1904 : la repressione della rivolta Herero. Prove tecniche di genocidio.

Surviving_Herero

Brutta bestia la storia. Segue canali sotterranei, obliqui, insidiosi, collegando  luoghi ed uomini (anche bestie, talvolta) in modo assolutamente sorprendente. Ma mai capriccioso, ché, a ben vedere, sapendone individuare gli (apparentemente) oziosi gangli neuronali mentre sviluppano i loro links, si potrebbe comprendere in anticipo dove la storia stia andando a parare, mettendosi in condizione di ucciderne le aberrazioni al primo vagito. Facile a dirsi, ben più  difficile farlo, per cui ci si deve generalmente accontentare di “inutili” ricostruzioni ex post.

Cos’hanno in comune un anziano, ma ancor volitivo, ex-garibaldino, un molto meno volitivo manzo ucraino, un demoralizzato pastore bantu, un genetista dalle idee eterodosse ed un pittore incompreso, tutti più o meno operativi tra lo scorcio finale del XIX secolo e gli inizi del secolo XX, chi alla fine e chi all’inizio della propria parabola? In apparenza niente, ma, prima di dirlo con sicumera, meglio dare un’occhiata agli sviluppi del ventilato intreccio.

Il volitivo vegliardo con la camicia rossa nell’armadio è Francesco Crispi, che dà il là al racconto lanciando lo sgangherato esercito italiano, previo corso serale di guerra coloniale, alla conquista delle spiagge eritree, infuocate e desolate, ma con vista sulle ben più accoglienti, e perciò bramate, ambe abissine. Nel 1896 Adua dimostrerà che, proprio così accoglienti, quelle ambe non erano, ma questa è altra storia. Per ora, nell’atmosfera confusa, ma abbastanza euforica, dello sbarco delle truppe italiane a Massaua (siamo nel 1889), l’unica nota stonata sembra l’aria afflitta di quel manzo che, tutt’altro che volitivo, sta sbarcando dalla nave che, insieme a molti suoi fratelli quadrupedi, lo ha sradicato dalla natia Ucraina per rifornire di bistecche le cucine del Regio Esercito. Ma c’è qualcosa in più, oltre allo sradicamento, a giustificare quell’aria afflitta : la povera bestia sta per evidenziare i primi sintomi dell’attività di un passeggero clandestino che si era imbarcato sulla stessa nave proveniente dall’Ucraina, il virus della peste bovina, malattia endemica nelle steppe eurasiatiche, ma che, fino a quel momento, non aveva mai superato la barriera costituita dal Sahara. Ora lo fa, infettando in soli otto anni l’intera Africa Nera (nel 1897, infatti, arriva a godersi lo splendido panorama del Capo di Buona Speranza), coinvolgendo anche ovini, caprini e bovidi selvatici, il tutto con un tasso di mortalità vicino al 95% tra il bestiame domestico, esposto ad un virus rispetto al quale era totalmente immunodepresso. Viaggiatori dell’epoca narrano di distese di carogne disdegnate perfino da iene ed avvoltoi, ridotti allo sfinimento da quella improvvisa, putrescente, cuccagna. Per intere popolazioni africane è la fine di un mondo economico, sociale e culturale, che, nei decenni successivi, sarà faticosamente ricostruito comprando a caro prezzo, dai colonizzatori bianchi, bovini europei, più resistenti alla peste bovina, da incrociare, per ricostruire il patrimonio zootecnico africano, coi pochi superstiti delle razze indigene, più resistenti al clima ed alle malattie locali.

Samuel Mahero è un pastore. Ma anche un re. Il suo popolo, gli Herero, 80.000 bipedi e 250.000 quadrupedi, rischia l’estinzione, culturale ancor prima che fisica. Perché un Herero passa nove mesi all’anno vagabondando alla ricerca di pascoli con la sua mandria, e solo tre mesi al villaggio con la sua famiglia. Perché un Herero sceglie la sua vacca prediletta, con cui ha più familiarità che con sua moglie, e nell’abbraccio della cui pelle sa che sarà seppellito quando morirà. Perché un Herero ha deciso di essere un Herero, libero e indipendente, da quando, forse mille, forse cinquecento anni prima, i suoi antenati hanno scoperto che si poteva abbandonare l’agricoltura per vivere solo di allevamento, e questo ha consentito loro, spostandosi nel corso dei secoli dalle primitive sedi in Africa orientale fino alla parte centro-settentrionale dell’attuale Namibia, di mantenere una fiera identità di popolo guerriero finché fosse abbastanza forte da conquistare e difendere, nelle lotte con le altre tribù, pascoli per le proprie mandrie. Perché un Herero, ora che la peste bovina ha sterminato le sue mandrie, non è più un Herero.

