Vittoria mutilata o vittoria sprecata?

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La recente lettura, in questo stesso sito, di alcuni interessanti articoli sulla ben nota vicenda di Caporetto, oltre che, più in generale, sulla conduzione bellica italiana durante la Grande Guerra, mi ha ispirato alcune riflessioni in libertà sull'”utilità”, per l’Italia, del risultato politico-militare finale della Prima Guerra Mondiale, riflessioni forse un po’ controcorrente, ma che, proprio per questo, non pretendo non vadano soggette a critica, ma che propongo solo come punto di vista discutibile, ma alternativo, rispetto al pensare comune.
Eh sì, perché è ben noto come, in rapporto all’enorme costo economico, bellico, sociale, ed ovviamente, soprattutto in termini di vite umane perse, sia da destra che da sinistra, per opposte motivazioni ma con conclusioni convergenti, si sia sempre posto l’accento sull’inadeguatezza dei risultati ottenuti, o addirittura sulla negatività degli stessi in rapporto alla successiva evoluzione storica del nostro Paese. Da sinistra, lasciando da parte le posizioni ideologicamente pacifiste, anche in quelle più calate nella realtà di un’epoca, in cui la guerra era ancora un modo normale di regolare i rapporti tra le nazioni, è sempre stata ben chiara l’idea della Grande Guerra come di un tritacarne da cui l’Italia liberal-giolittiana-turatiana, che stava faticosamente, con tanta “prudenza”, ma non senza risultati, avviandosi sulla strada delle nazioni europee socio-economicamente più evolute, ne sia uscita “ardita”, cioè con quell’aggressività, anche sanguinaria, che avrebbe dato luogo, unita alla crisi economica post-bellica, legata alla riconversione dell’apparato industriale ed alla fine dell’artificiosa pace sociale contestuale allo sforzo bellico, a quel clima di violenza politica che è stato il brodo di coltura del fascismo, ma non solo, se si pensa che le stesse organizzazioni antifasciste spesso seguivano un modello di struttura, ed anche nomenclatura, paramilitare che, più che alla tradizione anarchica o socialista-insurrezionalista, traeva ispirazione dalla recente esperienza bellica di molti militanti (e, quando lo facevano, con ottimi risultati, come dimostra lo smacco clamoroso subito dalla “crema” dello squadrismo emiliano, guidata nientepopodimeno che dallo stesso Balbo, in quel di Parma, ad opera degli Arditi del Popolo, negli scontri dell’Oltretorrente dell’agosto ’22).
Ugualmente si sa bene quanto, alla propaganda nazionalista e fascista, abbia fatto gioco il mito della vittoria “mutilata”, dalla presunta incapacità dei politici liberali di ottenere al tavolo della pace quel ruolo di grande potenza mondiale che le clausole del trattato, ormai non più segreto, di Londra del ’15 sembravano promettere, ed i 650.000 caduti sembravano esigere. Ovviamente, discutere qui i mutamenti indotti dalla guerra nel modo di fare politica, di “sentirla”, richiederebbe spazi e competenze ben maggiori di quelle consentite dal sito e dalle mie cognizioni, per cui preferisco, per ora, limitarmi ad alcune considerazioni di geostrategia, per verificare se potevamo tenerci fuori dal carnaio alpino-carsico, e se, una volta entrati in gioco, la vittoria fu davvero povera cosa, o invece fu un grande risultato sfruttato male.

