Come può essere interpretato il concetto di “tempo”? Nietzsche e l’eterno ritorno

(di Edoardo Nespeca)

L'uroboro, simbolo della ciclicità del tempo
L’Uroboro, simbolo della ciclicità del tempo

Definito dallo stesso filosofo «il più abissale dei miei pensieri», l’eterno ritorno dell’uguale è un concetto formulato da Friedrich Nietzsche costituito dall’idea per cui ogni cosa nell’universo rinasce e rimuore una volta compiuto il proprio ciclo, in una serie indefinita di identiche ripetizioni.

Nel caso specifico del discorso esistenziale, anche nella vita umana questo concetto è applicabile:  la nostra stessa vita è già accaduta. In questo modo perde di senso ogni visione escatologica della vita (dal greco antico ἔσχατος, éskhatos «ultimo», la riflessione che si interroga sul fine ultimo dell’uomo e dell’universo).

In Così parlò Zarathustra Nietzsche mostra come il comprendere questo punto sia fondamentale nel processo di crescita spirituale che porta all’Übermensch, cioè al Superuomo; la sua caratteristica fondamentale infatti sta proprio nella capacità di non pensare più in termini di passato e futuro, di princìpi da rispettare e scopi da raggiungere, ma vivere “qui e ora” nell’attimo presente.

«Che accadrebbe se un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: “Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione […]. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!”. Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: “Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina”?»

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(F.W. Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 341)

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