Tokyo negli anni Sessanta

Girovagare tra le rigatterie offre sempre spunti interessanti per lo storico pronto a cogliere nuove occasioni. I vecchi National Geographic, ad esempio, sono impareggiabili testimonianze del tempo passato. Certo, sarebbe a dir poco imprudente scambiarli per fonti storiche equilibrate e affidabili; eppure risultano per l’apparato fotografico e i giudizi dei reporter spesso molto utili.

A proposito del periodo che andiamo esaminando, i National Geographic del secondo dopoguerra appaiono per forza orientati a elogiare l’azione americana, tollerare la politica europea e deprecare il “malvagio” comunismo del blocco Soviet.

E l’Oriente? E il Giappone?

A questo proposito, il National Geographic dell’ottobre del 1964 ci offre una veduta parziale, ma affascinante della Tokyo in piena rinascita economica.

Nel 1964, per la prima volta si sarebbero compiute le Olimpiadi a Tokyo; con l’inevitabile afflusso di stranieri in una società normalmente chiusa e xenofoba. La ricostruzione dopo le macerie del dopoguerra rappresentò sia per l’occupante statunitense che per il popolo giapponese un miracolo incredibile. Senza citare il (doppio) bombardamento nucleare, Tokyo era stata giornalmente devastata, rasa alle fondamenta; storici revisionisti addirittura stimano i morti civili nella sola Tokyo superiori a Hiroshima e Nagasaki. Se messo a paragone con il continuo, insistito tasso di morte dei bombardieri americani, il danno di “Fat Man” ci apparirà quanto meno ridotto.

Diversi anni fa, gli storici americani hanno finalmente ammesso che sì, nel distruggere Tokyo, l’aviazione aveva il preciso compito di mirare ai civili, senza alcuna preoccupazione di distinguere tra fabbriche di armamenti e condomini popolari. Lo scopo era di minare alla base lo spirito giapponese. Nel contempo, intere generazioni nipponiche morivano difendendo palmo a palmo le colonie conquistate negli anni trenta, e nello slancio dell’invasione: da Guam alle Isole Marshall, alle isole Caroline, fino all’intero arcipelago delle Filippine. Attacchi kamikaze, cariche suicide al grido di Banzai!, morte prima del disonore. Nella fine, i legami comunitari erano talmente distrutti, che dovette un associazione criminale come la Yakuza farsi carico di soccorrere la popolazione.

Dì lì a dieci anni, seguì una ricostruzione tanto rapida quanto tecnologicamente fantascientifica. Il boom economico schizzò alle stelle, mentre il paese superava nello slancio della ricostruzione ogni altro concorrente. Né l’Europa né l’America nonostante l’impressionante ricchezza di quegli anni potevano vagamente competere con il nuovo colosso asiatico. Una crescita tanto più impressionante se si considera che a differenza dei paesi occidentali il Giappone continuò pervicacemente a restare paese leader per il resto del secolo.

Opere razziste come “Sol Levante” qualificano bene la paura degli Stati Uniti che un’altra potenza minacciasse il suo primato consumista. Le destre xenofobe europee di quegli anni parlano chiaramente infatti dei maledetti “nani di Tokyo” che detenevano i 3/4 del mercato azionario. Negli Stati Uniti si preparava una nuova offensiva: scomparso lo spauracchio comunista, c’era necessità di un nuovo nemico e solo il crollo economico del colosso giapponese per la crisi di metà anni 90′, impedì una nuova campagna diffamatoria.

giappone+1964
Tratto dal National Geographic

L’articolo del National Geographic, essendo scritto negli anni Sessanta, non risparmia in alcun modo prese di posizione: il giornalista americano che narra il reportage giunge da un passo dal chiamare musi gialli i suoi interlocutori, mentre le autorità giapponesi con cui parla sciorinano un tale elenco di statistiche, risultati e record da lasciar sottintendere un’inferiorità in altri campi…

La dialettica oscilla tra dati scientifici e scetticismo, lottando tra l’incredulità dell’americano e i risultati (per l’epoca) strabilianti dell’economia giapponese.

