The Black Power Mixtape 1967 – 1975

E’ sempre difficile consigliare un documentario. L’amico brontola, protesta, devia il discorso: al fondo, il motivo dell’avversione spontanea verso il documentario, è prodotto dal suo uso ripetitivo e pedante dall’istruzione primaria e secondaria. Intanto, nella produzione mainstream attuale, dall’ultimo giallo di Jeffery Deaver, a quel film Marvel che ha scalato le classifiche, all’ultimo disco di quel rapper il motivo dominante è lo stesso: intrattenimento.
Eppure, ci si perde così tanto materiale affascinante, e così tanti documentari che hanno la sola colpa di voler informare, prima d’intrattenere.

Il caso del Black Power Mixtape è proprio questo.

Dal 1967 al 1975 un piccolo gruppo di giornalisti svedesi scelse di viaggiare in America per documentare la progressiva presa di coscienza del popolo afroamericano sia dalle voci famose come quella di Martin Luther King, sia dalle interviste agli uomini qualunque per le strade.

La scansione temporale del documentario prevede nove capitoli, uno per ogni anno che procedono dall’assassinio di Kennedy (1968) al sorgere del movimento delle Pantere Nere (anni centrali) al netto declino che si avverte nel 1975, contemporaneo al ritorno dei soldati al fronte e sopratutto alla diffusione di armi da fuoco economiche, che trasformano i ghetti in luoghi di violenza endemica.

L’insieme delle registrazioni era stato in parte smarrito, in parte trascurato. Solo recentemente è stato restaurato e reso disponibile al pubblico. Le ragioni erano sia pratiche che politiche; ma non occorre dimenticare che nel pieno della guerra in Vietnam le violente critiche del giornalismo svedese portarono alla rottura diplomatica. Le critiche della nazione nordica vennero bollate come “anti-americane” e Nixon protestò vivamente, accusando di propaganda comunista gli svedesi. E’ interessante che nel “Mixtape” stesso, le lamentele anti-americane sono piuttosto vaghe. E’ chiaro che l’anti-americanismo è un comodo costrutto utile per reagire a una critica senza rispondervi; lo si accusa di odiare l’America e via, l’avversario è liquidato. Non c’è alcun serio tentativo di argomentare la posizione patriottica, ma il rimprovero di una malattia mentale.

Certo, sul piano squisitamente tecnico hanno maggiore importanza i filmati in sé, che il “collante” di commentarii e riprese. Lo sguardo che questi svedesi mostrano sull’America è tanto ingenuo da risultare straniante. Non c’è alcun tentativo di contestualizzazione, né di critica. Semplicemente, come bravi ragazzi del college, gli svedesi girano tra periferie e cortei, filmando e ponendo domande. Quest’ingenuità spinta all’estremo è chiaramente il vero pregio del documentario. Gli interventi, anche a posteriori, sono piuttosto blandi. Una telecamera e un computer per le domande nelle interviste avrebbe portato a eguali risultati. Non c’è misteriosamente traccia dell’identità svedese che pure filma in continuazione. E quando si tenta di approfondire, il documentario cala drasticamente di qualità, sconfinando nel mieloso.

Direi che il maggior pregio di questo “Mixtape” risultò, sopratutto considerando l’epoca, nell’aver lasciato parlare i protagonisti, senza nessun taglio o impedimento.

Finalmente libero dalle catene, il “Black Power” parla e si difende.

E come constaterete se guarderete il documentario, si difende piuttosto bene.

the+black+power+documentario

1967

Spiccano durante quest’anno le diverse interviste svolte a Stokely Carmichael, senza dubbio il precursore di quello che diventerà poi la fiamma del Black Power Movement. Colpisce nel discorso all’università di Stoccolma l’amara constatazione di quanto la non-violenza gandhiana sia alla fine fondata su un profondo ottimismo. La resistenza passiva comporta infatti un oppressore sensibile all’etica e capace di riconoscersi nell’oppresso. Il nemico, superata una certa soglia, finisce per provare empatia verso la vittima, per provare il suo dolore. Deve, perlomeno, sentire vergogna.

Ma, argomenta Stokely, non siamo in Inghilterra. Siamo in America, un’America che non empatizza, non s’immedesima, non ha coscienza. Per Stokely il pacifismo non è un’ipotesi accettabile e non lo è la politica paziente di Martin Luther King.

Bello oltre che inedito il semplicissimo dialogo tra Stokely e la madre, tra una battuta e l’altra, in casa. Dare una sbirciata alla vita familiare degli anni sessanta, e nello specifico della vita familiare di chi solitamente Hollywood ritrae come quartieri di drogati e alcolizzati, è un altro vantaggio del documentario. Mostra persone come tante, alle prese con problemi sociali, più che razziali.

