Il Fascismo e il Nuovo Ordine Mediterraneo: i grandi imperi e la piccola Italia

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di Massimiliano Vino

 La Seconda Guerra Mondiale non fu solamente il palcoscenico della distruzione e della definitiva capitolazione dell’Europa al dominio prima bipolare (Stati Uniti e Unione Sovietica) e poi unipolare (con i soli Stati Uniti al comando) di grandi superpotenze, ma fu anche un immenso laboratorio entro cui tutte le potenze in gioco portarono la propria personale visione del mondo, esprimendola nel sogno di un “nuovo ordine” modellato ai rispettivi interessi.

L’Italia non fece eccezione in questo senso: il saggio “Il Nuovo Ordine Mediterraneo” di Davide Rodogno offre probabilmente il quadro più completo dei sogni e delle ambizioni sfumate dell’imperialismo fascista dall’inizio della guerra fino all’armistizio dell’8 settembre.

Secondo Mussolini i popoli erano destinati a strutturarsi in grandi imperi, in cui i piccoli Stati potevano sopravvivere solo grazie agli Stati più grandi, di cui avrebbe fatto parte l’Italia.

L’impero ideale fascista viene mostrato da Rodogno come profondamente diverso dal vicino Terzo Reich, per certi versi assimilabile alle vecchie concezioni imperiali ottocentesche. Facendo propri i simboli e l’ideale missione civilizzatrice di romana memoria, la comunità imperiale si sarebbe strutturata in due spazi:

Un piccolo spazio comprendente il territorio del Regno con annesse le isole e il litorale della Iugoslavia, la Slovenia, Nizza e la Corsica.

Un grande spazio in cui sarebbero stati inclusi i membri semi-paritari, di razza latina, della comunità imperiale (Francia e Spagna), gli Stati rientranti nella sfera d’influenza economica dell’Italia (Grecia, Croazia, Serbia, Paesi del Medio Oriente) e infine le colonie. L’influenza di Roma avrebbe garantito la crescita e la prosperità della comunità imperiale.

In realtà tutto questo rimase una semplice utopia. La penetrazione fascista, a dispetto delle intenzioni di pacificazione, come spiega Rodogno, procedette in maniera violenta e perlopiù incurante delle popolazioni incontrate. Ciò che però Rodogno tende maggiormente a sottolineare è che la guerra parallela fascista si arenò immediatamente, di fatti smantellando ogni possibilità di creazione di uno spazio vitale parallelo a quello della Germania nazista.

L’imperialismo italiano divenne così un imperialismo dipendente dalle concessioni e dalle vittorie del partner più forte dell’Asse. Secondo le testimonianze e i diari dei vertici italiani, citati da Rodogno, l’Italia tentò in ogni modo di divincolarsi, senza successo, dalla preponderante influenza teutonica. Furono i tedeschi infatti a conseguire i vantaggi economici maggiori, sfruttando le risorse degli stessi territori italiani, e lasciando a questi ultimi solo il compito gravoso di mantenere l’ordine pubblico, specialmente in Iugoslavia e Grecia.

Una delle testimonianze più interessanti è quella di Luca Pietromarchi, diplomatico italiano nel corso di tutta la guerra e poi ambasciatore italiano in Unione Sovietica nel dopoguerra. Rodogno riporta alcuni passi provenienti dai suoi appunti e in uno di questi, datato 31 luglio 1941, Pietromarchi espresse il proprio fatalismo, affermando che le conseguenze di una vittoria o di una sconfitta sarebbero state le stesse per il futuro dell’Italia.

La teoria dei grandi imperi era, così, destinata a ritorcersi contro l’Italia, che non essendo una grande potenza avrebbe scontato, in ogni caso, questo handicap.

Il saggio di Rodogno, in un continuo oscillare tra illusioni italiane e realtà, tra l’ambizione dei vertici fascisti e la superiorità tedesca si chiude con una citazione, ancora tratta da Luca Pietromarchi, che alla vigilia dello sbarco alleato in Sicilia sottolineò ancora una volta le conseguenze della debolezza economica e militare italiana: << L’Italia ha commesso errori come e quanto tutti gli altri, prima e dopo la sua entrata in guerra. Ma se gli altri, più ricchi, poterono riparare i loro, gli italiani rimasero schiacciati dai propri >>.