Un passo indietro, al 1866, quando, dalle ceneri di Custoza e Lissa, l’araba fenice rinata a Sadowa ci aveva portato in dote la pianura veneto-friulana, insieme al diritto di mettere solo la punta del piede sul primo predellino di quello scacchiere alpino orientale che il nostro nemico naturale continuava a controllare ben saldamente. Eh sì perché quanto ottenuto, benché superiore al risultato bellico, restava ben inferiore al confine che speravamo di ottenere entrando nella guerra austro-prussiana, ossia quello spartiacque alpino il cui conseguimento, come linea di frontiera, sarebbe stato il solo limite naturale sicuro di fronte al prevedibile revanscismo di un avversario che, benché ridimensionato da Sadowa, restava ben superiore a noi, sia militarmente che demograficamente e come capacità industriale. Di fatto, l’Italia, in sé, non aveva alcun mezzo per impedire all’esercito austro-ungarico di riprendersi quel Lombardo-Veneto da cui era appena stato respinto, se non ricorrere a quel complicato gioco diplomatico a braccetto, di volta in volta, di Francesi, Inglesi e Tedeschi, a cui i fatti di Tunisi del 1881 porranno fine solo ufficialmente, gettandoci nell’abbraccio della Germania guglielmina e del suo non troppo convinto alleato asburgico. Ma solo ufficialmente, ché la diplomazia segreta continuerà, fino al clamoroso “voltafaccia” del ’15, a lavorare su tutti i tavoli, come peraltro nell’antica, secolare, tradizione sabauda di barcamenarsi tra Francia, Spagna ed Austria, e come, tra l’altro, ritengo ampiamente giustificato per qualsiasi potenza che ammetta a se stessa, francamente, di essere di seconda o terza classe. Tra parentesi, ammetto di non condividere per niente l’idea spregiativa degli Italiani “voltagabbana, che cominciano le guerre con un alleato per terminarle alleate al suo nemico”, in realtà è l’unico modo, quello di mantenere aperta la possibilità di vendersi al miglior offerente, per una potenza di seconda classe, di mantenere la sua indipendenza rispetto all’alleato di prima classe, ché tanto ugualmente, all’occorrenza, non si farebbe scrupolo di vendere al nemico l’alleato minore rimasto stupidamente troppo fedele (e, quanto al giocare su più tavoli, vendendo la stessa merce a due clienti diversi, l'”integerrima” Inghilterra docet, se si paragona quanto venduto all’Italia con gli accordi segreti di Londra, e quanto venduto nel luglio ’17 al futuro Regno dei Serbi, Croati e Sloveni con l’accordo di Corfù, altrettanto segreto).

Ovviamente, però, per esser credibili sui varii tavoli diplomatici, ufficiali e “sottufficiali”, bisogna avere un peso militare almeno discreto, cosa che l’Italia del 1866 aveva dimostrato di non possedere. Da qui la contraddizione di un paese povero che si lancia in una corsa alle spese militari che ci vedrà, per buona parte del periodo tra il 1866 ed il 1914, incredibilmente primatisti europei per la percentuale del bilancio statale rivolta alle spese militari, sottraendo risorse che, se rivolte alle infrastrutture pacifiche, sarebbero state ben più preziose, ed inoltre creando una nuova classe sociale, quella dei militari di carriera e dei loro familiari, che, benché funzionale al mantenimento dell’ordine umbertino, sarebbe stata anch’essa, coi suoi stipendi e le sue pensioni, ben gravosa sulle finanze nazionali. Certo, l’orgoglio nazionale ricevette un notevole impulso dalla politica delle corazzate, nella quale l’Italia si lanciò intorno al 1880, al fine di garantire l’inviolabilità delle proprie coste da parte delle due potenziali flotte nemiche, la francese e l’asburgica, senza dover più “pagare” l’ombrello diplomatico inglese. Ma che assurdo, in un paese dove la Sicilia era davvero un’isola, ma non tanto perché circondata dal mare, bensì per lo standard ancora medievale delle vie di comunicazione terrestri tra Napoli e lo stretto di Messina, che assurdo, dicevo, che l’Italia si inorgoglisse del primato navale raggiunto, ad esempio, col varo, proprio nel 1880, della Caio Duilio,  la prima vera corazzata a torri della storia della marineria, giudicata dagli stessi Inglesi (il detto”Britannia rules the Waves” in questo caso, per una volta, fu smentito) ben più avanzata tecnologicamente delle loro unità coeve, primato che si continuerà a tentar di difendere per decenni attraverso un continuo confronto con le novità di marinerie rivali, peraltro supportate da paesi con un peso economico reale ben superiore al nostro, sì da richiedere, per garantire un certo standard di potenza, uno sforzo proporzionalmente ben inferiore a quello da noi messo in campo.  E, naturalmente, se si volesse spostare il discorso  dalla marina all’esercito, il risultato non sarebbe diverso, basti, per ragioni di spazio, il semplice esempio della nascita nel 1911-12, nell’ambito del nostro esercito impegnato in Libia, di un primo nucleo di aviazione organizzata, cosa che in quel momento ci poneva all’avanguardia rispetto a qualsiasi altra potenza militare, certo un’avanguardia fatta di scatto breve, senza tenuta di fondo, ché il peso industriale del paese non avrebbe consentito, ma pur sempre qualcosa da spendere sia sul tavolo della propaganda nazionalista interna che su quello della diplomazia internazionale.

