Cappelli a cilindro: cui prodest?

Non esiste industria senza tubi.

Riflettiamoci: qualunque apparato meccanico richiede dei tubi.

Se definiamo tubo un solido cavo, chiuso, a sezione costante in forma e area, non possiamo non vedere l’onnipresenza del tubo nella rivoluzione industriale.

Ci deve allora sorprendere a tal punto che, in età vittoriana, l’indumento maschile sia tutto un tubo? No, affatto: come le tubature di acqua, gas e vapore costruiscono l’impero di Vittoria, così la borghesia che lo anima giunge a vestire l’involontaria parodia dei suoi stessi motori a vapore. L’uomo vittoriano infila le sue grassocce gambe nei due stretti tubi dei pantaloni, circonda il suo torso strabordante in quell’aderente tubo che è camicia&panciotto e infine lascia che la testa sotto pressione “svapori” nel cappello a cilindro.

Tuba, tubo: l’assonanza non è casuale.

Un mio amico era fermamente convinto che i cappelli a cilindro servissero nell’ottocento a trasportare degli oggetti. Gli ho più volte fatto osservare che, in precario equilibrio sul cranio, il cilindro è il cappello per eccellenza che svolazza via dal malcapitato che lo indossa sotto il vento forte. Ma niente da fare: rimane convinto che il cilindro avesse un’utilità pratica.

Eppure, se guardiamo chi indossava il cilindro e chi indossava la tuba, ci rendiamo conto che era un cappello tanto più prezioso quanto più inutile. Nell’epoca utilitarista per eccellenza, il cilindro aveva la funzione di declamare, con la sua inutilità, la ricchezza del soggetto: sono ricco, erOccupygo indosso abiti stravaganti. Sono ricco, ergo indosso il cappello a cilindro.

Non a caso, i movimenti comunisti, hippie, comunitaristi, anarchici del ventunesimo secolo continuano imperterriti a raffigurare l’odiato banchiere con un cilindro in testa.

Si veda il movimento Occupy!

Si veda il gruppo anarchico locale.

Si vedano le agitazioni studentesche.

Questa è una prova stupefacente del potere d’attrazione del cilindro, di come lasci tutt’ora una ferita nella psiche dei lavoratori, che non possono non associarlo con la ricchezza e lo sfruttamento.

Lo Zio Paperone, dei fumetti della Walt Disney, indossa ghette e cappello a cilindro nell’anacronismo degli anni 50′ americani, e continua a farlo tutt’ora. Al di là dell’interessante legame tra “Zio” e il protestantesimo americano, che vede nel self made man e nel lavoro (hard work) l’eccellenza della vita, si può notare ancora una volta il sinonimo tra cilindro e capitalismo. Attualmente, i bei tempi quando i magnati della finanza e i miliardari tentava di distinguersi dalla massa sono passati. Steve Jobs calcava le scene con niente più che il suo orribile maglioncino nero; gli aristocratici vanno in giro in camicia aperta sul petto peloso; le famiglie reali si abbandonano agli scandali. Domina il vestito casual, che nasconde tuttavia la verità brutale: gli sfruttatori opprimono gli sfruttati, che indossino T-shirt o completi da sera.

Tornando all’argomento, il cilindro attraversa una strana storia: il suo antenato nasce nelle comunità puritane e tra i quaccheri sia in Inghilterra che successivamente oltreoceano; in seguito, la rivoluzione americana lo trasforma in simbolo di libertà; gli alleati francesi lo mostreranno a Luigi XVI, che lo vedrà poi indossare al momento della ghigliottina.

Una volta che la Rivoluzione Francese si sarà stabilizzata, il cilindro diventa il copricapo per eccellenza della classe possidente borghese. Rispetto al cilindro settecentesco, il cilindro vittoriano è molto più largo, e viene fabbricato in seta nera. “Quella vecchia tuba” diventa un indispensabile oggetto per i complicati rituali nei club dei gentiluomini londinesi, così come nelle occasioni formali in genere (da cui il famoso gesto di togliersi il cappello per salutare…). In tal senso ha la stessa funzione sociale dei guanti.

Rigido, quasi funebre nella sua monocromia, incarna bene la correttezza borghese.

cappelli a cilindro

Dal punto di vista pratico, è incredibilmente inutile. I bordi stretti non proteggono dalla pioggia battente; l’altezza lo espone ai venti. Alcuni inventori annoiati escogitarono persino una sua variante, il “gibus”: un cilindro con all’interno molle e sospensioni che permettono di alzarlo e abbassarlo, un po’ come una fisarmonica.

Nell’opinione popolare, il cilindro era generalmente odiato.

Lo si descriveva come…

“questa forma ingrata e infelice, detta a tubo di stufa”

… e la colpa era dei sarti…

“i nostri ignoranti cappellai che, da cinquant’anni, seguono sempre l’impronta della routine.”

A partire dal 2000, il cappello a cilindro ha acquistato una certa popolarità nel movimento steampunk, specie nelle sue versioni più modeste e sgualcite. Solitamente, viene adornato d’inutili ingranaggi, con l’usuale accoppiata data dagli occhiali da fonditore e borchie in ottone.

Fonti:

Il Sopra e il Sotto della borghesia, di Philippe Perrot

Blog dell’autore: Cronache Bizantine.

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