Oltre a mostrare nella sua interezza un progetto imperiale a lungo trascurato dalla storiografia e, per quanto irrealizzabile e minore rispetto al contemporaneo progetto nazista, interessante per comprendere a pieno la visione geopolitica del fascismo, Rodogno offre degli spunti di riflessione interessanti (e forse indesiderati) sul destino da potenza minore dell’Italia. Se si guarda inoltre alla visione del mondo elaborata (anche se in maniera non proprio originale) da Mussolini e dal fascismo, si scorge qualcosa di simile nel processo di bipolarizzazione successivo alla guerra e anche nell’attuale unipolarismo anglo-americano.

Pensando al piccolo spazio come agli Stati Uniti e al grande spazio come ai suoi alleati paritari e ai territori dipendenti economicamente e politicamente da Washington, la teoria mussoliniana degli imperi appare incredibilmente e tragicamente attuale.

Quest’opera di riflessistorici.com è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.

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2 thoughts on “Il Fascismo e il Nuovo Ordine Mediterraneo: i grandi imperi e la piccola Italia

  • Ulteriore conferma che nella storia non esistono “buoni” e “cattivi”, l’ unica differenza è tra coloro che hanno una forza economica compatibile coi loro obiettivi politici, e coloro che non la hanno. Ad esempio, gli antichi Germani son passati alla storia come barbari perché, pur non volendo affatto distruggere la civiltà classica, ma anzi farne parte e fruire dei relativi vantaggi, finirono “involontariamente” per distruggerla, non essendo stati capaci di proporre un modello economico, ancor prima che culturale, compatibile con la sua continuazione, come invece avevano saputo fare i Romani quando avevano preso il testimone della civiltà ellenistica. L’ Inghilterra del ‘700 e ‘800, gli Usa del ‘900, e la Cina di oggi, hanno avuto, o hanno, la forza economica per sostenere il loro espansionismo globale con carote economiche da alternare al bastone militare. La povera Italia del periodo fascista, malgrado la funzione civilizzatrice millantata dal regime, non aveva alcuna prospettiva economica valida da offrire a Etiopi, Sloveni, Greci, Croati, Montenegrini, Egiziani, in modo che traessero qualche vantaggio economico, al momento di entrare nell’orbita politica italiana, che li risarcisse in parte della perduta indipendenza. Il regime non aveva alternativa all’uso del bastone militare, peraltro pure minato nella sua efficienza dalla pochezza economica del.paese. Forse l’unico paese che contraddice questa teoria è la Germania del primo ‘900, che, pur avendo i mezzi economici per espandere in maniera relativamente pacifica la propria sfera d’influenza, scatena inutilmente due guerre mondiali disastrose ed inutili, come dimostra il fatto che oggi abbia ugualmente potuto raggiungere gli obiettivi che si proponeva nel primo ‘900, ma senza più ricorrere al bastone militare. La spiegazione dell’eccezione è ardua, e forse va davvero ricercata in un’intrinseca difficoltà di integrazione con altre culture che, a distanza di quasi due millenni, accomuna gli antichi Germani ed i loro pronipoti attuali. Al riguardo potrebbe essere illuminante, al fine di voler ricercare una spiegazione irrazionalmente culturale invece che razionalmente economica, la lettura del malapartiano “Kaputt”, a cui rinvio.
    Alessandro Colarusso

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  • Una riflessione interessante. Rispetto all’Italia ciò che mi piacerebbe mettere in luce è che dalla fine della sua indipendenza, con l’invasione francese nel 1494, gli Italiani siano vissuti nella memoria di un passato glorioso, attendendo invano che quello stesso passato tornasse a far risplendere la potenza economica e militare della nostra penisola sul mondo conosciuto. L’ “ombra dell’impero romano” come si potrebbe definirla, ha finito per costituire un limite, un’inutile utopia che non ha fatto altro che appesantire, rendendole difficilmente realizzabili, le ambizioni del neonato Regno d’Italia. Detto ciò l’Italia poteva svilupparsi in modo da far concordare i propri obiettivi con un grado di sviluppo economico soddisfacente. Nella fretta però sono venute a mancare le infrastrutture. Il divario tra ambizioni e condizioni economiche effettive si è così ampliato sempre di più. L’Italia è nata con le caratteristiche e le idee giuste per poter diventare una delle principali potenze europee, ma senza i mezzi ciò era semplicemente impossibile. In Germania alle medesime ambizioni corrispondevano mezzi enormemente superiori. Che poi la Germania abbia investito tutto il proprio enorme potenziale in guerre, anziché in un progetto di dominio economico, è associabile probabilmente alla intrinseca mentalità militarista, figlia del Regno di Prussia (piuttosto che di un’eredità germanico-barbarica).

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