Ma, al di là della propaganda, il nostro stato maggiore era ben consapevole del fatto che le porte di casa erano ben aperte, ed anzi, vista la sostanziale indifendibilità del confine orientale, il piano strategico, redatto in tempo di pace in vista di un possibile conflitto con la duplice monarchia, già prevedeva, come soluzione più logica, l’immediato abbandono di quella frontiera assurda, lunghissima, e  che ci vedeva, in qualsiasi punto, guardare dal basso un nemico superiore e  stanziato su posizioni dominanti, per ritirarci, guarda caso, proprio sulla linea del Piave, attendendovi l’arrivo del presumibile alleato francese, secondo un modello strategico ancora risorgimentale. Ma invece gli accordi di Londra ci imponevano, per alleggerire il fronte francese, una tattica offensiva, ed allora tutti all’attacco appassionatamente, salvo poi, nell’autunno del ’17, rispolverare dai cassetti quegli ammuffiti piani difensivi che si riveleranno preziosi durante la ritirata e la battaglia d’arresto, la cui riuscita, al di là di qualunque pronostico legato al momento militarmente disastroso, dimostra che poi tanto malvagi quei piani non dovevano essere, se poi, benché pensati per un ripiego pianificato, funzionarono anche in una situazione di emergenza.

Altri due esempi a conferma di quanto il problema della difficile difendibilità delle porte di casa fosse ben presente ai vertici politico-militari italiani. Cadorna era ossessionato dal pericolo costituito da un’altra porta di facile accesso alla pianura padana, quella del Gottardo e del Ticino, per cui, in previsione di un possibile attacco tedesco violando la neutralità svizzera, già aveva predisposto un accuratissimo piano (in realtà Cadorna era un buon estensore di piani difensivi, sfortuna però volle che fosse chiamato a dirigere un esercito a cui si chiedeva uno sforzo offensivo) per raggiungere prima dei Tedeschi lo spartiacque tra il Canton Ticino e la Svizzera centrale, per attestarsi su una linea difensiva forte dove, se possibile, convincere a ripiegare, in una ritirata programmata, lo stesso esercito svizzero, altrimenti destinato ad esser annientato in maniera rapida e, anche per noi. inutile. Altro esempio, a dimostrazione di quanto certi modi di pensare, nati pensando al modo di combattere degli eserciti del primo ‘900, persistessero ancora in piena era atomica: “Almeno siamo riusciti a tener chiusa una delle porte di casa”, commentò nel 1946 De Gasperi alla notizia che, diversamente da quella giuliana, almeno la frontiera del Brennero era destinata a restare intatta.

Ma veniamo allo scenario successivo ai trattati di Saint-Germain (1919), Rapallo (1920) e Roma (1924). A parte l’inutile enclave zaratino-curzolano, voluto per propaganda nazionalistica e per soddisfare le richieste di talassocrazia adriatica da parte della Regia Marina, ma francamente dichiarata pressoché indifendibile dal Regio Esercito, per il resto l’Italia finalmente aveva quello che le era mancato da secoli, cioè le porte di casa ben chiuse e con le chiavi saldamente in proprio possesso. In sostanza una frontiera terrestre difendibile con un velo di forze (come, in un contesto geograficamente simile, dimostrerà, dall’altro lato delle Alpi, nel giugno ’40, perfino un esercito in quel momento allo sbando come quello francese), ed una frontiera marina dove l’avversario potenziale, la marina jugoslava, era davvero solo la pallida erede della Kaiserliche und Köningliche Marine.

