la legge di Murphy nel 1917

di Mario Nardulli
La prima guerra mondiale sul fronte italiano sembra il terreno e l’ambientazione ideale per l’inverazione di una legge di qualche anno dopo, formulata, non a caso da un ingegnere in servizio nell’esercito statunitense Edward Murphy che colpito dall’impressionante sequenza di errori, che sistematicamente dei tecnici effettuavano nel montare dei pezzi di razzi su rotaia (erano possibili due modi in cui ciascun sensore poteva essere agganciato al suo supporto, e metodicamente i tecnici li montavano tutti e 16 nella maniera sbagliata.) che fu indotto a pronunciare la sua storica frase « Se ci sono due o più modi di fare una cosa, e uno di questi modi può condurre a una catastrofe,allora qualcuno la farà in quel modo. »
La frase che fu riportata da un maggiore medico John Paul Stapp a una conferenza stampa pochi giorni più tardi. E’’ la legge che sentenzia che una fetta di pane imburrata cada sempre dalla parte del burro e non solo ma che se in terra c’è un bel tappeto persiano la probabilità è direttamente proporzionale al valore di quel tappeto. Nella prima guerra mondiale tale legge non era stata ancora formulata, però c’erano le battute dello scrittore umoristico inglese Jerome Klapka Jerome Tre uomini in barca (per tacere del cane)”,che potrebbero anche essere considerate delle precorritrici della legge di Murphy, ma sopratutto c’erano loro: i nostri bravi generali che con metodica sistematicità, e una volenterosa dedizione quasi commovente facevano di tutto per avvalorare una legge e dei principi che ancora non erano stati scritti, ma che insomma, loro, si proprio loro, avrebbero potuto considerarsi assoluti campioni e precursori assai più dei tre uomini in barca e del cane.
Torniamo a quel 17: nel precedente articolo su Caporetto non si poteva mettere in ballo né la legge di Murphy, né la sfortuna, ma semmai solo la spaventosa incompetenza dei nostri Generali, però in perlomeno un paio di occasioni precedenti, sempre del ’17, si! Anzitutto c’è da dire che già allora il 17 era un numero che portava sfiga, senza che quasi nessuno, specie lì in quella congerie di umanità, di cui i tre quarti analfabeta, ne sapesse il perche’ (il numero in caratteri romani XVII che anagrammato dà il significato di VIXI = ho vissuto, quindi “sono morto”).
Tornando alla nostra legge di Murphy, Il Gen. Cadorna potrebbe benissimo rappresentare il bel tappeto, le sue due stelle con nel mezzo la corona bordata rosso su fondo argenteo del grado di Tenente Generale erano in attesa di ratifica di una terza stella quella che contraddistingueva il grado di Generale d’Esercito, cui l’unico insignito era il Gen.Carlo Caneva suo antico rivale, di cinque anni più vecchio e con provenienza dall’esercito asburgico, il che probabilmente gli aveva nuociuto quando nel ’14 si era dovuto scegliere il nuovo capo di S.M.data l’improvvisa morte del napoletano Alberto Pollio.
Eh si! nell’ideale tappeto della sua ambizione la mancanza di quella terza stella era davvero una nota dolente, ma per aggiungerla alla trama, bisognava fare qualcosa di, se non proprio straordinario, perlomeno di rilevante…no non erano bastate le famose spallate sul Carso e neppure la pur eroica difesa degli altopiani trentini del ’16 e neppure la strombazzata presa di Gorizia, il cui merito se l’era accaparrato tutto Capello; ci voleva qualcosa di eclatante e che fosse ascrivibile solo a lui: ecco un’offensiva in Trentino un po’ più ad est di dove gli austriaci avevano sferrato la loro “Straf-Expedition” nella zona che fino ad allora era denominata sbarramento “Altopiano dei Sette comuni” e che per l’occasione sarebbe stata elevata al rango di Armata, una nuova Armata, la 6^, dopo le prime quattro che erano state disposte allo scoppio della guerra e la 5^ cosidetta di Riserva che proprio Cadorna aveva in tutta fretta costituto nella pianura vicentina proprio nel corso della grande battaglia dell’anno precedente sugli altopiani trentini, se mai gli austriaci fossero riusciti a dilagare a valle.
