UN INCONSCIO ALL’AMERICANA

Un inconscio “all’americana”

di Mario Nardullidownload

Più europeo dell’inconscio non si può, perlomeno come origine, Freud, Jung, Ferecnzi, Adler…. altro che europeo, proprio nel bel mezzo, ovvero “Mitteleuropa” con la Felix Austria, Franz Joseph, la Berlino del Kaiser, la Ville Lumiere e la Belle Epoque, il Liberty, il Bieder Meyer, Thomas Mann e la Montagna incantata, già!, ma anche con la guerra e “al di là del principio del piacere” di inconscio in america si cominciò a parlare più che altro per negarlo in nome di un pragmatismo che aveva una certa rispondenza nella cultura e mentalità statutinense e traeva ispirazione dalle opere di Ralph Waldo Emerson, ed ebbe i suoi maggiori teorici in Charles Sanders Peirce e William James e nel filosofo e pedagogista John Dewey, che chiamò il suo pragmatismo “Strumentalismo”. Per cominciare a parlare di inconscio e quindi di psicoanalisi negli Stati Uniti bisogna attendere l’arrivo nelle università americane di emigranti d’eccezione come Karen Horney e Frieda Fromm-Reichmann, ma il primo nome squisitamente autoctono che viene fuori è quello di Harry Stack Sullivan cofondatore proprio assieme alla Horney della Scuola psichiatrica di Washintong, dove più che all’inconscio l’accento veniva posto nella situazione interpersonale del soggetto e in una più pronunciata interazione medico-paziente. Sullivan è considerato il più importante esponente di quella concezione interpersonale della psicoanalisi che si rifà più ad Adler che a Freud e che influenzerà moltissimo proprio quella maggiore pragmaticità che anche negli anni avvenire sarà una sorta di costante della psicologia statunitense. Il famoso Mental Research institute of Psicology di Palo Alto, diretto dal grande studioso inglese Grigory Bateson che a partire dal 1939 a causa della guerra si era trasferito negli USA, rimanendovi fino alla morte. “La scuola di Palo Alto” sarà uno dei momenti più esaltanti della cultura e terapia post freudiana che giustappunto trovò nuovi approcci alla problematica della malattia mentale, non solo nell’accezione delle nevrosi, ma anche nel campo della psicosi che lo stesso Freud aveva considerato “fuori bordata” – i collaboratori di Bateson, nonche fecondi autori e terapeuti, Weakland, Haley, Watzlavitch, Rossi, ridisegnarono tutta la mappa dell’intervento terapeutico, correlandovi giustappunto quel certo spirito di pragmatismo ovvero di verificabilità dei risultati, che si avvaleva altresì di veri e propri maghi della terapia come Virginia Satir, ma sopratutto come Milton H.Erickson. Non a caso Bateson inviò a studiare da Erickson i suoi più brillanti collaboratori per studiarne e apprenderne le tecniche di come Erickson approcciava i pazienti e la metodologia dei suoi interventi il cui pieno successo aveva dell’incredibile. Per la verità Milton Erickson, sebbene fosse laureato in psichiatria differiva in toto da tutta la prassi terapeutica europea e anche americana e sopratutto non faceva parte di nessuna scuola e di nessun indirizzo. A livello quasi personale aveva studiato profondamente l’ipnosi e aveva elaborato sue tecniche personalissime che più che a un medico lo facevano assimilare ad un “guru” ad un mago infallibile. Milton Erickson curava tutti e lo faceva con una semplicità disarmante, storielle apparentemente irrilevanti, una stretta di mano, un’occhiata di traverso, tanto bastava perché un paziente affetto da decenni da una determinata turba, ne uscisse guarito nel proverbiale “battito di ciglia” Ovvio e naturale che i brillantissimi studiosi di Palo Alto ne risultassero sconcertati e cercassero chi più chi meno di sistemizzare la sua prassi terapeutica L’eticheta di padre dell’ “approccio strategico alla terapia” gli fu data da Jay Haley, altri ne cercarono di replicare alcuni suoi magistrali interventi, e dato che lui, pur scrivendo parecchio, non aveva mai sistemizzato in modo organico le proprie teorie e tecniche, provvidero loro a analizzarle e organizzarle, tant’è che la maggior parte dei libri di Milton Erickson sono in realtà trascrizioni, registrazioni di sue lezioni, di suoi interventi, fatte appunto da questi eccezionali allievi (il già citato Jay Haley, Ernest Rossi, Jeffrey Zeig, Paul Watzlavitch e non ultimi gli ideatori della PNL (Programmazione Neurolinguistica) Richard Bandler e John Grinder che proprio dal sistematico studio della sua terapia trassero ispirazione per la loro nuova scienza (La struttura della magia, la metamorfosi terapeutica, i Modelli di Milton Erickson) fino ad individuare un vero e proprio “Milton Model”