Ci veniva così finalmente offerta la possibilità di cambiare l’ordine di priorità del nostro bilancio statale, riducendo drasticamente le spese militari in favore di quelle legate alle infrastrutture civili, cosa di cui tanto ci sarebbe stato bisogno da decenni, essendo ormai l’indipendenza nazionale ben garantita. Paradossalmente la svolta nazionalista e militarista, invece impressa dal fascismo alla politica italiana proprio in quegli anni, arrivava in un momento in cui era del tutto fuori luogo.

Inoltre, nel 1939-40, quella stessa frontiera avrebbe potuto farci un regalo ancor più prezioso, quello di essere l’unico paese europeo, oltre all’Inghilterra, geograficamente quasi inattaccabile dalla Germania, salvo crollo del nostro fronte interno (e qui, invero, stavamo messi un po’ peggio dell’Inghilterra, dove c’era da fare i conti solo con quel pazzoide di Mosley). Il nostro ventre molle, il Mediterraneo (ed infatti l’unico avversario da evitare era proprio l’Inghilterra) era fuori portata della marina tedesca, peraltro nettamente inferiore alla nostra, e la potentissima Wehrmacht avrebbe visto gran parte della sua superiorità di armamenti e addestramento frustrata dallo scenario alpino, oltre che dalla presumibile maggiore motivazione dell’esercito italiano, molto più preparato, militarmente ma soprattutto moralmente (alla faccia di tutta la propaganda imperialista del regime, nei fatti davvero poco incisiva su un popolo ancora sostanzialmente contadino, quindi solidamente terragno e casalingo), ad una guerra difensiva che ad una difensiva.

Del resto, la guerra su uno scenario alpino (contro Francia o Germania poco importa) era proprio quella per cui si preparava da anni il Regio Esercito. Prova ne è il famigerato Carro Veloce L3 Modello ’33 e successive evoluzioni, le famose “scatolette di sardine”, improvvidamente mandate a misurarsi nel deserto libico coi mediocri Matilda inglesi, che però avevano, benché lentissimi, una corazzatura da carro medio-pesante praticamente inattaccabile dai nostri carri, che, però, come arma, non erano affatto malvagi, se fossero stati utilizzati nel contesto per il quale erano stati pensati, le Alpi, avendo su terreno impervio una mobilità migliore dei possibili avversari francesi (Renault Modello ’35) e tedeschi (Leichte Panzerkampfwagen Mark I e II), che sulle Alpi mai avrebbero potuto impieare i loro efficienti carri medio-pesanti (il Mark III e IV tedeschi, per non parlare degli incipienti Tiger e Panther, o i Francesi Somua 35 e Char de Bataille B1 Bis, questi ultimi due nel ’40 superiori anche ai corrispondenti tedeschi, anche se pessimamente impiegati dall’esercito francese). Ed a chi pensa ad un massiccio lancio di paracadutisti tedeschi sulla pianura padana, ben dietro le nostre linee, i soli due casi in cui, durante la Seconda Guerra Mondiale,  vi si fece ricorso, col disastro sfiorato dai Tedeschi a Creta nel maggio ’41, e quello in cui incapparono ad Arnhem gli Anglo-Canadesi nel settembre ’44, dimostrano che i paracadutisti potevano avere successo solo in operazione tattiche di portata limitata.

In conclusione, e chiedendo scusa per essermi forse eccessivamente dilungato, la mia idea è che la Grande Guerra, col suo esito finale, e guardando le cose  pragmaticamente, mettendo per un attimo da parte il legittimo dolore per le tante vite perse, ci abbia offerto una straordinaria opportunità di dare una svolta economica moderna e progressiva, se non progressista, al nostro Paese, anticipando di quasi trent’anni quel che avremmo fatto nel secondo dopoguerra, peraltro pagando dazio ad un’ulteriore guerra mondiale, per noi, questa sì, davvero disastrosa, sia per il bagno di sangue che, cosa valida ancora oggi, per la perdita di una vera indipendenza nazionale, che non fosse basata, come quella che abbiamo ereditato dall’ultima guerra, sulla protezione interessata di una potenza straniera (e dobbiamo pure esser contenti che siano stati gli USA piuttosto che l’URSS, o, ancora peggio, la Germania nazista).