Il tappeto era stato denominato “Operazione K”, ma eccola la fetta da imburrare, dove il burro era proprio il Generale che era stato prescelto per il nuovo comando colla responsabilità di condurre l’offensiva, un generale, per carità niente di che, né nel male , né nel bene, ma con una peculiarità particolare, che ben si adatta a quel fatto della fetta imburrata di cadere dalla parte del burro, proprio sul prezioso teppeto : Ettore Mambretti 58 anni, una carriera ineccepibile, ma con una sorta di costante quella di essere sempre che era sempre l’uomo giusto, ma nel posto sbagliato (ad Adua nel ’96 dove si era portato benissimo guadagnandosi la medaglia d’argento, in Libia dove aveva preso la croce di Savoia ma in una battaglia persa, e lo stesso dicasi in quei due primi anni di guerra, dove si erano succeduti episodi anche risibili) , per dirla papale papale, il Gen. Mambretti si era guadagnato “sul campo” una inossidabile fama di jettatore; soldati, ufficiali, tutti conoscevano la sua nomea, perfino quando si recava ad Udine convocato da Cadorna, che tra l’altro gli era amico, nelle sale del Caffè Dorta (il famoso Trincerone del Dorta, luogo d’elezione di tutti i peggiori imboscati, odiatissimi dai reparti combattenti) si vedevano tutti gli azzimati ufficiali di Stato Maggiore (portan gambali lucidi, capelli impomatati, din don dan e al fronte non ci van) armeggiare con qualcosa di ferro tra le mani, o in mancanza d’altro infilarle spasmodicamente nelle tasche dei pantaloni o con qualcosa di ferro tra le mani.
Affidare il comando dell’operazione e di un’ intera Armata ad un uomo con tale nomea, considerando l’eccezionalità della situazione che faceva si che ognuno faceva ricorso a tutti gli scongiuri possibili e immaginabili, significava quasi di prammatica elevare all’ennesima potenza la sfiducia, lo sconforto e la rassegnazione, e costituire un ideale precedente, che se Murphy ne avesse avuto conoscenza , lo avrebbe senz’altro messo tra i capisaldi della sua “Legge”. La punta di diamante della 6^ Armata e dell’Operazione K stava nella 52^ Divisione del Gen. Como Dagna Sabina dove c’era un raggruppamento spropositato dei battaglioni alpini; non a caso alla vigilia dell’offensiva proprio Como Dagna, si era rivolto ai soldati “affido all’onore dei battaglioni…” aveva detto, ma a parte il fatto che era un madornale errore strategico, tattico e logistico, raggruppare così il fior fiore dei battaglioni alpini in un’unica Divisione, che perdevano così le precipue ragioni della loro efficacia (agilità, autonomia etc.) , a parte la nomea del Comandante in capo, un altro punto dolens era la segretezza del piano, che sempre più stava scadendo nella farsa: nei giorni precedenti l’offensiva i soldati austriaci si divertivano ad apporre nelle loro trincee cartelli con su scritto “Quando farete l’operazione k?” e quello che era l’intendimento generale, ovvero la sfiducia, , cogli ufficiali che in una mano avevano il fischietto che assieme al rituale “Savoia!” dava inizio all’attacco, ma l’altra mano stava proprio nelle tasche dei pantaloni, proprio come quella dei Generali del “Dorta” si era quasi subito rivelata un disastro.
In verità, nel primo balzo d’offensiva l’Ortigara e anche parecchie posizioni, dal Costone dei Ponari, a Campigoletti, al passo dell’Agnellizza fu conquistato, ma per essere perduto poco dopo. Ufficialmente fu data la colpa al maltempo che aveva impantanato il movimento dei soldati, ma il vero motivo dell’insuccesso era chiaro a tutti e lo stesso cadorna dovette convenirne. Il giornalista de Il Messaggero Rino Alessi, in una lettera del 23 luglio 1917 inviata al suo direttore per informarlo del siluramento di Mambretti, a tal proposito scrisse riportando pari pari proprio quanto disse Cadorna «tutti gli ufficiali avevano interpretato l’irrompere improvviso del temporale come un segno ineluttabile di quella nomea che perseguitava il Mambretti, in ogni suo atto – La jettatura ha voluto esercitarsi fino all’estremo: gli Austriaci, dopo una gran preparazione di artiglieria, hanno assalito e ci hanno ripreso l’Ortigara, malgrado una difesa strenua…. quando i soldati vedono Mambretti fanno gli scongiuri. In Italia purtroppo questo pregiudizio costituisce una grande forza contraria”.