Samuel Mahero è un pragmatico, incline al compromesso pur di salvare il suo popolo. Lo ha già dimostrato in passato, quando ha accettato di buon grado il protettorato tedesco, deciso dalla Conferenza di Berlino del 1884, sapendovi anzi cogliere un’opportunità per parare la minaccia costituita dai veri nemici naturali degli Herero, i Nama, meno numerosi (20.000 contro 80.000), ma muniti di armi da fuoco loro fornite dai Boeri, di cui erano, se così si può dire, i cani da caccia (identificavano ed occupavano i territori atti alla colonizzazione dei Boeri, che, quando, pochi anni dopo, vi si insediavano, davano ai Nama le armi per incentivarli a strappare nuove terre alle tribù stanziate più a nord, in un continuo effetto domino). Herero e Nama, pur condividendo la stessa cultura pastorale, erano etnicamente lontanissimi (la stessa distanza linguistica che c’è tra Italiani e Finlandesi), i primi essendo di ceppo bantu, i secondi khoi-khoi (Ottentotti o Cafri nella terminologia di epoca coloniale),  abitanti ancestrali dell’Africa meridionale che, nei ben più numerosi e tecnologicamente avanzati (conoscevano metallurgia ed agricoltura) popoli bantu provenienti dall’Africa Centrale, vedevano una minaccia mortale, e nei fucili boeri un’imprevista occasione di rivincita.

Samuel Mahero sa che, anche stavolta, la salvezza per il suo popolo può arrivare solo dall’aiuto, sia pur interessato, dei colonizzatori tedeschi, cui offre il lavoro del proprio popolo in qualità di mandriani (sì perché i Tedeschi i bovini ce li hanno ancora, quelli di razze europee, più resistenti alla peste bovina), la sola cosa che gli Herero sappiano fare, il tutto nella speranza, al momento, di sopravvivere alla fame, ed in seconda battuta, col denaro delle paghe, di poter comprare un po’ di quei bovini europei tanto necessari per ricostituire le mandrie Herero, e poter pagare i veterinari tedeschi per farli vaccinare. L’interlocutore di Samuel Mahero, Theodor von Leutwein, governatore civile dell’Africa Tedesca del Sud-Ovest, sembra l’uomo giusto. Anche lui pragmatico, ritiene la collaborazione degli indigeni, da incentivare con un trattamento umano più che con la costrizione violenta, essenziale per il consolidamento della presenza dei coloni tedeschi nell’area.  Ma si tratta solo di una variante tattica rispetto all’obiettivo finale che, visto il clima namibiano adatto agli Europei, resta, a lungo termine, l’ “imbiancamento” etnico della regione, incentivando l’emigrazione di coloni tedeschi attraverso l’accaparramento di tutte le terre utili per l’agricoltura e l’allevamento, con gli indigeni nel semplice ruolo di lavoratori subordinati sottopagati. In questo senso la peste bovina, costringendo gli indigeni a vendere le loro terre in cambio di quasi niente ed a lavorare come dipendenti spesso solo per pagare i debiti contratti coi commercianti europei che avevano venduto loro derrate alimentari, dà una brusca accelerata ai piani di “imbiancamento” (i coloni tedeschi passano dai 2.000 del 1896, anno della peste bovina, ai 4.700 del 1903). Trattasi di una situazione di sostanziale schiavitù ( lo stesso von Leutwein deplora la “barbara” condotta dei coloni tedeschi, ma solo quando allo sfruttamento economico si aggiungono fustigazioni, stupri e perfino omicidi,  senza peraltro far niente per impedirla), ed ancora peggiore è la situazione di quanti, non trovando lavoro presso i farmers bianchi, sono “sapientemente” indirizzati verso i cantieri ferroviari e del telegrafo, o i campi diamantiferi, al servizio dell’incipiente sviluppo tecnologico della colonia in funzione delle priorità economiche del Reich guglielmino.

La misura è colma. Il 12 gennaio 1904 anche un moderato come Samuel Mahero acconsente alla rivolta. L’odio accumulato è tanto, e non è un caso se le vittime  (alla fine saranno 123), spesso con torture e mutilazioni a far da corollario agli omicidi, sono preferenzialmente scelte, anche dietro preciso ordine di Samuel Mahero, tra i tedeschi maschi adulti di professione commerciante o latifondista, risparmiando quasi sempre, salvo sette boeri e tre donne, gli europei non tedeschi, i missionari (gli Herero erano quasi tutti, almeno superficialmente, convertiti al Protestantesimo), i bambini e le donne.