L’attenzione si concentra in particolar modo su record edilizi, ingegneristici e in modo consono all’epoca, record di consumi.

Il giovane giornalista giapponese sapeva un sacco di cose e non vedeva l’ora di aiutare.

“Tokyo” disse “E’ ora la più grande città del mondo – 10 milioni e mezzo di persone”

Annuii. “Sì, lo so. Le guide turistiche lo dicono. Ho preso nota, infatti”

Il mio amico girò una pagina del suo libretto d’appunti.

“Tokyo ha ora 8,488 ponti, per lo più di pietra o di cemento,” disse.

“Sono felice di sentirlo,” risposi “La guida turistica non lo diceva. Cos’altro hai nei tuoi appunti?”

Il mio amico girò un’altra pagina. “Gli abitanti di Tokyo in una normale giornata” – prese un ampio respiro – “mangiano 6 milioni di libbre di riso, 3.5 milioni di libbre di pesce, leggono 21 diversi giornali, comprano 6 milioni di biglietti del treno, aumentano la popolazione di 460 persone, commettono 641 crimini.” Fece una pausa. “E hanno 25 incendi e tre terremoti.”

“Questa non è esattamente una normale giornata per una sola città!” Dissi.

Scosse la testa. “Tokyo non è una città. Tokyo” S’interruppe alla ricerca della parola giusta. “Tokyo è un’esplosione”.

Non è delizioso? Per tutto il reportage, l’americano si scopre intimorito da sé stesso: ovvero da un paese che almeno esteriormente sta diventando più americano degli americani stessi. E truly, questo è il periodo di maggiore colonizzazione culturale: al di fuori dei ruoli tradizionali e inattaccabili nella famiglia e nella società, ogni foto e ogni atteggiamento è una grottesca caricatura dell’americano medio, dal cinema, allo sport (Il baseball! Il golf!), al cibo, al vestiario, all’edilizia, alle auto, alla moda. Dal reportage emerge una società nella buccia americana, nel nocciolo giapponese e nella polpa… Chissà.

Certo molto va ricondotto a un giornalismo anni sessanta lontano anni luce da quello attuale, che contraccambia lo sciovinismo giapponese con lo sciovinismo statunitense e assomiglia più a un viaggio di piacere che a un’indagine seria. Questo, incidentalmente, produce una lettura molto più interessante delle attuali indagini: pur con lo strabismo di chi si considera il popolo eletto, il giornalista americano non indietreggia davanti al pericolo o allo schifo, ma persevera; e inoltre sono reportage che divertono, lontani dall’acqua di rose attuale.

Un’altra citazione utile per capire il gioco delle parti, tra il giapponese fiero di Tokyo e lo scetticismo del reporter, è data dalla seguente citazione:

I giapponesi hanno un debole per le statistiche.

Il giorno dopo Ginza, avevo un pranzo con un vecchio amico, Hiroshi Narita, un editore e un esperto di economia per la più grande radio e televisione giapponese, la NHK. Nick, come lo chiamo, mi portò al suo ristorante tempura preferito, dove sedemmo a un tavolo divorando gamberi fritti in pastella e vegetali tanto rapidamente quanto i cuochi riuscivano a sfornarli.
Gli feci notare quello che tutti sottolineavano di Tokyo – la sua incredibile ricchezza. Le vetrine dei negozi erano piene zeppe, le folle sulle strade vestite con abiti costosi e migliaia su migliaia di auto giapponesi soffocavano le strade. Nick annuì allegramente.

“Persino per gli americani, le cifre sono sbalorditive” disse “Al momento Tokyo ha in costruzione più di 800 nuovi grandi palazzi entro l’anno, più di due al giorno. Il tasso di crescita della città – e del Giappone – supera il 10% all’anno, il più alto al mondo. Nel 1959 tuttavia era schizzato fino al 18%, per cui adesso c’è già chi parla di recessione.” Sorrise. “Abbiamo anche un mercato azionario, e si sta comportando bene quanto il vostro. Dal 1949, ad esempio, le azioni della Canon Camera Company si sono moltiplicate per un valore 865 volte superiore all’originario prezzo d’acquisto”.

