La malattia di Dracula

di Mario Nardulli
Il cinema è influenzato dalla letteratura, i romanzi del genere orrorifico sono parecchi e tutti in serbatoio per essere “ridotti” cinematograficamente, dal Dr.Jeckill e mister Hide di Stevenson (capirai Fredrich March, Spencer Tracy e anche una originale interpretazione di Albertazzi), all’uomo lupo (Lon Chaney), Frankstein (Boris Karolf), ma da quasi subito il più rappresentativo, il più famoso , il più inossidabile, è lui….Dracula il vampiro.

Come mai questo personaggio incontra un successo così straordinario e dopo averlo un pò diviso con Frankstein, (diciamo Bela Lugosi-Boris Karlof) con il film del ’58 di Fisher e quindi Cristhofer Lee, diventa incontrastato? L’atto letterario di origine dei due mostri è comune, addirittura circostanziato, quella riunione nella Villa Diodati vicino Ginevra nel maggio 1816 di quel po po di letterati, Byron in testa, Shelley la sua fidanzata Mary, Polidori, in cui decidono di fare quella curiosa gara sul chi scriverà il più originale racconto dell’orrore; manco a dirlo Ken Russel ci ha fatto un film, ma in prima battuta la vincitrice della gara è lei Mary Godwin Wollstonecraft, fidanzata di Percy Bysshe Shelley, con Frankstein, mentre il Vampiro di John William Polidori è per il momento in sott’ordine.

Mentre difatti il mostro ricomposto da pezzi di cadaveri si inscrive subito nell’immaginario collettivo mondiale, Il Vampiro che tra l’altro era l’evoluzione del racconto abbozzato da Byron, sul quale probabilmente Polidori rappresentava lo stesso Lord Byron, nei suoi aspetti più inquietanti: infatti il nome del protagonista, “Lord Ruthven“, riprendeva il nome del protagonista del racconto “Glenarvon” di Lady Caroline Lamb, nel quale ella aveva inteso rappresentare, nella figura del crudele Ruthven Glenarvon, lo stesso Lord Byron, col quale Lady Lamb aveva avuto una relazione.

l lVampiro, dicevamo, aveva dovuto aspettare oltre mezzo secolo prima che qualcuno ne riprendesse il filo: due scrittori irlandesi, il primo Joseph Sheridan Le Fanu, che ne dà una versione in femminile, il secondo venticinque anni dopo che legò indissolubilmente la figura del vampiro al nome Dracula, nome che aveva ripreso dalla iconografia più o meno leggendaria di storia e tradizione, rumena dove vi era un personaggio realmente esistito più di quattrocento anni prima Vlad Tapes che era insignito dell’Ordine del Drago (Dracul) titolo che aveva ereditato dal nonno Mircea il vecchio e che era stato particolarmente efficace nella lotta contro i Turchi, adottando con particolare frequenza uno dei supplizi da loro preferito, l’impalamento, tanto da meritare l’epiteto di Vlad l’Impalatore.

Attenzione Vlad Tapes era un personaggio di una certa rilevanza: accreditato presso la corte di Matteo Corvino, ne aveva avuto particolari gratifiche che lo ponevano in prima linea, ma anche in contrasto col fratello Radu, per assumere la Corona di un Regno che dalla Transilvania sarebbe dovuto arrivare fino al Mar Nero, tra l’altro è a lui che si attribuisce la fondazione di Bucarest ed è anche citato da Papa Pio II Piccolomini come indefesso difensore della Fede Cristiana.

Come mai Stoker si rifece ad un personaggio così celebrato e anche famoso, per rivestirlo dei panni del suo “Dracula il Vampiro”? Bhe!!! Non abbiamo menzionato un’altra peculiarità di questo principe del quattrocento, la feroce efferatezza! A parte quel soprannome de l’Impalatore, ancora quand’era vivo si raccontavano storie tremende sulla sua crudeltà, era capace di far impalare un intero paese, se non gli era stato fedele e bastava la minima mancanza per incorrere nel terribile supplizio: una donna che mandava il marito lacero, una risposta velata di irriverenza e non solo, a degli ambasciatori che non si erano tolti il cappello in sua presenza, glielo aveva fatto inchiodare nelle testa.