Ben diverso sarà l’atteggiamento tedesco nella fase repressiva, malgrado von Leutwein affermi, nei suoi rapporti al Cancelliere von Bülow, l’inutilità della mano dura (appena 80.000 anime, tra uomini, donne e bambini, contro la maggior potenza dell’epoca), rammentando anche, opportunisticamente, la necessità della sottopagata manodopera indigena come “materiale produttivo per lo sviluppo futuro della colonia“. Ma il tenente generale Lothar von Trotha (foto sotto), sbarcato in giugno a Swakopmund coi rinforzi, forte anche delle istruzioni ricevute direttamente dal Kaiser (“soffocare la rivolta con le buone o con le cattive“),  la pensa diversamente, dando alla guerra i connotati di uno scontro razziale, volto più allo sterminio fisico del nemico che non al suo sfruttamento economico.

Lothar_von_Trotha

Emblematico del nuovo indirizzo è, l’11 agosto 1904, l’episodio militarmente decisivo della guerra, la battaglia del Waterberg (la montagna sacra degli Herero, sul cui tavolato terminale si erano asserragliati), dove i Tedeschi non fanno prigionieri (delle 30.000 persone massacrate, solo 5.000 o 6.000 erano guerrieri, gli altri erano anziani, donne e bambini). I superstiti sono ricacciati nel deserto del Kalahari, verso la colonia inglese del Bechuanaland, e quando, disperati per la fame e per la sete, implorano la resa, ricevono il 2 0ttobre 1904 da von Trotha un Vernichtungbefehl (ordine di sterminio) che sembra anticipare l’hitleriano “Nacht und Nebel”:

“Io, generale di corpo d’armata del popolo tedesco, indirizzo questa lettera al popolo herero. Gli herero non sono più considerati sudditi tedeschi. Hanno ucciso, derubato e mutilato delle orecchie e di altre parti del corpo i soldati feriti e ora si rifiutano di continuare a lottare, per pura vigliaccheria. Io ho da dire loro solo questo : chiunque ci consegnerà un herero riceverà 1000  marchi, chi mi consegnerà Samuel Mahero riceverà 5000 marchi. Gli herero devono lasciare il paese, altrimenti li costringerò a farlo con le armi. Qualsiasi herero scoperto nei confini del territorio tedesco, armato o disarmato, con o senza bestiame, sarà ucciso. Non tollero neppure la presenza di donne o bambini, che devono partire o morire. Questa è la mia decisione per il popolo herero”.

Ancor più chiara la base ideologica dello sterminio in questa lettera che, due giorni dopo, von Trotha indirizza al capo di stato maggiore dell’esercito imperiale, von Schlieffen :

“La nazione herero deve essere sterminata o, nel caso di un’impossibilità militare a raggiungere tale scopo, espulsa dal territorio…Ho dato ordine di giustiziare i prigionieri e di rimandare le donne e i bambini nel deserto…L’insurrezione è e rimane l’inizio di una guerra razziale”.

Una scia di migliaia di morti accompagna la fuga degli Herero verso gli avamposti inglesi in Bechuanaland, morti concentrati soprattutto intorno ai pozzi avvelenati, con teutonica efficienza, su ordine di von Trotha, o a buche disperatamente scavate in terreno asciutto, fino a 15 metri di profondità, alla vana ricerca di acqua. Le condizioni dei superstiti che arrivano in territorio inglese sono documentate dalla foto all’inizio di questo articolo.

Intanto von Trotha concentra la sua attenzione sui Nama, colpevolmente rimasti inizialmente indifferenti alla rivolta degli Herero (il loro vecchio capo, l’ottantenne Hendrik Witbooi, era reduce da troppe guerre contro gli Herero per riuscire a fraternizzare con loro), ma che ora, temendo la stessa sorte, prendono anch’essi le armi. Per un anno 1500 Nama tengono testa a 15000 Tedeschi, fino alla resa nell’ottobre del 1905, dopo la morte in combattimento del loro vecchio capo. La sorte che attende i superstiti non sarà però il confino nel deserto, perché, nel frattempo, qualcosa è cambiato. La Germania guglielmina non è ancora quella hitleriana, non tutti a Berlino hanno abbastanza stomaco da digerire la condotta di von Trotha, tanto più in quanto, dichiarata così pubblicamente, nuoce all’immagine della Germania come lume del progresso civile, e non si vuol fare la fine del Belgio, proprio in quegli anni finito sul banco degli imputati, di fronte all’opinione pubblica internazionale, per il venir fuori del carattere criminale della gestione coloniale organizzata in Congo dal “filantropo” Leopoldo II.

