Woodstock: l’affermazione di una generazione

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46 anni fa a Woodstock si tenne uno dei festival più importanti per la storia della musica, ma anche per tutta l’umanità. Dopo quel festival niente è più rimasto uguale. A quell’evento parteciparono quattrocentomila persone ed era il passaggio della ribellione giovanile dalla scena underground a ribellione di massa nei confronti dei valori borghesi.
Dopo la seconda guerra mondiale l’economia statunitense crebbe in modo esponenziale, così come crebbe il numero dei giovani; nella classe borghese si insinuò il mito capitalista del progresso economico, diventando così una società sempre più spinta verso il materialismo e dove la propria interiorità ebbe un posto sempre meno rilevante. Nel 1953 la nuova potenza economica americana dichiarò guerra al Vietnam nonostante la forte opposizione popolare. Fu in questo panorama che si diffuse la protesta giovanile, la nuova generazione cercava una propria affermazione.
Negli anni 50 si ebbero atti di teppismo individuali e sterili, fu negli anni 60 che il fenomeno iniziò a diffondersi nelle città e la nuova cultura beatnik iniziò ad acquisire una maggiore notorietà grazie anche ad autori come Allan Ginsberg o Jack Kerouac e alle nuove riviste culturali, però erano sempre comunità ristrette ed il fenomeno rimase per diversi anni ai margini della società. I gruppi del panorama musicale che ebbero successo in un secondo momento come Beatles, Pink Floyd, Jimi Hendrix, the Doors e molti altri dello stesso calibro, tenevano serate in piccoli locali nei quartieri delle città. Fu nel 1968 che i giovani acquisirono consapevolezza delle proprie potenzialità dando il via ad una rivoluzione che divenne presto di massa e la musica ebbe un ruolo centrale grazie alla diffusione nelle radio libere che venivano fondate dai giovani partecipanti al movimento culturale. Il culmine della rivoluzione giovanile si ebbe proprio con il concerto a Woodstock, piccola località di campagna negli Stati Uniti.
Gli organizzatori del festival optarono di svolgere l’evento in una piccola località di campagna perché non si aspettavano che accorresse un numero di giovani così consistente. Questo era il segnale che c’era una nuova generazione che avvertiva il bisogno di ritrovare il proprio “io” nella musica e nell’arte in un periodo storico in cui le merci avevano occupato la vita umana.
Il panorama artistico fermentava di vitalità mentre i colossi economici producevano un numero consistente di morti in Vietnam e a Woodstock si rispose con i colori al grigiore guerresco, con la musica al silenzio sulle stragi, con la danza alla fermezza militare, con la vita alla morte. L’idea con cui è stato concepito il festival di Woodstock la ritroviamo nell’artista tedesco Joseph Beuys, secondo il quale l’arte aveva il fine di ricreare una comunità che era stata azzerata. Nel 1968 la comunità da ricreare era quella giovanile che si univa all’unisono a Woodstock per affermare la propria individualità. Fu proprio lo stesso Beuys a conferire popolarità agli happening, eventi popolari che attraverso l’improvvisazione in tempo reale dell’artista si coinvolgeva il pubblico, creando così quel senso comunitario attraverso l’arte.
In quegli anni di grande massificazione culturale, si ebbe anche un recupero della tradizione nativa e delle loro danze tribali e questo è percettibile soprattutto nella pittura di Jackson Pollock e successivamente nella musica dei Doors (grandi assenti a Woodstock) ed il suo leader Jim Morrison che con le sue danze tribali coinvolgeva il pubblico e seguendo il ritmo musicale evocava le antiche danze sciamaniche con cui le tribù entravano in comunione tra loro.
Il grande concerto tenuto a Woodstock durò tre giorni e tra gli artisti che salirono sul palco ci furono nomi importanti come gli Who, Santana, Joe Cocker, Janis Joplin ed il festival si chiuse con la leggendaria esibizione di Jimi Hendrix; però furono assenti anche gruppi altrettanto importanti come i Doors che erano stati esclusi dalla partecipazione per via del processo giudiziario a Jim Morrison e i Led Zeppelin che declinarono l’invito perché il loro manager Peter Grant non aveva alcuna intenzione di farli salire su un palco tra la massa di artisti partecipanti.
L’evento si concluse con l’emblema della generazione giovanile, il grande chitarrista Jimi Hendrix che con la sua Stratocaster dal suono acidulo intonò l’inno americano, sovrastandolo con rumori lancinanti somiglianti proprio ad aerei che in quell’istante stavano devastando il territorio vietnamita. Il suono sporco, dissonante e stridente di quella chitarra, era la voce di una generazione che era in lotta contro l’autoritarismo borghese e il suo tentativo di sopprimere l’anima.

Alessandro Luzi

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