Milton Erickson, proprio come tutte le persone che dispongono di qualche peculiarità fuori dall’ordinario, traeva la sua straordinaria efficacia anche da oggettive deficienze, fin da giovanissimo aveva sofferto di problemi neurologici; era nato con alcuni deficit sensoriali come amusia o sordità tonale (cioè incapacità di apprezzare e cogliere l’armonia dei suoni musicali), dislessia e un grave daltonismo, che gli permetteva di apprezzare veramente il solo colore viola; inoltre soffriva di allergie e si ammalò due volte di poliomielite (da ragazzo nel 1919 e da adulto nel 1952) rischiando di morire, e questa malattia gli lasciò un’ulteriore disabilità fisica: l’atonia muscolare e un’aritmia cardiaca Contro la prognosi dei medici che, una volta che uscì dal coma, affermarono che sarebbe rimasto paralizzato, a 17 anni, dopo il primo attacco di poliomielite, Erickson riprese a camminare e a parlare, ma passò gran parte della sua vita zoppicando, facendo prima uso di un bastone o delle stampelle, e infine di una sedia a rotelle, data la progressiva paralisi delle gambe e di un braccio che si manifestarono dopo i 50 anni In età matura soffriva per terribili dolori, soprattutto negli ultimi anni della sua vita (morì a 78 anni), per cui doveva far uso di antidolorifici e aiutarsi con l’autoipnosi. In verità tutte queste disgrazie contribuirono eccezionalmente alla sua crescita interiore e al suo sviluppo come professionista poiché, imparando a guarire prima sé stesso, divenne infallibile nel guarire gli altri.. apprese come guarire gli altri.
L’autore di questo articoletto in elogio di Milton Erickson, è da perlomeno quarant’anni che si e’ lasciato influenzare da questo straordinario personaggio, che come recita uno dei suoi libri più famosi “La mia voce ti accompagnera’” e ne trascrive un pezzo apparentemente banale, ma che pure contrassegna in pieno, la tecnica di induzione indiretta con la quale di volta in volta Milton effettuava un intervento: comincia così …..”nella mia classe (è Milton che parla) c’era una ragazza che era stata in ritardo a tutte le lezioni al liceo. Era stata richiamata dagli insegnanti, e aveva sempre promesso con molta grazia che la volta successiva sarebbe arrivata in orario. Fece tardi a tutte le lezioni al liceo, eppure aveva sempre ottimi voti. Era sempre così piena di scuse, così piena di credibili promesse. All’università, a tutte le lezioni fu in ritardo, redarguita per questo da ciascun istruttore e professore. Lei scusava sempre con grazia e sincerità, prometteva sempre di fare meglio in futuro, e continuava a fare tardi. E aveva sempre ottimi voti all’università.
Il mio primo giorno arrivai alle sette e mezza per la mia lezione delle otto e tutta la classe era lì che aspettava, tra cui Anna,la ritardataria.
Così alle otto tutti in fila entrammo in aula, tutti eccetto Anna. Su ogni lato dell’aula c’èra una corsia di passaggio. C’èra un passaggio sul dietro dell’aula, e un altro sul lato ovest. Gli studenti non ascoltavano la mia lezione, ma guardavano tutti verso la porta. Io, parlavo tranquillo, e quando la porta si aprì, molto dolcemente , delicatamente e lentamente, Anna fece il suo ingresso, con venti minuti di ritardo. Tutti gli studenti fecero uno scatto con la testa e guardarono verso di me. Videro il mio segnale per farli alzare e tutti capirono il mio linguaggio.
Per tutto il tempo che Anna impiegò per andare dalla porta opposta di fronte all’aula, traversando tutta la parte posteriore, poi a metà per il lato opposto e sedersi, in un posto della parte centrale, io le feci le riverenze. E tutta la classe, in silenzio, le fece le riverenze lungo tutto il tragitto. E alla fine della lezione, ci fu una selvaggia corsa all’uscita. Anna e io fummo gli ultimi a lasciare l’aula. Io presi a parlare del tempo a Detroit, o di argomenti del genere, mentre camminavamo giù per il corridoio, e intanto un usciere le fece una muta riverenza; alcuni studenti dei primi anni vennero nel corridoio e silenziosamente le fecero la riverenza; il preside si fece sull’uscio del suo ufficio e le fece una riverenza; per tutta la giornata, la povera Anna venne in silenzio riverita. Il giorno dopo era la prima in classe, e lo fu da allora in poi.
Aveva sopportato i rimproveri del preside, i rimproveri di tutti i professori, ma le mute riverenze, quelle non le poteva sopportare, e divenne la persona più puntuale del Paese” Grandioso eh!!!??.e poi dice che Milton Erickson non va annoverato tra i grandi, più grandi…. i sommi!!!??

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...