E così, tra onorificenze e congratulazioni, nel novembre del 1905 von Trotha toglie il disturbo, richiamato in patria, e si torna alla politica di sfruttamento economico, consentendo “generosamente” ai profughi herero di tornare in territorio tedesco (anche perché se ne paventava un possibile riarmo, in funzione antitedesca, da parte inglese) e di riscattarsi dando, insieme ai prigionieri Nama, il proprio contributo al progresso della regione lavorando forzatamente in quei cantieri ferroviari e minerari che, come temeva a suo tempo von Leutwein, la mano dura di von Trotha aveva spopolato. Gli Herero e Nama che si costituiscono non sono più passati per le armi, ma, previa marcatura con le lettere GH ( Gefangene Herero=prigioniero Herero), avviati in catene (vedasi foto sotto), con le loro donne e i loro bambini, verso appositi campi di lavoro coatto in prossimità dei suddetti cantieri. Interessante notare come la parola Konzentrazionslager faccia alla chetichella il suo sinistro debutto nella storia dell’umanità proprio in quest’occasione, insidiosamente acquattata in un telegramma della cancelleria imperiale datato 14 gennaio 1905.

Herero_chained

Da parte delle imprese civili germaniche si scatena una vera corsa all’accaparramento di questa mano d’opera gratuita alla quale, peraltro, non si deve nessuna forma di rispetto, essendo tutti, donne e bambini compresi, dei condannati a morte graziati, per i quali sarebbe comunque un premio qualsiasi destino differente dall’esecuzione immediata, poco importando che gli eccessivi carichi di lavoro in rapporto alla sottonutrizione, le frustate, le picconate, gli stupri, l’utilizzo organizzato delle donne in case di piacere per i soldati tedeschi, il quadro generale di disumanizzazione, portino a dei tassi di mortalità che si aggirano intorno al 50% annuo, almeno nel primo anno, in cui avviene la “scrematura” di quanti sono entrati nei campi già al limite delle forze, dopo i tanti mesi di peregrinazione nel deserto.

Certo, nel caso dei campi di lavoro, diversamente dalla fase bellica della repressione, non ci è pervenuto nessun documento che provi una volontà ideologica di sterminio, in questo caso, come sarà nella Shoah, anche attraverso l’utilizzo “scientifico” del lavoro come strumento di genocidio. Ma il risultato finale è simile, manca forse solo il “coraggio”, da parte dell’amministrazione civile tedesca, di mettere per iscritto gli stessi concetti di eliminazione razziale sfacciatamente proclamati dal militare von Trotha. E manca il Zyklon-B, ma qui è solo colpa della Bayer (ok, all’epoca si chiamava diversamente, ma sempre di quella parrocchia trattasi), che, nel 1905, non lo aveva ancora inventato.

Nel 1908 i campi sono smantellati, anche su pressione dell’opposizione parlamentare, ma i prigionieri, obbligati a portare al collo una placca metallica di identificazione,  saranno distribuiti tra le fattorie dei coloni tedeschi, perpetuando un sistema di sostanziale schiavitù che durerà fino alla fine, nel 1915, del governo coloniale tedesco. Il censimento tedesco del 1911 (in cui, con teutonica pignoleria, il governo tedesco autocertifica il genocidio, come farà anche nel caso della Shoah) ci dice che, rispetto alle stime prebelliche (qui mancano dati ufficiali, ma le stime sono sempre di fonte amministrazione coloniale tedesca, quindi attendibili), gli Herero sono scesi da 80.000 a 15.000, e i Nama da 20.000 a 9.800. Proporzionalmente, almeno per gli Herero, le cifre sono persino più spietate di quelle della Shoah.

Un’altra componente della Shoah, quella geneticamente razzista su fondamenta pseudoscientifiche, come pure l’uso, sempre pseudoscientifico, del corpo del geneticamente inferiore per esperimenti “medici”, è ben presente nella storia in oggetto, come dimostra l’entrata in scena del genetista eterodosso menzionato all’inizio.