Nel dimenticatoio dunque l’Operazione K, il tappeto di Cadorna macchiato inesorabilmente, e come visto siluramento di Mambretti e cancellazione della stessa 6^Armata che non verrà più ricostituita. Eppure di lì a poco ci sarebbe stata una occasione davvero straordinaria, molto ma molto più rilevante dell’obiettivo della operazione k, che era in sostanza l’eliminazione del Costone di Portule, un’occasione che i libri di storia in genere non riportano e sul quale si è steso una sorta di velo pietoso, eh già perché in tale occasione non basta mettere sul piatto la nomea di un generale e gli ante litteram della legge di Murphy, qui vale l’insipienza e, diciamolo, la spaventosa incompetenza dei nostri Generali, che si lasciarono sfuggire, o meglio non furono in grado di recepire la straordinaria possibilità non solo di eliminare un Costone, ma di arrivare nientemeno che alle terga del campo trincerato di Trento.
In genere noi che abbiamo fatto il liceo classico e quando c’era ancora la terribile maturità, con tutte le materie dei tre anni di corso da portare, siamo rimasti colpiti da certi episodi, da certe frasi che poi ci hanno accompagnato tutta la vita: la discesa di Odisseo nell’Ade, il prato ricoperto di asfodeli sul quale si allontana l’ombra di Achille, dopo che ha profferito l’invettiva “preferirei essere l’ultimo degli uomini, un porcaro alle prese coi porci nella terra riscaldata del sole, che il signore di queste ombre che la morte ha consunto” il remo scambiato per un ventilabro, nel paese immerso da nebbie, di uomini che non conoscono il sapore del sale” in primo liceo c’era un passo dove nelle Storie Erodoto, raccontava di un uomo alla corte del Re di Persia, che era perfettamente consapevole del disastro un cui stava andando incontro “quanto segue l´ho sentito raccontare da Tersandro, uno dei cittadini più illustri di Orcomeno. Mi raccontò Tersandro di essere stato invitato pure lui da Attagino ad un banchetto, a cui partecipavano anche cinquanta personaggi di Tebe. Gli invitati non si sistemarono su divani separati, ma su ogni lettuccio c´erano un Persiano e un Tebano. Dopo il pasto, mentre si beveva, il Persiano con cui divideva il posto gli chiese in greco di dove fosse e lui gli rispose che era di Orcomeno. Il Persiano allora proseguì: \”Poiché sei stato mio compagno di tavola e hai brindato con me, voglio lasciarti un ricordo di ciò che penso, perché tu, preavvisato, possa riflettere bene su quello che ti conviene fare. Tu vedi questi Persiani che banchettano e l´esercito che abbiamo lasciato accampato sulle rive del fiume? Di tutti costoro fra non molto tu ne vedrai ben pochi ancora vivi\“. Diceva così il Persiano, e intanto piangeva, piangeva. Tersandro meravigliato delle sue parole gli domandò: \”Ma non sarebbe il caso di dirlo a Mardonio e agli altri che, dopo di lui, godono di maggior prestigio fra i Persiani?\”. Ma quello rispose: \”Straniero, quel che gli deve venire dal dio nessun uomo può stornarlo; e anche se dài avvertimenti degni di fede, nessuno vorrà prestarti ascolto. Siamo in tanti, fra i Persiani, ad essere convinti di ciò che si prepara e non ci opponiamo, obbligati dalla necessità. Ed è questa al mondo l´angoscia più odiosa: capire molto e sentirsi impotenti\“.
Questo sentii da Tersandro di Orcomeno; ed anche che ne aveva parlato subito ad altri, prima che avesse luogo la battaglia di Platea.