Vittoria mutilata? Se sì, da quello stesso fascismo che se ne asseriva vigile custode. Con certezza, vittoria sprecata. Ulteriore offesa ai 650.000 caduti, Inutilmente, ma non per loro colpa.

La Grande Guerra, con la sua conclusione dolorosamente vittoriosa, ci ha regalato, forse, l’unica finestra di vera indipendenza dal declino dell’impero romano ad oggi. Non è colpa della Grande Guerra, ma solo nostra, se l’abbiamo usata male.

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4 thoughts on “Vittoria mutilata o vittoria sprecata?

  • Questo è uno dei più interessanti articoli che io abbia mai letto. Condivido appieno l’idea che una potenza minore come il Regno d’Italia dovesse, per forza di cose, appoggiarsi e seguire le potenze maggiori, anche a costo di risultare (agli occhi di molti italiani e non solo) una “traditrice” specialmente nei confronti della Germania. Vorrei inoltre aggiungere un appunto, rispetto alla quasi necessità di “chiudere le porte” d’Italia, concentrandomi sulla politica coloniale italiana. In questo caso si trattò di pura politica di potenza? O rispondeva a necessità pratiche, effettive, volte a consolidare l’indipendenza italiana appena conquistata? Oppure le risorse impiegate nelle costose avventure coloniali sarebbe potute essere investite altrove?
    I territori occupati risultarono da subito poveri di risorse, quindi inutili se si riteneva di poterle trasformare in colonie di sfruttamento (come l’India o il Sudafrica per il Regno Unito). Inoltre difficilmente sarebbero diventate colonie di popolamento, visto che la popolazione preferiva di gran lunga spostarsi negli Stati Uniti o in Australia; senza considerare il fatto che alle finanze del Regno conveniva di gran lunga che la popolazione emigrasse nei suddetti Paesi, da dove le rimesse sarebbero state di gran lunga più abbondanti rispetto a quelle provenienti da un emigrato in Eritrea o in Somalia. La costruzione di un impero coloniale imponeva infine un enorme sforzo militare, per una potenza secondaria come l’Italia, al fine di difenderlo. La sola costa Libica risultò costosissima e probabilmente inutile da un punto di vista strategica: se è vero che in questo modo si era prevenuto il rischio di avere tutte le coste meridionali della penisola affacciate su mare dominato da potenze straniere, i risultati della guerra italo-turca avevano aggiunto centinaia di chilometri di nuova costa da difendere, senza peraltro (almeno fino al periodo fascista) poter penetrare nell’entroterra, dominato da bellicose tribù di beduini.
    In altre parole sarebbe stato più utile concentrare le risorse militari del Paese sul territorio nazionale, senza aggiungere ulteriori spese, in termini di uomini e mezzi. O almeno così la vedo io.

