mondo, legato e inchiodato alla parte peggiore, più morta e stagnante dell’universo, all’ultimo livello del creato, il più lontano dalla volta celeste, con gli animali della peggior condizione; e va con l’immaginazione a piantarsi al di sopra del cerchio della luna; a mettere il cielo sotto i propri piedi. Con la vanità di questa stessa immaginazione egli si rende eguale a Dio, si attribuisce qualità divine, da se stesso si elegge e si separa dalla calca delle altre creature, taglia le parti degli animali, suoi fratelli e compagni, e distribuisce loro la porzione di facoltà e di forze che a lui sembra opportuna. Come fa a conoscere, con lo sforzo della sua intelligenza, i moti interni e segreti degli animali? Attraverso quale confronto tra noi e loro deduce la stupidità che attribuisce ad essi?

Da: O. Pompeo Faracovi, Il pensiero libertino, Loescher, Torino 1977, pp. 24-25.

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