Un pezzo che mi è rimasto impresso e che ha un riferimento personale di “sentito dire” proprio in merito a quella straordinaria occasione di cambiare l’esito della guerra, di cui l’ufficiale che appare nella foto di testa Mario Nardulli cl. 1888 si trovò a partecipare quale cte del plotone d’assalto, poi compagnia del Btg.Monte Suello che per la battaglia dell’Ortigara era stato riportato nel battaglione originario, il Vestone (nota di chiarimento: alla mobilitazione nel 1915, i battaglioni precipui di un reggimento alpino (a prima guerra mondiale sul fronte italiano sembra il terreno e l’ambientazione ideale per l’inverazione di una legge di qualche anno dopo, formulata, non a caso da un ingegnere in servizio nell’esercito statunitense Edward Murphy che colpito dall’impressionante sequenza di errori, che sistematicamente dei tecnici effettuavano nel montare dei pezzi di razzi su rotaia (erano possibili due modi in cui ciascun sensore poteva essere agganciato al suo supporto, e metodicamente i tecnici li montavano tutti e 16 nella maniera sbagliata.) che fu indotto a pronunciare la sua storica frase « Se ci sono due o più modi di fare una cosa, e uno di questi modi può condurre a una catastrofe,allora qualcuno la farà in quel modo. »
La frase che fu riportata da un maggiore medico John Paul Stapp a una conferenza stampa pochi giorni più tardi. E’’ la legge che sentenzia che una fetta di pane imburrata cada sempre dalla parte del burro e non solo ma che se in terra c’è un bel tappeto persiano la probabilità è direttamente proporzionale al valore di quel tappeto. Nella prima guerra mondiale tale legge non era stata ancora formulata, però c’erano le battute dello scrittore umoristico inglese Jerome Klapka Jerome” Tre uomini in barca (per tacere del cane)”,che potrebbero anche essere considerate delle precorritrici della legge di Murphy, ma sopratutto c’erano loro: i nostri bravi generali che con metodica sistematicità, e una volenterosa dedizione quasi commovente facevano di tutto per avvalorare una legge e dei principi che ancora non erano stati scritti, ma che insomma, loro, si proprio loro, avrebbero potuto considerarsi assoluti campioni e precursori assai più dei tre uomini in barca e del cane.
Torniamo a quel 17: nel precedente articolo su Caporetto non si poteva mettere in ballo né la legge di Murphy, né la sfortuna, ma semmai solo la spaventosa incompetenza dei nostri Generali, però in perlomeno un paio di occasioni precedenti, sempre del ’17, si! Anzitutto c’è da dire che già allora il 17 era un numero che portava sfiga, senza che quasi nessuno, specie lì in quella congerie di umanità, di cui i tre quarti analfabeta, ne sapesse il perche’ (il numero in caratteri romani XVII che anagrammato dà il significato di VIXI = ho vissuto, quindi “sono morto”).
Tornando alla nostra legge di Murphy, Il Gen. Cadorna potrebbe benissimo rappresentare il bel tappeto, le sue due stelle con nel mezzo la corona bordata rosso su fondo argenteo del grado di Tenente Generale erano in attesa di ratifica di una terza stella quella che contraddistingueva il grado di Generale d’Esercito, cui l’unico insignito era il Gen.Carlo Caneva suo antico rivale, di cinque anni più vecchio e con provenienza dall’esercito asburgico, il che probabilmente gli aveva nuociuto quando nel ’14 si era dovuto scegliere il nuovo capo di S.M.data l’improvvisa morte del napoletano Alberto Pollio.
Eh si! nell’ideale tappeto della sua ambizione la mancanza di quella terza stella era davvero una nota dolente, ma per aggiungerla alla trama, bisognava fare qualcosa di, se non proprio straordinario, perlomeno di rilevante…no non erano bastate le famose spallate sul Carso e neppure la pur eroica difesa degli altopiani trentini del ’16 e neppure la strombazzata presa di Gorizia, il cui merito se l’era accaparrato tutto Capello; ci voleva qualcosa di eclatante e che fosse ascrivibile solo a lui: ecco un’offensiva in Trentino un po’ più ad est di dove gli austriaci avevano sferrato la loro “Straf-Expedition” nella zona che fino ad allora era denominata sbarramento “Altopiano dei Sette comuni” e che per l’occasione sarebbe stata elevata al rango di Armata, una nuova Armata, la 6^, dopo le prime quattro che erano state disposte allo scoppio della guerra e la 5^ cosidetta di Riserva che proprio Cadorna aveva in tutta fretta costituto nella pianura vicentina proprio nel corso della grande battaglia dell’anno precedente sugli altopiani trentini, se mai gli austriaci fossero riusciti a dilagare a valle.