“Qual’è il segreto?” Chiesi, afferrando con le bacchette un boccone di gambero particolarmente difficile.

“Siamo Giapponesi” Disse semplicemente Nick “Troverà altre risposte – gli aiuti del dopoguerra, le tariffe protezioniste, i nuovi mercati in Asia, e tutte queste cose hanno indubbiamente aiutato. Ma alla fin fine il boom economico è costruito e dovuto alle abilità dei giapponesi e alla loro fantastica energia.

L’idea che il reportage sia alla fine un viaggio di piacere in una terra esotica (ma piacevolmente al passo con Hamburger&Hollywood!) viene confermata dalla spropositata attenzione per geishe e donne di piacere.

Superato l’atteggiamento maschilista, possiamo sperare di carpire aspetti culturali utili su questo Giappone del Sessanta:

Gli abitanti di Tokyo raccontano la storia dell’Occidentale che passò al suo solito club una notte e trovò la sua intrattenitrice preferita in lacrime. Il suo primo pensiero fu che un cliente l’avesse insultata o che avesse litigato col suo manager. Alla fine tra un singhiozzo e l’altro apprese la fonte di tanto dolore: aveva letto nei giornali del pomeriggio che William Faulkner era morto.
Non ho idea se la storia sia vera, ma in effetti ho incontrato un’intrattenitrice di un nightclub che aveva una passione per George Shearing e Rachmaninoff; a casa aveva oltre una dozzina di vinili.
L’ho incontrata ad Hanabasha, uno dei più grandi nightcubs di Tokyo. Non ho mai conosciuto il suo vero nome. Il suo nome d’arte era Reiko.
Nello slang dei nightclub di Tokyo, Reiko è nota come una delle Toranshista garu – “ragazza transistor” – che come il soprannome suggerisce, è piccola, compatta e piena di energia.

giappone+vintage
Fotografato dal National Geographic

Dopo le intrattenitrici e i ristoranti, il reporter decide finalmente di fare sul serio: e dopo una discussione sulla democrazia con alcuni studenti giapponesi, riesce a mettersi in contatto con il famigerato Zengakuren, il partito comunista più sfortunato della storia.

Nel fermento degli anni sessanta riuscì a guidare alcune rivolte che annullarono ad esempio la visita del presidente Eisenhower e causarono brutali azioni poliziesche.

La presentazione del gruppo gioca molto sull’ingenuità dei tre giovani leader, che fanno (quasi) tenerezza. Prendete il partito di sinistra più sfigato dell’università e moltiplicatelo per dieci: arriverete forse a rappresentarvi l’attivismo dello Zengakuren. A dire il vero nello stagnante panorama politico post bellico furono pur sempre un eccezione da non sottovalutare; lo stesso Yukio Mishima, pur essendo un fascista sfegatato, ne ammirava quantomeno l’entusiasmo e l’energia. Sprecata a suo giudizio nella direzione sbagliata, ma pur sempre d’ammirare.

Tutti e tre erano giovani di vent’anni di buone maniere e di bell’aspetto e provenivano tutti dall’università di Tokyo. Quando arrivò il caffè, tirai fuori l’argomento delle proteste e ogni loro riluttanza immediatamente svanì. Tutti e tre confessarono entusiasti che avevano preso parte alle violenze e insistettero che ne avrebbero organizzato delle altre, se il Giappone fosse diventato maggiormente militarista, aumentando la forza delle sue forze di difesa.
Risultò invece una sorpresa che nessuno dei tre avessero buone parole per l’Unione Sovietica. Uno dei tre era stato membro di una discussione internazionale di giovani a Mosca, sull’argomento dell’imperialismo occidentale e i test nucleari. Il suo discorso al tavolo stava riscuotendo approvazione fino a quando commise un piccolo errore: trasportato dall’oratoria, aveva iniziato a condannare non solo i test nucleari americani, ma anche quelli sovietici! I suoi ospiti russi non erano molto contenti.