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  • Condivido pienamente l’individuazione dell’origine della politica coloniale italiana in mere esigenze di prestigio nazionalisti co, senza alcuna prospettiva di dividendo economico, né per i colonizzatori né per i colonizzati. Se ne resero facilmente conto gli ufficiali inglesi, esperti di Africa, quando, nel 1943-44, risalirono lo stivale fino a Roma. Quelli di loro che avevano già visitato l’Italia nell’anteguerra, come turisti, ma limitandosi alle regioni normalmente interessate dal Grand Tour, ora che per la prima volta scoprivano il nostro Sud profondo, coi suoi clamorosi ritardi infrastrutturali, non riconoscevano più l’Italia che pensavano di conoscere, e si chiedevano perché l’Italia, che l’Africa l’aveva già al suo interno, fosse andata a sprecare risorse cercandola dall’altra parte del Mediterraneo.
    Peraltro, anche riguardo a nazioni molto più progredite economicamente, vi sono dubbi sulla convenienza del colonialismo. Sicuramente ci hanno guadagnato le nazioni prime arrivate (Portogallo, Spagna, Olanda), ma essenzialmente nei secoli dal ‘500 al ‘700, in quanto ormai nell ‘800 gli imperi coloniali di Olanda e Portogallo erano economicamente esausti, essendo nati in funzione di un commercio, quello delle spezie e degli altri prodotti coloniali, ormai declinante (anche se le Indie orientali olandesi conobbero un revival economico con l’introduzione, ad inizio ‘900, dell’ Hevea brasiliensis, l’albero della gomma), mentre il poco che restava di quello spagnolo, in attesa della spallata finale di Taft e Teddie Roosevelt, era ormai solo una palla al piede (e, tra l’altro, il suo ultimo rigurgito, la guerra del Rif, nel corso di un tentativo di espansione in Marocco che arrivava con quattro secoli di ritardo sulla storia, è forse, ancor più del tardivo e inutile tentativo coloniale italiano, l’espressione di un nazionalismo grottesco che, tra l’altro, sarà uno dei terreni di coltura del franchismo).
    Forse anche il Belgio ci ha guadagnato, in quanto, pur arrivando tardi al tavolo delle grandi potenze, riuscì ad accaparrarsi una colonia che, all’epoca della corsa all’oro bianco, il caucciù, risultò economicamente preziosa, anche grazie alla gestione criminale voluta da Leopoldo II, ma, poiché la gestione criminale, e quindi redditizia, si limitò al periodo in cui il Congo era patrimonio privato del re, resta dubbio se a guadagnarci davvero sia stato anche lo stato belga, o solo le finanze dei Sassonia-Coburgo.
    Quanto alla Germania, visto il ritardo clamoroso, dovuto alla tardiva formazione nazionale, del suo intervento nella spartizione della torta coloniale, aveva dovuto contentarsi di quanto rimasto sul piatto, quindi partita in perdita, tanto che non evitò la tentazione di giocarsi tutto nella Grande Guerra, nel tentativo di uscire dal collo di bottiglia a cui il suo straordinario potenziale industriale doveva sottoporsi nel confronto col suo rachitico impero coloniale, in un’epoca in cui le barriere doganali ancora impera vano.
    Il caso più controverso è quello della Francia. La sua espansione coloniale conosce una prima fase economicamente fruttuosa, quella in cui Luigi XIV e XV sembrano in grado di sfidare il dominio marittimo inglese, ma poi la batosta della Guerra dei Sette Anni, con la perdita di Canada e India, e le ulteriori perdite dovute alle guerre napoleoniche (Louisiana e molte posizioni commercialmente importanti nelle Antille e nell’Oceano Indiano), daranno luogo ad una fase di ripiegamento, oserei dire di disinteresse (salvo l’esperienza algerina del 1830, peraltro da vedersi più come esoansione metropolitana che coloniale), da dove la Francia uscirà dopo il 1870, costrettavi dalla fine, a Sedan, del suo ruolo di prima potenza continentale. L’esito sarà clamoroso sul piano territoriale, facendo in breve della Francia la seconda potenza coloniale al mondo, ma mediocre dal punto di vista economico, trattandosi, a parte la Tunisia, anch’essa da vedersi quasi in chiave di espansione metropolitana, di territori poveri e sottopopolati (a parte forse l’Indocina francese, peraltro anch’essa priva di grandi risorse naturali, essendo utile più che altro più come piede sulla porta della Cina che non per sé stessa). Le più recenti tendenze della storiografia francese tendono ormai a vedere, anche nella corsa alle colonie dei cugini d’oltralpe dopo il 1870 , una partita economicamente in perdita, meramente finalizzata a dare uno sfogo alternativo al nazionalismo che, di fronte al Moloch prussiano, si vedeva ormai precluso lo scacchiere europeo.
    Quindi, in ultima analisi, la sola potenza che ha sicuramente tratto dalka sua esperienza coloniale un vantaggio economico duraturo nei secoli, è stata l’Inghilterra, avendo avuto la forza di accaparrarsi il meglio, o perché arrivata prima, o perché capace di strappare con la forza ad altri, per cui solo per l’Inghilterra può dirsi che il gioco coloniale sia valso la candela.