Il tappeto era stato denominato “Operazione K”, ma eccola la fetta da imburrare, dove il burro era proprio il Generale che era stato prescelto per il nuovo comando colla responsabilità di condurre l’offensiva, un generale, per carità niente di che, né nel male , né nel bene, ma con una peculiarità particolare, che ben si adatta a quel fatto della fetta imburrata di cadere dalla parte del burro, proprio sul prezioso teppeto : Ettore Mambretti 58 anni, una carriera ineccepibile, ma con una sorta di costante quella di essere sempre che era sempre l’uomo giusto, ma nel posto sbagliato (ad Adua nel ’96 dove si era portato benissimo guadagnandosi la medaglia d’argento, in Libia dove aveva preso la croce di Savoia ma in una battaglia persa, e lo stesso dicasi in quei due primi anni di guerra, dove si erano succeduti episodi anche risibili) , per dirla papale papale, il Gen. Mambretti si era guadagnato “sul campo” una inossidabile fama di jettatore; soldati, ufficiali, tutti conoscevano la sua nomea, perfino quando si recava ad Udine convocato da Cadorna, che tra l’altro gli era amico, nelle sale del Caffè Dorta (il famoso Trincerone del Dorta, luogo d’elezione di tutti i peggiori imboscati, odiatissimi dai reparti combattenti) si vedevano tutti gli azzimati ufficiali di Stato Maggiore (portan gambali lucidi, capelli impomatati, din don dan e al fronte non ci van) armeggiare con qualcosa di ferro tra le mani, o in mancanza d’altro infilarle spasmodicamente nelle tasche dei pantaloni o con qualcosa di ferro tra le mani.
Affidare il comando dell’operazione e di un’ intera Armata ad un uomo con tale nomea, considerando l’eccezionalità della situazione che faceva si che ognuno faceva ricorso a tutti gli scongiuri possibili e immaginabili, significava quasi di prammatica elevare all’ennesima potenza la sfiducia, lo sconforto e la rassegnazione, e costituire un ideale precedente, che se Murphy ne avesse avuto conoscenza , lo avrebbe senz’altro messo tra i capisaldi della sua “Legge”. La punta di diamante della 6^ Armata e dell’Operazione K stava nella 52^ Divisione del Gen. Como Dagna Sabina dove c’era un raggruppamento spropositato dei battaglioni alpini; non a caso alla vigilia dell’offensiva proprio Como Dagna, si era rivolto ai soldati “affido all’onore dei battaglioni…” aveva detto, ma a parte il fatto che era un madornale errore strategico, tattico e logistico, raggruppare così il fior fiore dei battaglioni alpini in un’unica Divisione, che perdevano così le precipue ragioni della loro efficacia (agilità, autonomia etc.) , a parte la nomea del Comandante in capo, un altro punto dolens era la segretezza del piano, che sempre più stava scadendo nella farsa: nei giorni precedenti l’offensiva i soldati austriaci si divertivano ad apporre nelle loro trincee cartelli con su scritto “Quando farete l’operazione k?” e quello che era l’intendimento generale, ovvero la sfiducia, , cogli ufficiali che in una mano avevano il fischietto che assieme al rituale “Savoia!” dava inizio all’attacco, ma l’altra mano stava proprio nelle tasche dei pantaloni, proprio come quella dei Generali del “Dorta” si era quasi subito rivelata un disastro.
In verità, nel primo balzo d’offensiva l’Ortigara e anche parecchie posizioni, dal Costone dei Ponari, a Campigoletti, al passo dell’Agnellizza fu conquistato, ma per essere perduto poco dopo. Ufficialmente fu data la colpa al maltempo che aveva impantanato il movimento dei soldati, ma il vero motivo dell’insuccesso era chiaro a tutti e lo stesso cadorna dovette convenirne. Il giornalista de Il Messaggero Rino Alessi, in una lettera del 23 luglio 1917 inviata al suo direttore per informarlo del siluramento di Mambretti, a tal proposito scrisse riportando pari pari proprio quanto disse Cadorna «tutti gli ufficiali avevano interpretato l’irrompere improvviso del temporale come un segno ineluttabile di quella nomea che perseguitava il Mambretti, in ogni suo atto – La jettatura ha voluto esercitarsi fino all’estremo: gli Austriaci, dopo una gran preparazione di artiglieria, hanno assalito e ci hanno ripreso l’Ortigara, malgrado una difesa strenua…. quando i soldati vedono Mambretti fanno gli scongiuri. In Italia purtroppo questo pregiudizio costituisce una grande forza contraria”.
