L’orologio

di Mario Nardulli
Un libro letto mezzo secolo fa, può conservare una certa dirompenza, che magari una rilettura di verifica potrebbe anche ridimensionare; per questo ci sono opere, un romanzo un saggio, ma anche un film, financo una immagine, e persino un volto di donna, che si ha quasi il timore di ri-avvicinare: stanno lì come una sorta di firmamento di stelle fisse che potrebbero anche rappresentare un patteggiamento con le istanze del desiderio, la cui mancata verifica è un’assicurazione di assolutezza e di non consumabilità. Tutti noi, penso, abbiamo provato la delusione che si prova quando si fa ritorno nei luoghi dell’infanzia: quello che appariva grandissimo, smisurato, ora è lì sotto i nostri occhi, piccino, a portata di mano e di pochi passi, così quella ragazzetta che ci aveva fatto sospirare, il volto bellissimo, i capelli sciolti sulle spalle, le stringhe che avvolgevano il polpaccio arrivando a incrociarsi sui fantastici piedi, ora non è altro che una signora di mezza età francamente per nulla desiderabile. Fanno parte di questo firmamento, come ho detto, episodi, luoghi e persone reali, ma forse con maggiore frequenza: romanzi e pezzi di romanzi, un quadro, un’immagine, una canzone, e sono sempre un “chiamare per nome” il nome che noi e solo noi abbiamo dato ad un oggetto che nel suo riattivarsi, sempre non troppo definito, si fa ri-assunto sotto l’egida del desiderio. Per questo non è consigliabile precisare quel nome, sopratutto non è opportuna la sua ripetizione effettiva, basta il ricordo, un ricordo, fumoso, indistinto che diviene significante solo per la nostra mente, che dice “l’ultima volta che vidi Parigi” e voilà scatta la sequenza con la splendida Elizabeth Taylor, Van Johnson, Walter Pidgeon e le note struggenti della colonna sonora, oppure insegue i mille puntini di un quadro di Derain, o ecco!!! nel nostro caso ricerca la suggestione di uno scritto “la notte a Roma, sembra di sentire il ruggito di leoni” straordinario no, per andare colla mente ad una città che il traffico delle automobili non aveva ancora soffocato i suoni della città, e la ripresa della marce dei tramwaj che ancora si inerpicavano per le numerose salite degli antichi “Sette Colli” e di nuovi (si fa per dire) “monti”…Verde, Mario, Sacro, producevano quel rumore che allo scrittore, ma anche capace pittore, suggerivano quell’associazione. Il libro è “l’Orologio”, e non rientra nei più famosi di Carlo Levi, ecco non è “Cristo si è fermato a Eboli” e neppure “Le parole sono pietre”, ma è un romanzo che a me, a titolo del tutto personale, provoca quelle sensazioni, di cui ho fatto cenno e che sto qui cercando di rendere partecipe quel famoso “altro” cui lo psicoanalista Jacques Lacan attribuiva le peculiarità di un inconscio con localizzazione del “desiderio” L’impressione di una Roma che “non c’è piu’” e il rimando al mondo incantato dell’infanzia, quando un giorno durava mille anni, il sole su nel cielo, sembrava non volesse tramontare mai e il mondo, tutto il mondo, era lì sotto al balcone, che bastava allungare una mano per afferrare in toto. Di questo trattava il romanzo? Bhe!!! le pagine di descrizione di quel mondo, quello che Schelling definiva il paradiso terrestre di tutti noi, una sorta di “intelligenza pietrificata” della natura, sono le più straordinarie, le più intimamente profonde che mi sia capitato di leggere, ma non è tutto! Il romanzo è ambientato nel primissimo dopoguerra, nell’atmosfera di grande, grandissima speranza del Governo Parri: nessun compromesso con l’orrido passato, piazza pulita con tutte le collusioni, niente “se” e niente “ma” : Ferruccio Parri veniva dal Partito d’Azione ed era stato il comandante ed uno dei più fulgidi eroi della Resistenza, antifascista da sempre era anche stato un valorosissimo combattente della Grande Guerra dove a soli 28 anni si era guadagnato il grado di Maggiore, la Croce di Savoia e una sfilza di medaglie al valore e non solo italiane, ma anche inglesi e francesi. Eppure tutto questo non era sufficiente ad accreditare tale splendida persona come traghettatore verso una nuova Italia, le pagine del libro di Levi, riportano con particolare crudezza, tutte la serie di operazioni messe in atto da una società, che temeva come la peste, proprio le istanze di cui Parri si faceva paladino, rinnovamento ma anche riesamina del recente passato, senza indulgenze e senza patteggiamenti: si va dal tentativo di discredito del personaggio, l’epiteto di “fessuccio” storpiando il nome di battesimo Ferruccio, l’adamantina e integerrima onestà, comune a tutto il movimento di provenienza, il Partito d’Azione e quindi la sua indisponibilità a compromessi, quali perfino un uomo come Palmiro Togliatti si stava rivelando, per ragioni di stato, disponibile. Insomma per farla breve uno spaccato di quel “mancato” cui l’Italia di allora, stava appunto tessendo le fila, un mancato di assurgere a Nazione “corretta” che andava traendo sempre più sostenitori e “cavalier serventi”, da una stampa addomesticata alla ragion di stato, a quelli che avrebbero dovuto essere gli esecutori, dall’alto dirigente, al medio funzionario, fino all’ultimo usciere, che facevano in modo che ogni singola pratica si impantanasse, fino a scomparire del tutto, nei meandri di una burocrazia, che cominciava a rialzare la testa. Siamo nel periodo degli Aiuti del Piano Marshall, della scelta di campo tra occidente e oriente e ne vedremo il seguito, i prodromi della Guerra Fredda, De Gasperi e la Democrazia Cristiana, i comunisti fuori dal Governo, dopo aver fatto in modo che proprio loro (Togliatti Guardiasigilli) togliessero la patata dal fuoco della pacificazione nazionale con quella passata alla storia come “amnistia Togliatti”, insomma un po’ l’Italia di sempre, come l’abbiamo sempre conosciuta.
Un grande libro l’Orologio, un libro che quasi si ha paura a rileggere per non trovarsi troppo al cospetto di quel “mancato” di “quell’avrebbe potuto essere” e proprio in ultimo, così quasi come boutade, un’accezione molto soggettiva, molto personale, che investe l’antitesi uomo-macchina e che però giustifica il titolo dato il romanzo, dove l’autore è portato a ritenere che giustappunto si stabilisca una sorta di affiato o di ripulsa tra l’uomo e uno dei suoi oggetti apparentemente più neutrali, come un orologio: le lancette si fermano inesorabilmente, quando c’è qualcuno che pensi che non più di due volte quelle stesse lancette indicheranno l’ora giusta.

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