La strenua difesa di Stalingrado

(di Pier Paolo Alfei) “(…) Con la perdita di Ucraina, Bielorussia, del Baltico, del bacino del Donetsk e altre aree noi abbiamo perso vasti territori. Questo significa che abbiamo perso molte persone, cibo, metalli, fabbriche e impianti. Noi non abbiamo più la superiorità sul nemico nelle risorse umane e nelle forniture di cibo. Continuare la ritirata significa distruggere noi stessi e anche la nostra Madrepatria. Ogni nuovo pezzo di territorio che lasceremo al nemico rafforzerà il nemico e indebolirà noi stessi, le nostre difese e la nostra Madrepatria. (…)La conclusione è che è tempo di smettere di ritirarsi. Non un passo indietro!  Questo dovrà essere il nostro motto d’ora in poi. Dobbiamo proteggere ogni punto di forza, ogni metro di suolo sovietico ostinatamente, fino all’ultima goccia di sangue, stringere ogni pezzo della nostra terra e difenderla il più a lungo possibile. La nostra Madrepatria sta attraversando tempi difficili. Dobbiamo fermarci e poi contrattaccare e distruggere il nemico. A qualunque costo. I tedeschi non sono così forti come dicono coloro che si son fatti prendere dal panico. Stanno spingendo le loro forze al limite. Resistere ai loro colpi adesso significa assicurarsi la vittoria nel futuro (…).”

L’Ordine n.227 del 28 luglio 1942 (nota 1), del quale è stato riportato questo passo, non contiene solamente un’esortazione alla più accanita resistenza allo scopo di difendere la Rodina, la grande Madre Russia, dall’invasore nazista, ma anche crudeli disposizioni (che tuttavia si riveleranno efficaci), come quella di creare per ogni grande unità “da tre a cinque distaccamenti ben armati (fino a 200 uomini ciascuno)”, disposti dietro la prima linea, incaricati di freddare qualunque commilitone avesse deciso di disertare o di non obbedire ad un ordine. Ne I giorni e le notti (1944) di Konstantin Simonov (1915-1979) l’ufficiale Babcenko intima al suo sottoposto Saburov di far rispettare l’Ordine n.227 e di mandare all’assalto le sue truppe per riconquistare una zona di Stalingrado. Il secondo gli risponde: “L’ho letto. Ma non intendo ora mandare gli uomini dov’è inutile mandarli, quando è possibile rioccupare tutto senza quasi avere perdite” (nota 2).Gli ufficiali sovietici, tuttavia, si attennero in modo impeccabile alle disposizioni di Stalin. Soprattutto a Stalingrado, “l’estremo limite del mondo”, con un’espressione di Simonov.

Nel quadro della seconda guerra mondiale, il Terzo Reich aveva avviato l’invasione della Russia all’alba del 22 giugno 1941. Un esercito imponente invadeva un territorio immenso: circa 4 milioni di soldati (di cui circa 3050000 tedeschi), 6000 aerei, 7000 cannoni e più di 600000 cavalli utilizzati per il traino dei rifornimenti e dell’artiglieria. Questo moloch militare, del quale la 6° armata comandata da Friedrich Paulus (1890-1957) costituiva la punta di diamante, nelle prime fasi della guerra travolse l’Armata Rossa: in sole tre settimane di combattimento distrusse più di 6000 aerei e 3500 carri armati e uccise circa 2 milioni di soldati. Molti storici hanno attribuito a Stalin la colpa di questa impressionante disfatta iniziale. Infatti egli, da una parte, con le epurazioni attuate nell’Armata Rossa nel 1937, aveva decapitato il comando di questa, giustiziando, imprigionando o congedando più di 36000 ufficiali (la vittima più illustre di questa folle pulizia dell’esercito fu il maresciallo Michail Tuchacevskij), e, dall’altra, aveva ignorato numerosi segnali di allarme riguardo alla preparazione di un attacco da parte di Hitler:

La speciale Agenzia sovietica delle Truppe di Frontiera riferiva l’arresto di individui sospetti, il cui numero divenne cinque o sei volte superiore nei primi mesi del 1941. A metà giugno esistevano prove evidenti dei sabotatori che attraversavano la frontiera per danneggiare le linee ferroviarie ucraine e bielorusse. Il 16 giugno il primo disertore di un’unità tedesca attraversò il confine, ma il suo resoconto non venne creduto. Ancora più significativo è il caso degli sconfinamenti aerei tedeschi, palesi violazioni del principio di sovranità dello Stato che in altri casi i sovietici osservavano tanto rigidamente.” (nota 3)

Nonostante i notevoli successi della Wehrmacht, Hitler azzardò troppo nell’invadere un territorio separato dal Terzo Reich e dai suoi alleati da una frontiera di quasi 1600 km, mentre ancora sosteneva duri scontri sul fronte occidentale. Una delle motivazioni per cui Hitler abbia deciso di voler invadere e sconfiggere l’Urss può essere stata quello di mettere fuori gioco definitivamente l’Inghilterra, guidata all’epoca da un combattivo Winston Churchill. Infatti, il Führer il 31 luglio 1940 scriveva:

Se i risultati della guerra aerea non saranno soddisfacenti, i preparativi [dell’invasione] verranno sospese. Le speranze dell’Inghilterra sono la Russia e l’America. Se la speranza sulla Russia viene eliminata, si elimina anche l’America. […] La Russia [è] il fattore sul quale l’Inghilterra punta soprattutto. Se tuttavia la Russia venisse distrutta, allora anche l’ultima speranza dell’Inghilterra si spegnerebbe. […] Decisione: data questa situazione, la Russia deve essere eliminata. Primavera ’41. Prima schiacciamo la Russia, meglio è. L’operazione ha senso solo se schiacciamo completamente lo Stato con un colpo. Limitarsi a conquistare una certa porzione di territorio non basta. Una tregua durante l’inverno è un rischio. Pertanto è meglio attendere, ma la decisione definitiva è distruggere la Russia.”(nota 4). Il  Führer disse: “L’inizio di ogni guerra è come aprire la porta su una stanza buia. Non si sa mai cosa ci può essere nel buio.” (nota 5). Si potrebbe dire che irruppe facilmente nella stanza dell’orso russo ma poi vi fu disastrosamente sconfitto. Dopo essere stato sbaragliato nella battaglia di Mosca durante l’inverno del 1941, spostò la direttrice dell’avanzata della Wehrmacht verso il Caucaso, a sud. Il 5 aprile 1942 emanò la Direttiva 41: operazione Blu (Fall Blau). Obiettivo: conquistare i bacini del Don e del Volga, distruggere il nodo strategico rappresentato da Stalingrado e impossessarsi delle risorse petrolifere del Caucaso. Il 3 settembre 1942 Stalin scriveva a Vasil’evskij:

 “Ma che cosa succede? [Zukov e gli altri generali] non capiscono che, se cediamo Stalingrado, il sud del Paese sarà tagliato fuori dal centro e probabilmente non saremo in grado di difenderlo? Perderemmo la nostra principale via d’acqua e ben presto anche il nostro petrolio!” (nota 6)

Stalin inviava questo messaggio al capo di stato maggiore 48 giorni dopo l’inizio della battaglia più decisiva della seconda guerra mondiale. A Stalingrado, tuttavia, l’onda nazista si infrangerà disastrosamente. Non solo Hitler fallirà l’obiettivo di impossessarsi del petrolio del Caucaso ma verrà gradualmente ricacciato indietro dall’Armata Rossa. La Wehrmacht conoscerà una disfatta simile a quella subita dalla Grande Armée diNapoleone più di un secolo prima (nota 7), se non fosse per il maggior numero di vittime, feriti, prigionieri e dispersi rispetto alla prima: ma se

 “Il trionfo della Russia su Napoleone confermò e rafforzò lo status di grande potenza europea della Russia (…). Il trionfo di Stalin su Hitler, invece, fece della Russia una delle due superpotenze mondiali, la dominatrice dell’Europa orientale.” (nota 8)