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  • Probabilmente, da un punto di vista strategico, per l’Italia sarebbe stato molto più importante assicurarsi un protettorato sulla Tunisia. Ma la questione romana e l’appoggio negato da parte dell’Italia alla Francia, in guerra contro la Prussia, fece scaturire una sorta di piccola “vendetta” da parte dei transalpini nei confronti del Regno d’Italia. La Tunisia poteva essere la continuazione costiera ideale del Mezzogiorno d’Italia e sarebbe certamente risultata meno dispendiosa per quanto riguardava le forze militari e le risorse da impiegarvi. La Libia fu un ripiego costoso (e d’altra parte, come giustamente hai detto, anche la Francia costruì buona parte del proprio impero coloniale sui ripieghi dell’unica grande potenza coloniale occidentale nel XIX e nel XX secolo, ovvero il Regno Unito).
    Oltre al Regno Unito tuttavia includerei tra i Paesi che trassero vantaggi concreti dalle proprie conquiste coloniali anche la Russia, che nei processi di espansione e di russificazione dei territori siberiani, caucasici e kazaki presenta delle forti analogie con il colonialismo europeo occidentale. La costruzione di un vasto impero siberiano e l’annessione dei territori del Kazakistan, portarono i russi al confine con l’India britannica e garantirono agli zar (e anche all’Unione Sovietica) un’estensione territoriale tale da rendere il Paese praticamente inattaccabile, poiché anche a fronte di una penetrazione nella parte europea della Russia, i russi avrebbero potuto continuamente rifornirsi di risorse e di uomini dal loro immenso impero asiatico, come i tedeschi impararono a proprie spese..

    Volevo infine domandarti se hai in mente qualche saggio inerente i temi di cui abbiamo discusso e come approfondimento al tuo articolo.