Nel 1908 un brillante professore di anatomia dell’università di Friburgo, Eugen Fischer, giunge nell’Africa del Sud-Ovest per studiare l’incidenza del meticciato sulle “qualità genetiche” dei nuovi nati, utilizzando come oggetto sperimentale i “Bastardi di Rehoboth”, gruppo di meticci germanico-bantu tuttora esistente nella Namibia centrale. Il risultato, esplicitato nel 1913, nell’opera ” I Bastardi di Rehoboth e il problema dell’imbastardimento nell’essere umano”, sconvolge le teorie genetiche in auge, che vedevano nel rimescolamento genetico un fattore progressivo nell’evoluzione. Ora la mescolanza è vista come un fattore geneticamente recessivo, non provocando variazione genetica, ma semplice “inutile” giustapposizione di geni superiori e inferiori, entrambi inalterabili, inutile, ovviamente, per i portatori dei primi, che perciò vanno preservati, impedendo incroci deleteri. Quanto ai Bastardi di Rehoboth, Fischer dice : “Si garantisca loro il grado adeguato di protezione di cui hanno bisogno in quanto razza inferiore alla nostra, nulla più, e soltanto finché ci saranno utili; altrimenti entri pure in gioco la libera concorrenza, il che per me significa che scompariranno”. Sinistramente analogo quanto scriveva negli stessi anni, nel suo saggio di grande successo “Il pensiero tedesco nel mondo” (1912), l’insigne botanico Paul Rohrbach, guarda caso anche lui attivo nell’Africa del Sud-Ovest, quale attivista organizzatore dell’emigrazione tedesca : “Sia per le popolazioni che per i singoli individui vale il principio secondo cui esseri che non producono valore non possono avanzare alcuna pretesa sul diritto di esistere…Nessuna falsa filantropia o teoria razziale può convincere le persone sensate che la conservazione di qualche tribù di cafri sia più importante per il futuro dell’umanità dell’espansione delle grandi nazioni europee e della razza bianca in generale”.

Fischer e Rohrbach sono tra coloro che, da parte dei sostenitori nazisti della politica razziale, saranno maggiormente utilizzati per dare una base “scientificamente autorevole” alle loro idee. Un giovanotto austriaco, pittore incompreso, carattere uscito fuori dal tritacarne della Grande Guerra con tendenze oscillanti tra l’ipocondriaco ed il visionario, nel 1923, anche grazie alla lettura di una successiva opera di Fischer (“Teoria dell’eredità umana ed eugenetica”) risolverà il problema di come ammazzare la noia durante il suo soggiorno carcerario. E sarà proprio questo giovanotto, pochi mesi dopo esser divenuto Cancelliere del Reich, a favorirne la nomina, nel luglio 1933, a rettore dell’Università di Berlino, dove già era uno dei luminari della facoltà di medicina, e dove, tra i suoi studenti, già cominciava a brillare la stella di Joseph Mengele, che, durante il suo “lavoro” ad Auschwitz, farà tesoro di quanto raccontatogli dal suo maestro, circa gli esperimenti di sterilizzazione e di inoculazione di germi patogeni (tifo, vaiolo, tubercolosi) da lui condotti, durante il suo giovanile soggiorno di studio in Namibia, sugli Herero ivi internati nei campi di lavoro forzato.

In conclusione, credo che gli elementi per affermare che, in nuce, nel genocidio degli Herero ci siano già tutti gli elementi che caratterizzeranno la Shoah, siano più che sufficienti. Incidenza numerica della strage, base ideologica razzista e pseudoscientifica, uso del lavoro come strumento di eliminazione fisica, in ultima analisi, deumanizzazione delle proprie vittime. E se poi qualcuno voglia sottilizzare sul fatto che il genocidio Herero sia stato solo una “quasi” Shoah, perché, sì, qui la base ideologica dichiarata c’è (a differenza, ad esempio, del massacro degli Armeni da parte dei Turchi), ma non è ancora così corposa e ben definita come quella che ha sostenuto la Shoah, e poi la cosa è avvenuta non davanti a tutto il mondo, come la Shoah, ma in un angolo nascosto, in fondo all’Africa, ebbene, prima di cimentarsi in artifici argomentativi, questo qualcuno rifletta su quanta barbarie quel “quasi”, una volta usato per etichettare l’olocausto degli Herero, verrebbe colpevolmente a sottostimare.

Dimenticavo. Il primo amministratore civile dell’Africa tedesca del Sud-Ovest, nominato nel 1885, si distinse negli anni successivi, nella decimazione di un’altra etnia indigena, i San, cacciatori e raccoglitori nomadi economicamente incompatibili con qualsiasi tipo di sfruttamento economico, in quanto, non conoscendo neanche l’allevamento, non potevano neppure esser utilizzati come mandriani. Quest’uomo si chiamava Heinrich Göring, il cui figliolo, tal Hermann, sarà destinato ad una brillante carriera al seguito del summenzionato giovanotto austriaco, pittore incompreso oltre che lettore di corposi tomi di genetica.

Eh sì, davvero gran brutta bestia la storia, se ti porta a trovare collegamenti tra un manzo ucraino e Adolf Hitler.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...