Nel dimenticatoio dunque l’Operazione K, il tappeto di Cadorna macchiato inesorabilmente, e come visto siluramento di Mambretti e cancellazione della stessa 6^Armata che non verrà più ricostituita. Eppure di lì a poco ci sarebbe stata una occasione davvero straordinaria, molto ma molto più rilevante dell’obiettivo della operazione k, che era in sostanza l’eliminazione del Costone di Portule, un’occasione che i libri di storia in genere non riportano e sul quale si è steso una sorta di velo pietoso, eh già perché in tale occasione non basta mettere sul piatto la nomea di un generale e gli ante litteram della legge di Murphy, qui vale l’insipienza e, diciamolo, la spaventosa incompetenza dei nostri Generali, che si lasciarono sfuggire, o meglio non furono in grado di recepire la straordinaria possibilità non solo di eliminare un Costone, ma di arrivare nientemeno che alle terga del campo trincerato di Trento.
In genere noi che abbiamo fatto il liceo classico e quando c’era ancora la terribile maturità, con tutte le materie dei tre anni di corso da portare, siamo rimasti colpiti da certi episodi, da certe frasi che poi ci hanno accompagnato tutta la vita: la discesa di Odisseo nell’Ade, il prato ricoperto di asfodeli sul quale si allontana l’ombra di Achille, dopo che ha profferito l’invettiva “preferirei essere l’ultimo degli uomini, un porcaro alle prese coi porci nella terra riscaldata del sole, che il signore di queste ombre che la morte ha consunto” il remo scambiato per un ventilabro, nel paese immerso da nebbie, di uomini che non conoscono il sapore del sale” in primo liceo c’era un passo dove nelle Storie Erodoto, raccontava di un uomo alla corte del Re di Persia, che era perfettamente consapevole del disastro un cui stava andando incontro “quanto segue l´ho sentito raccontare da Tersandro, uno dei cittadini più illustri di Orcomeno. Mi raccontò Tersandro di essere stato invitato pure lui da Attagino ad un banchetto, a cui partecipavano anche cinquanta personaggi di Tebe. Gli invitati non si sistemarono su divani separati, ma su ogni lettuccio c´erano un Persiano e un Tebano. Dopo il pasto, mentre si beveva, il Persiano con cui divideva il posto gli chiese in greco di dove fosse e lui gli rispose che era di Orcomeno. Il Persiano allora proseguì: \”Poiché sei stato mio compagno di tavola e hai brindato con me, voglio lasciarti un ricordo di ciò che penso, perché tu, preavvisato, possa riflettere bene su quello che ti conviene fare. Tu vedi questi Persiani che banchettano e l´esercito che abbiamo lasciato accampato sulle rive del fiume? Di tutti costoro fra non molto tu ne vedrai ben pochi ancora vivi\“. Diceva così il Persiano, e intanto piangeva, piangeva. Tersandro meravigliato delle sue parole gli domandò: \”Ma non sarebbe il caso di dirlo a Mardonio e agli altri che, dopo di lui, godono di maggior prestigio fra i Persiani?\”. Ma quello rispose: \”Straniero, quel che gli deve venire dal dio nessun uomo può stornarlo; e anche se dài avvertimenti degni di fede, nessuno vorrà prestarti ascolto. Siamo in tanti, fra i Persiani, ad essere convinti di ciò che si prepara e non ci opponiamo, obbligati dalla necessità. Ed è questa al mondo l´angoscia più odiosa: capire molto e sentirsi impotenti\“.Questo sentii da Tersandro di Orcomeno; ed anche che ne aveva parlato subito ad altri, prima che avesse luogo la battaglia di Platea.
Riporto questa impressione correlata ad un sentito dire che ha una personalissima individuazione nella persona che appare nella fotografia, Mario Nardulli cl.1888 che al comando dello speciale reparto d’assalto del btg.Monte Suello che per l’occasione di quella famosa “Operazione K” era tornato nell’alveo del battaglione originario il Vestone. Un reparto che preludeva alle famose “fiamme nere” di cui infatti si scorgono le fasce mollettiere nere, che aveva la consistenza di un grosso plotone, ma che subito dopo ascendendo a livello di compagnia con la promozione a Capitano del suddetto ufficiale era rimasto acquartierato nella zona che andava dal Costone dei Ponari al Monte Salubio, e cioè a ridosso di quell’abitato di Carzano che doveva dare il nome a quella incredibile occasione di mutare il volto della guerra e che magari in un successivo articolo mi posso provare a raccontare.
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...