Paghe basse e licenziamenti e povertà.
Straordinario inoltre come il commentatore, Talib Kweli, sia stato arrestato poco dopo l’attentato alle Torri gemelle, nel 2001 sull’unica accusa di ascoltare un discorso di Stokely. Talib, mentre era diretto in aereo verso la California, stava riascoltando per uno studio alcuni dei discorsi di Stokely del 1967. E su quell’unica base, l’FBI lo arrestò all’atterraggio, dichiarandosi particolarmente preoccupata che stesse ascoltando quel vecchio dissidente. Nel 2001 ancora l’FBI monitora dunque chi ascolta i discorsi di Stokely e li considera nonostante oltre cinquant’anni di distanza (!) particolarmente pericolosi. Eppure il buon Stokely passò metà della sua vita in carcere e ogni battaglia la combatté in colpi di penna…

1968

L’anno della svolta.

Martin Luther King muore.

E muore Kennedy. Muore Medgar Evers nel 1963.

Moriranno Mark Clark e Fred Hampton l’anno successivo.

Sempre nel 68′ John Carlos e Tommie Smith esibiscono il pugno chiuso delle Pantere Nere a Città del Messico. E’ una lunga lista dapprima di capi, poi di persone comuni man mano che l’atmosfera politica s’incendia fino a diventare irrespirabile.

Il commentatore esprime bene due cose: primo, il fatto che fosse il 68′, ma che movimenti d’opposizione fossero già vivi dagli inizi del 60′. Di conseguenza una generazione era cresciuta, si era preparata per quasi un decennio allo scontro. 

Secondo, compaiono le Black Panthers e Malcom X nel discorso.

That as long as a white man does it, it’s all right.
A black man is supposed to have no feelings.
But when a black man strikes back, he’s an extremist.
He’s supposed to sit passively, and have no feelings, be non violent, and love his enemies.
No matter what kind of attack, be it verbal or otherwise, he’s supposed to take it.
But if he stands up, and in any way tries to defend himself… Then he is an extremist.

Le Black Panthers vogliono difendersi. Vogliono “fight back”. E’ ipocrita chiedere una difesa passiva quando il mondo che ti circonda è attivo e del tutto estraneo e indifferente alla tua passività. Nessuno dovrebbe venir privato del diritto a difendersi, né giudicato come “cattivo” solo per aver voluto proteggere sé stesso e chi gli è caro.

1969

E’ interessante che quando i leaders finiscono uno dopo l’altro in prigione, per altro raramente per atti violenti, l’attività delle Black Panthers passa alle donne. Nel 1969, nei diversi centri del movimento, la priorità è data a educazione e cibo. Le insegnanti sono tutte donne. Alcuni dettagli visivi lontani dallo stereotipo che immaginiamo: hanno quasi tutte gli occhiali, non ci sono armi e i discorsi più complessi vertono sul potere: cos’è, com’è, come conquistarlo.

Le diverse sedi delle Black Panthers offrivano, in una ambiente povero di risorse quale il ghetto negli anni sessanta, una serie di servizi. Il più importante era la colazione gratis per i figli. Sarà solo dopo il successo di quest’iniziativa e di altre in campo umanitario, che s’inizierà a proporre la colazione gratuita nelle scuole dell’obbligo. L’attuale esistenza di questo servizio gratuito, completamente contro la logica del risparmio o dell’efficienza, la si deve allo sforzo delle Black Panthers di aiutare la popolazione. Dopotutto, non penserete davvero che un servizio tanto generoso sia stato proposto dal Congresso o dalle Multinazionali, no?

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1970

J. Hedgar Hoover dichiara che il programma di colazioni gratuite offerte dalle Black Panthers nei ghetti e da svariate associazioni pacifiste nei quartieri poveri è la più grave “minaccia interna” agli Stati Uniti. Angela Davis ha l’onore (!) di finire tra le 3 persone giudicate più pericolose dall’FBI. Le carceri costruite per i pochi detenuti degli anni 40/50 rigurgitano ormai di prigionieri politici.

1971

Iniziano le polemiche sul ruolo anti-americano della televisione svedese. La Tv Guide che accusa di anti-americanismo il giornalismo europeo è finanziata dall’ambasciatore americano a Londra, “casualmente”, tra i più valenti consiglieri di Nixon.

1972

Il mixtape si colora! Un’intervista a una delle leader delle Pantere Nere spiega il cambiamento di rotta del movimento, che sceglie di rinunciare temporaneamente alla lotta armata nelle proteste. La campagna della polizia sta letteralmente distruggendo il movimento, che sceglie di focalizzare l’attenzione sugli aspetti più pacifici, quali l’assistenza ai poveri e agli affamati. L’attenzione della stampa ormai insisteva sul binomio Polizia Vs Black Panthers. Si sceglie pertanto di allargare il movimento a chiunque sia oppresso, senza infognarsi nell’accusa di razzismo.

