Vladimir Majakovskij: la guerra è dichiarata

di Edoardo Nespeca

La poesia venne composta nel luglio del 1914, alla notizia dello scoppio della guerra:

«Edizione della sera! Della sera! Della sera!
Italia! Germania! Austria!»
E sulla piazza, lugubremente listata di nero,
si effuse un rigagnolo di sangue purpureo!

Un caffè infranse il proprio muso a sangue¹,
imporporato da un grido ferino²:
«Il veleno del sangue nei giuochi del Reno³!
I tuoni degli obici sul marmo di Roma!»

Dal cielo lacerato contro gli aculei delle baionette
gocciolavano lacrime di stelle come farina in uno staccio,
e la pietà, schiacciata dalle suole, strillava:
«Ah, lasciatemi, lasciatemi, lasciatemi!»

I generali di bronzo sullo zoccolo a faccette
supplicavano: «Sferrateci, e noi andremo!»
Scalpitavano i baci della cavalleria che prendeva commiato,
e i fanti desideravano la vittoria-assassina.

Alla città accatastata giunse mostruosa nel sogno
la voce di basso¹⁰ del cannone sghignazzante,
mentre da occidente cadeva rossa¹¹ neve
in brandelli succosi di carne umana.

La piazza si gonfiava, una compagnia dopo l’altra,
sulla sua fronte stizzita si gonfiavano le vene.
«Aspettate, noi asciugheremo le sciabole
sulla seta delle cocottes¹² nei viali di Vienna!»

Gli strilloni si sgolavano: «Edizione della sera!
Italia! Germania! Austria!»
E dalla notte, lugubremente listata di nero,
scorreva, scorreva un rigagnolo di sangue purpureo.

Trad. italiana di A. M. Ripellino, in Poesia straniera del Novecento, a cura di A. M. Ripellino, Garzanti, Milano 1961.

Note:

  1. le vetrine di un caffè si infrangono e sembrano sanguinare per la violenza delle dimostrazioni.
  2. bestiale.
  3. in Germania, dove i dimostranti minacciano enfaticamente di voler portare la guerra.
  4. le cannonate.
  5. setaccio.
  6. le statue degli antichi condottieri nazionali.
  7. liberateci dal ferro.
  8. gli zoccoli dei cavalli scalpitanti sembrano schioccare baci d’addio.
  9. chiusa a difesa.
  10. cupa e profonda come quella di un basso.
  11. insanguinata.
  12. prostitute.

mayakovsky1Il pacifismo di Majakovskij utilizza qui l’arma dell’ironia e del sarcasmo facendo scorrere e accostando immagini pregnanti che evocano il sangue e la morte dei combattenti. La tecnica narrativa richiama quella del montaggio cinematografico.

Leggendo la poesia emerge con evidenza tutta la distanza che separa l’autore russo dai colleghi futuristi italiani. A differenza di questi, che si gettano a capofitto con sconfinato giubilo nella tragedia bellica, Majakovskij si discosta dalla guerra, condannandola in quanto vicenda del tutto contrastante con la solidarietà umana e con i reali bisogni della popolazione. Secondo il poeta russo infatti, il conflitto non è che un “capriccio” di quelle classi agiate legate al passato, che perseguono solamente i loro interessi e non quelli della collettività.

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