“Le forze di sicurezza sovietiche si arrabbiarono molto,” Ricordò “Rifiutarono di farci stampare i nostri manifesti contro i test nucleari che volevamo distribuire alla popolazione russa”

Alla fine la delegazione comunista giapponese fu costretta a partire, causando anche qualche malumore tra chi parteggiava per lo Zengakuren.

“Molti comunisti e socialisti” Concluse il mio amico, infervorandosi “Pensano che l’Unione Sovietica sia una paese comunista. Ma noi sappiamo la verità. E’ solo – usò la parola con aperto disprezzo – un paese Stalinista.”

Mi sembrava un atteggiamento degno di ammirazione e cominciai a pensare che il professore avesse avuto torto (N.d.T. Un professore che aveva definito “rospi” i comunisti giapponesi). Fu allora che i tre si alzarono per andarsene e mi comunicarono di dare un messaggio agli Stati Uniti.
“Per favore, dica ai suoi concittadini” disse il primo con serietà “che siamo solo contro ogni regime imperialista. Vogliamo essere amici con il proletariato americano e aiutarli nella loro rivoluzione marxista.”

“E quando ritorna a casa,” aggiunse il secondo, con sincerità, “ci mandi se può informazioni sul vostro movimento studentesco segreto a Washington D.C. Vogliamo sapere tutto al riguardo.”

Non mi avrebbero mai creduto, decisi, se avessi detto loro che non esisteva nulla del genere.

Sempre a riprova che, nonostante l’atteggiamento insopportabile, il reporter faceva comunque il suo mestiere, non manca una visita occasionale alle molte (più di quanto piacesse pensare) baraccopoli prodotte dai bombardamenti e dalla povertà della guerra.

La vista peggiore di tutte era quella che Ikumi chiamava una bataya buraku, o “villaggio di stracciaioli”, un guazzabuglio di tuguri non più alti della mia spalla, costruiti con lamiere arrugginite e scatoloni d’imballaggio, i buchi nei muri riempiti con stracci e carta. Montagne di altre cartacce e stracci stavano ovunque e quando soffiava il vento, mandava raffiche di spazzatura a fischiare tra i muri sottili che vibravano come una dozzina di scoordinati diapason.
Camminando tra le file di casupole, le braccia strette al petto per paura di buttar giù un muro o scoperchiare un tetto, sentivo solo occasionalmente il mormorio basso di voci – anziani lasciati indietro dai tempi del saccheggio in città durante i bombardamenti. La mia impressione era quella di un’infelicità senza speranza, fino a quando non aggirai l’ennesima catapecchia e quasi calpestai un giardino.
Era un appezzamento in miniatura non più grande di uno zerbino, ma il giardiniere conosceva il suo lavoro. Lei o lui avevano messo al sicuro le piante dietro un basso muro di pietra, dove aveva sia riparo che luce del sole. C’era un albero bonsai – in questo caso un nano sempreverde – una pianta di crisantemo o due e una campanula, tutto accomodato e coltivato con cura e ordine. Per un momento la povertà mi sembrò lontanissima e c’era solo la serenità di quel piccolo giardino giapponese.

E la visita si conclude così: un po’ rozzamente, l’autore tentava di conciliare l’immagine stereotipata del giardino zen di un tempo, con la modernità cui aveva appena assistito.

I computer, i chip e i prodigi degli anni Ottanta gli avrebbero presto dimostrato che l’ascesa giapponese era appena all’inizio.

Fonti:

National Geographic n. 126, Tokyo The Peaceful Explosion.
Le citazioni sono tradotte dall’inglese. Ho cercato di mantenermi fedele senza esagerare nella leggibilità dell’articolo.

Blog dell’autore: Cronache Bizantine

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