Un tipaccio insomma, di cui col tempo tale fama di crudeltà aveva dato adito ad una vera e propria letteratura fino a imprimersi saldamente in special modo nei popoli della Transilvania dove esercitava il suo dominio. Eppure la fama di crudelissimo, non è sufficiente a spiegare il perché della scelta di Stoker, che aveva passato tre anni a documentarsi sulle storie e leggende della Transilvania, dove avrebbe ambientato il suo romanzo; quanti principotti di efferatezza simile si annoveravano in quel periodo? No, ci voleva altro e quell’altro doveva probabilmente venire da alcuni rituali, apparentemente scollegati a Vlad Tapes, ma che in verità ne definivano il quadro.

Anzitutto quella sua abitudine di agire solo di notte, sempre coprendosi il volto e quei pochi che ne erano riusciti a scorgere qualche fattezza ne avevano riportato impressioni terrificanti; sembra fosse di un pallore cadaverico, e aveva i denti che sporgevano innaturalmente con le gengive arrossate di sangue, e bastasse questo: più d’uno lo avevano sorpreso a avvicinarsi ad un suppliziato e affondare quei suoi denti aguzzi nelle carni straziate per surgerne il sangue, trovando nello stuolo, spesso sterminato di gente ad agonizzare sui pali, un sorta di banchetto ideale per questa sua propensione.

C’era poi quell’abitudine della gente del luogo di apporre grandi caschi di aglio alle porte di casa, non si sa bene per quali motivi; tutto un armamentario che a parte e sopratutto dopo il romanzo, sarebbe andato a comporre un vero e proprio immaginario collettivo su Dracula il Vampiro. Va bhe c’è anche quella dicitura di “non morto” , la croce, il non riflettersi nello specchio, il paletto nel petto, ma se riusciremo ad avere un po’ di pazienza vedremo che tutto si spiega, tutto ha una sua logica.

Cominciamo con le prime peculiarità: il pallore, il non sopportare la luce del sole, i denti sporgenti e quell’andare disperatamente alla ricerca di sangue. Ebbene il moderno quadro clinico definisce tali sintomi come un’affezione gravissima, la porfiria, ovvero una fortissima carenza del corpo di non riuscire a secernere le pofirine del sangue (un medico sarebbe molto più preciso e dettagliato nel fornire ragguagli su tale malattia). Gli affetti da tale terribile affezione hanno bisogno di continue trasfusioni di sangue per mantenersi in vita, ma intanto il loro fisico va incontro a tutti quei sintomi che abbiamo elencato parlando di Vlad Tapes-Dracula: pallore estremo, ridottissima sopportazione di esposizione alla luce del sole, che tende a distruggere sopratutto gli epiteli gengivali e quindi a far calare la dentatura, e come in tutte le malattie del sangue una totale intolleranza verso l’anillina contenuta nell’aglio.

Alla nosologia prettamente clinica si aggiungono considerazioni che ecco magari potranno essere un tantino forzate e dovute a sistemizzazioni scientifiche ulteriormente più avanzate dell’epoca di uscita del romanzo (1897 ) tipo la psicoanalisi, la pulsione di morte, la fase dello specchio, me è proprio grazie a queste che il quadro, non solamente clinico di Dracula il Vampiro si precisa e ne spiega anche lo straordinario successo a livello di immaginario collettivo. Quella di Dracula è una malattia, una malattia talmente grave da essere assimilata ad una malattia terminale, ovvero quella che ti rende un morto vivente “il non morto” dell’armamentario vampiresco, anzi Draculesco, e il sangue che questi ricerca dalle sue vittime, può essere in realtà una metafora dell’energia che un malato del genere, letteralmente succhia da coloro che ne hanno a che fare.

“Non si riflette nello specchio!” qui addirittura entra in gioco Lacan: allo specchio può essere attribuita la formazione stessa della nostra identità: ci si identifica nell’immagine riflessa, prima per singole parti, poi in una visione d’assieme per accedere ad percezione dell’IO. E quali percezione vuoi che possa essere riservata ad uno che è in fin dei vita.

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