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  • Per quanto riguarda i saggi, li lascio volentieri a chi, come te, sta studiando e può trovare una continuità tra la propria esperienza universitaria e la redazione di testi più approfonditi di quanto consenta lo spazio di questo sito. Io mi limiterò a divertirmi, scrivendo qui, se e quando mi garba, qualche piccola cavolata che però, possibilmente, stimoli chi ne sappia più di me (ad esempio, con te mi pare la cosa stia funzionando).
    Quanto al successo “coloniale” della Russia, sappi che, mentre scrivevo il mio precedente commento, immaginavo che qualcuno mi avrebbe, giustamente, “rimproverato” l’omissione. Omissione che si spiega solo col fatto che, stavolta, ho preferito attenermi al pensiero “liberal” americano (quello di Wilson e Roosevelt, per capirci), che, secondo una visione in verità un po’ “pro domo sua”, nel propugnare, in nome del libero commercio, la fine degli imperi coloniali europei (a cominciare da quello degli alleati Inglesi), non considerava tali quelli costituiti su territori che, benché immensi, non presentassero soluzione di continuità con la madre patria. Così, oltre a quello russo, si salvata anche l’impero coloniale continentale yankee, coast to coast. Quanto alle “colonie” USA d’oltremare, erano pronte pezze d’appoggio alternative partorite dalla vivace fantasia diplomatica americana, che, in molti casi, ha precorso i tempi (pensa all'”ingerenza umanitaria” ed alla “sovranità limitata”, inventate per Cuba, ed al “protettorato civilizzatore” inventato per le Filippine). E qui apro una parentesi lanciando una provocazione che, se vuoi, potrai sviluppare: il vero nemico naturale degli Usa, all’inizio del ‘900, non era la Germania, ma l’Inghilterra, questo perché l’Inghilterra ormai era stata superata industrialmente da USA e Germania, ma fruiva ancora della rendita di posizione dovuta al suo pregresso impero coloniale, da cui poteva escludere la penetrazione economica delle altre due potenze che, altrimenti, a parità di possibilità di accesso, sarebbe stata sicuramente prevalente. L’alleanza anche militare più logica, sul piano economico, sarebbe stata quella tra USA e Germania contro l’Inghilterra, ma la cosa sarebbe stata “culturalmente ” inaccettabile dall’opinione pubblica americana, vista comunque la vicinanza culturale tra i due popoli anglofoni. Ed allora perché non lasciar fare il lavoro sporco alla Germania, aspettare di vedere in ginocchio gli “amici” Inglesi, presentarsi come salvatori dell’Inghilterra(indovinando il momento giusto, come fa il cavallo di rincorsa al Palio di Siena), e poi, in cambio dell’aiuto, esigere dall’alleato ormai indebolito lo smantellamento dell’impero coloniale? Nella prima guerra mondiale il gioco non riuscì, nella seconda si, anche grazie all’ulteriore “appoggio esterno” dato dalla minaccia stalinista. In soldoni, la provocazione che ti rivolgo è questa: possiamo definire le due guerre mondiali due guerre combattute dagli USA contro l’Inghilterra per interposta potenza (Germania)?
    Tornando agli imperi coloniali, chiaro che, estendendo il discorso a quelli continentali territorialmente contigui, USA e Russia ne hanno tratto un vantaggio anche maggiore dell’Inghilterra, essendo stata, nel loro caso, l’espansione “coloniale” tutt’uno con la formazione dell’identità nazionale (l’Inghilterra, invece, la sua identità nazionale ce l’aveva indipendentemente dal l’espansione coloniale). E, quanto alla Russia, ti aggiungo la realizzazione, attraverso la costituzione di un impero, come tu dici, di fatto, data la sua estensione, inattaccabile, di un cambiamento epocale nella storia dell’Europa, per la prima volta messa al riparo da quelle invasioni di popoli delle steppe che, dagli Indoeuropei protostorici in poi, ne aveva sempre caratterizzato, periodicamente e traumaticamente, la storia (ad esempio, le invasioni degli Sciti stimolarono l’espansione celtica verso il Mediterraneo, senza gli Unni e gli Avari forse mai i Germani avrebbero distrutto l’impero romano, gli Slavi riuscirono a calare nei Balcani solo in quanto ausiliari dei Protobulgari turcofoni, mentre Ungari e Mongoli, con le loro incursioni, oltre a minacciare seriamente la stessa esistenza del Sacro Romano Impero Germanico, ritardarono di molto lo sviluppo dell’Europa centro-orientale). In sostanza, il contributo fondamentale della Russia alla civiltà europea sarebbe stato proprio l’averne consentito, a partire dal XVI secolo, lo sviluppo al sicuro da traumatiche incursioni centroasiatiche (per il fronte mediterraneo bisognerà attendere, a fine ‘600, il declino della talassocrazia ottomana). È questo un argomento “nazionalista” su cui la storiografia russa di tutte le epoche ha sempre molto insistito.
    Chiudo con la Tunisia. Certo che era l’unica colonia “logica” per noi, essendoci già investiti, al momento dell’occupazione francese, importanti capitali italiani. Sarebbe stato un caso in cui la penetrazione economica avrebbe preceduto quella militare, dandole una logica. Ma, nel 1881, l’isolamento diplomatico non dava all’Italia alcuna possibilità di opporsi alla Francia, ed anzi l’Inghilterra ne approfittò per indirizzarci verso il Mar Rosso, dove si doveva bloccare l’espansione della Francia (aveva appena preso la strategica Gibuti), ma l’area era troppo povera per giustificare economicamente l’impegno diretto inglese, meglio inviarci una potenza minore non pericolosa ed all’occorrenza sacrificabile. Prima manda avanti, negli anni ’70, l’Egitto, poi, questi rivelatosi inadeguato (malamente sconfitto sia dagli Abissini che dai Mahdisti sudanesi), tocca all’Italia, “utile idiota” di riserva.

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