Nel corso di un processo dove assisteva Angela Davis, Jonathan Jackson, il fratello diciassettenne di George Jackson, membro prominente delle Black Panther, compie un attentato. Estrae una pistola, prende diversi ostaggi e viene prontamente abbattuto in un massacro nel parcheggio poco distante, dove muoiono il giudice, due testimoni e lo stesso Jonathan Jackson. Il deplorevole atto porta tuttavia a conseguenze inattese quando la pistola di Jonathan viene scoperta registrata a nome di Angela Davis. Su questa base pertanto si può definire Angela Davis una complice dell’attentato e si può metterla a morte secondo quanto prevede la legge californiana. Ovviamente, il collegamento tra pistola, possessore e omicidio è bassa ai limiti del grottesco, ma per Nixon è un’occasione d’oro per inchiodare il nemico sotto un profilo “pulito” giuridicamente.

L’accaduto inoltre svela un particolare interessante: il possesso di un’arma da fuoco in California è perfettamente legale, ma diventa “immorale” per la stampa quando a possederla è un afroamericano. Questo pone interessanti quesiti per quanto riguarda il trito discorso pro/contro armi da fuoco, dove chi è contro è per forza il “cattivo”.

L’intervista (a colori!) ad Angela Davis in carcere è una piccola gemma. Non starò qui a parlarne perchè davvero merita piuttosto vederla coi proprio occhi e giudicare per sé.

Tuttavia non posso non far notare come l’enfasi sia sugli ideali che dovrebbero comportare e raggiungere una rivoluzione, non sulla violenza della stessa.

Ormai “fa fine” far notare in Hollywood e in generale nell’intrattenimento il tema della “rivoluzione”, ma in nessun caso queste rivoluzioni sono cambiamenti di prospettiva paragonabili al 1789 o al 1917. Ci si limita in queste narrazioni a “rovesciare” vittime e oppressori, senza che nessuno dei due trasformi minimamente la suamentalità. Sono, nel migliore dei casi, guerre civili. Ma d’altronde nessuno di questi sceneggiatori aveva scritto una tesi di laurea sull’opinione di Kant sulla violenza nella rivoluzione francese come aveva fatto Angela Davis…

When you talk about a revolution, most people think “Violence!!!” without realizing that the real content of any kind of revolutionary thrusts lies in the principles and goals that you’are striving for, not in the way you reach them.

1973

You can be black as a crow, white as snow, but if you don’t know and aint got the dough, then you can’t go.

Il documentario comincia progressivamente a concentrarsi su Harlem, intervistando un librario che da decenni colleziona testi sul black power movement. Ancora una volta, l’attenzione è sulla difficoltà a uscire dalla trappola del razzismo fine a sé stesso, dove il rimprovero della discriminazione non supera il piagnucolio commiserevole.
Il librario è un curioso gnomo letteralmente sepolto di testi, mentre alle sue spalle un quadro a grandezza naturale di Malcom X incombe come un gigantesco santuario. Mi chiedo da quale brand sia stato oggigiorno sostituito…

pantere+nere+anni+60

1974

Nella prospettiva del documentario, quest’anno segna una decisa recessione delle proteste.

Nixon si dimette, ma l’ondata di veterani dal Vietnam porta con sé una prima, massiccia diffusione di droghe, con i primi casi di overdose. In questo periodo la stampa comincia a usare l’espressione “guerra alla droga” fornendo il chiaro messaggio di un conflitto interno, piuttosto che di un malessere sociale. 

I leader superstiti degli anni precedenti appaiono smunti, scoraggiati. I raduni non sono più possibili, il movimento ripiega su sé stesso. 

Un curioso individualismo sembra regnare tra le strade dei ghetti.

1975

La guerra termina con la conquista comunista di Saigon.

Le truppe americane si ritirano dal Vietnam.

La diffusione di massa di armi da fuoco per la difesa personale porta a un’inflazione della violenza nelle strade, che vedrà consolidarsi verso i primi anni ottanta il triste binomio dello spaccio/armi da fuoco.

Il movimento, esautorato nel suo obiettivo primario – la guerra in Vietnam – si disgrega rapidamente, continuando a sopravvivere solo collateralmente. Tecniche, discorsi e gesti delle Pantere Nere verranno poi riciclati con successo in molti degli attuali movimenti di protesta. In altri casi la memoria delle Black Panther verrà tenuta viva attraverso occasionali revival culturali, dalla musica (i filoni meno beceri dell’hip hop) ai film (Malcom X, di Spike Lee).

Fonti:

The Black Power Mixtape 1967 – 1975 (Imdb)

Trovate il documentario anche su Youtube.

Articolo originale su Cronache Bizantine (con divagazioni, note e approfondimenti). 

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