La battaglia di Stalingrado ha come estremi cronologici il 17 luglio 1942 e il 2 febbraio 1943. Essa costituisce la svolta trionfale della “Grande Guerra patriottica”(Velikaja Otecestvennaja vojna).Da Stalingrado in poi tutti sapevano che la disfatta tedesca era solo una questione di tempo” (nota 9): ma la vittoria richiese un alto tributo di morti. Lo scontro durò circa 200 giorni e lasciò sul campo prive di vita quasi 4 milioni di persone (di entrambi gli schieramenti), fra uomini, donne e bambini. La 62° armata, comandata da Vasilij Cujkov (1900-1982) dall’ 11 settembre (quel giorno succedette a Lopatin), divenne la protagonista assoluta di questa battaglia. Infatti, fu impegnata in un’eroica resistenza urbana durata all’incirca 5 mesi, fino alla fatale controffensiva sovietica dell’operazione Urano, che tra la fine del ’42 e l’inizio del ’43 avrebbe circondato e sconfitto le truppe di Friedrich Paulus.

Nel settembre del 1942 la 62° armata era ridotta a circa 20000 combattenti e, insieme ad altre migliaia di soldati sovietici, doveva resistere alle centinaia di migliaia di soldati della 6° armata e della 4° Panzerarmee naziste (al momento dell’accerchiamento creato dalle armate sovietiche con il piano Urano, nel kassel si trovavano quasi 300000 soldati della Wehrmacht). La Stavka riforniva con il contagocce le forze di Cujkov (rimpolpando continuamente la tanto vessata 62° armata) e il resto delle truppe agli ordini di Eremenko, il maresciallo incaricato della difesa del fronte di Stalingrado. L’esiguità degli aiuti forniti agli assediati era dovuta alle operazioni di ammassamento di armate da utilizzare nella grande controffensiva del piano Urano. Così, i soldati di Cujkov e degli altri ufficiali (comprese le milizie di civili arruolate dall’NKVD), si ritrovarono a dover difendere ad ogni costo una minuscola porzione di terra compresa tra le micidiali forze di Paulus e il Volga, “l’ultima linea di difesa davanti agli Urali”(nota 10).

A Stalingrado l’esiziale tattica della guerra lampo (Blitzkrieg) adottata dalla Wehrmacht si tramutò in una sfiancante guerra di logoramento (Zermurbungskampf) all’interno di una città dilaniata dai bombardamenti della Luftwaffe. Tra le rovine di questo nodo industriale lambito dal Volga per circa 30 km, centinaia di migliaia di soldati si affrontarono quartiere per quartiere, strada per strada, casa per casa, stanza per stanza. Vasilij Grossman nel suo diario annotava: “Una casa presa dai russi, una dai tedeschi. Come si può usare l’artiglieria pesante in una simile battaglia?”(nota 11). Ma la vicinanza tra i due schieramenti era ancora più promiscua: talvolta nello stesso edificio potevano trovarsi sovietici e tedeschi (chi ai piani superiori, chi ai piani inferiori) o addirittura in due stanze adiacenti. Gli ufficiali tedeschi coniarono un termine per definire questo nuovo tipo di scontro: Rattenkrieg, la guerra dei topi.

Fame, sete e freddo (in inverno si raggiungevano tra i 20 e i 30 gradi sotto zero) spossavano grandemente i combattenti, sui quali si accanivano orde di pidocchi e le minacce delle più svariate malattie, dalla dissenteria all’itterizia. La lotta cavernicola riemergeva a circa trent’anni di distanza dal primo massacro mondiale. Arroccati per giorni in cantine o ai piani superiori di un edificio, molti soldati si cibavano di quello che riuscivano a procurarsi: croste di pane secco, carne cruda di cavallo morto o fieno bagnato, per esempio. Inoltre, Stalin rese la popolazione di Stalingrado una sorta di novella Ifigenia:

L’NKVD aveva requisito quasi tutte le imbarcazioni fluviali, destinandone una minima parte all’evacuazione dei civili. Poi Stalin, decidendo che il panico non era permesso, aveva rifiutato che gli abitanti di Stalingrado fossero evacuati attraverso il Volga. Questo, secondo lui, avrebbe costretto le truppe, in particolare la milizia arruolata sul posto, a difendere la città con maggiore accanimento.”(nota 12)

 Quella dei sovietici si rivelò veramente una resistenza “accanita”. Per il generale Heinz Guderian (1888-1954) i fanti russi sono “quasi sempre ostinati difensori”(nota 13); un comandante nazista riferiva a Paulus: “Ogni caposaldo doveva essere conquistato individualmente. Il più delle volte non riuscivamo a tirarli fuori nemmeno con i lanciafiamme e dovevamo far saltare in aria tutto”(nota 14); un caporale tedesco annotava: “Non potete immaginare come [i sovietici] difendano Stalingrado… come cani”(nota 15). Per mesi si lottò accanitamente per poche posizioni strategiche (qui elencate da quella più a Sud a quella più a Nord): il silo granario, la piazza Rossa, la stazione centrale (che cambiò “reggitore” 15 volte), l’aeroporto, il Mamaev Kurgan (un tumulo alto 102 metri), l’acciaieria Ottobre Rosso, la fabbrica d’armi Barricata, la fabbrica di trattori e il quartiere di Spartakovka. Le ultime due posizioni tenute nell’eroica resistenza di Stalingrado furono il Mamaev Kurgan e Spartakovka: sicuramente anche in questi due luoghi si trovava il celebre manifesto che recava le seguenti parole: “Non cederemo mai la città in cui siamo nati. Creiamo barricate in ogni via. Trasformiamo ogni quartiere, ogni blocco, ogni edificio in una fortezza inespugnabile.”(nota 16). La città dove si svolse lo scontro titanico che decise le sorti della seconda guerra mondiale ha conosciuto tre denominazioni: Caricyn (dal 1598 al 1925), Stalingrado (dal 1925 al 1961) e infine quello attuale, Volgograd. Tra il 1959 al 1967 nella zona del Mamaev Kurgan, ovvero quel tumulo che pochi anni prima fu difeso (perduto e riconquistato) con grandissimo spargimento di sangue, fu costruito un memoriale per celebrare l’epica battaglia sul fronte orientale.

 Durante i combattimenti Cujkov annotò: “Ogni uomo deve diventare una delle pietre della città.”(nota 11). I soldati della 62° armata di Cujkov , della 13° Divisione di Rodimcev e le varie altre forze sovietiche si arroccarono tra le rovine di Stalingrado e divennero “pietra” viva (o morta) sullo scheletro urbano che sarebbe assurto a ipostasi della riscossa sovietica. Resistenza e sacrificio per la Rodina. All’inizio del lungo viale del memoriale che conduce alla Piazza degli Eroi, vi è una statua scolpita in una roccia all’interno di una vasca d’acqua: il busto di un ideale homo sovieticus, tonico e muscoloso, a petto nudo e armato di un PPSh-41. Una esclamazione incisa a grandi lettere campeggia sulla roccia sotto di lui: Non un passo indietro!

1Il testo integrale dell’Ordine n.227 è disponibile dal 1988.

2Citato in F. Ellis, E le loro madri piansero: la grande guerra patriottica nella letteratura sovietica e postsovietica, Genova, Marietti, 2010, p.149.

3. Hobsbawm, Il secolo breve, Milano, Rizzoli, 1995, p.55.

4. Beevor, Stalingrado, Milano, BUR Rizzoli, 2000, p.138.

5. Beevor, op.cit., p.173.

6. Ivi, p.125.

7. Ivi, p.39.

8. Ivi, p.49.

9. Ivi, p.184.

10. Beevor, op.cit., p.128.

11. Ivi.,p.196.

Pier Paolo Alfei

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