MARESCIALLI D’ITALIA DELLA GUERRA 15-18

di Mario Nardulli

Ecco i 7 Generali che si guadagnarono nella guerra 15-18, il bastone di “Maresciallo d’Italia” Il nuovo grado, o meglio Qualifica, era stato istituito nel 1924 da Mussolini ma conferito solo ai due Generali che avevano comandato l’ esercito in guerra ovvero Luigi Cadorna e Armando Diaz, e si tratto’ di un altro di quegli espedienti un po’ maramaldeschi di cui Mussolini si serviva per ingraziarsi certi settori delle leve del potere e dell’opinione pubblica. L’inclusione di Cadorna messo sullo stesso piano di Diaz, significava difatti passare un colpo di spugna su tutta la cialtronesca e disastrosa condotta della guerra culminata nella disfatta di Caporetto e che aveva visto il Cadorna fare a scarica barile di responsabilità, arrivando a prendersela con la parte più debole e indifesa dell’esercito, i soldati semplici che nel suo bollettino erano apostrofati come “reparti vilmente arresisi”. Erano passati sei anni e la rabbia degli ex combattenti si era notevolmente annacquata, anzi passando piano piano dalla riprovazione all’accettazione su quel meccanismo tipico dell’essere mano e del reduce in particolare, che tende a dimenticare i disagi le sofferenze e a sostituirvi al loro posto un generale senso di accettazione con tendenza a farsi vera e propria esaltazione. Si certo “la guerra è scomoda” come giustappunto diceva un libro di due di quei reduci Novello e Monelli “ma bella!” e “l’io c’ero” tende a farsi motivo di orgoglio, con quel meccanismo psicologico di togliere un particolare (brutto) e aggiungerne invece uno bello in più. Un meccanismo, lo si è detto del tutto normale dell’essere umano che nella pletora dei combattenti andava facendosi sempre più dominante, cosa che quel furbastro di Mussolini ora che aveva superato la maretta dello “scandalo Matteotti” e si accingeva sul serio a fare “dell’aula sorda e grigia del Parlamento, un bivacco per i suoi manipoli “ come aveva minacciosamente annunciato fin dal suo primo discorso in veste di Presidente del Consiglio, aveva perfettamente recepito. Non che Diaz avesse mostrato di essere un fulmine di guerra, ma insomma perlomeno non aveva preso mazzate così plateali e sopratutto non si era mai sognato di apostrofare i soldati come vigliacchi; metterli sullo stesso piano a sei anni di distanza significava fare della guerra un tutt’uno, piena continuità fra i macelli delle spallate del Carso e le quasi vittorie del “Piave mormorò” All’incirca due anni dopo, venne deciso di conferire ad altri cinque Generali il bastone di “Maresciallo d’Italia” sostituendo il grado di Generale d’Esercito cui questi erano stati insigniti nell’immediato dopoguerra per il fatto di aver comandato una Armata in guerra , cui all’ultimo momento era stato aggiunto alla lista anche il Badoglio, che un’Armata non l’aveva mai comandata, ma era riuscito con le sue solite camarille a fare in modo che l’incarico di Sottocapo di Stato Maggiore venisse equiparato ad un Comando d’Armata. Di Cadorna per qualificarlo basta la sola parola di “Caporetto”, ma anche Diaz non è che sia molto facile trovarvi elementi di prestigio: comandante di corpo d’armata nell’Armata del Duca d’Aosta, non aveva fatto nulla , ma proprio nulla che potesse dar adito ad una preferenza per la scelta (affrettatissima e rigorosamente imposta da inglesi e francesi) ) della sostituzione di Cadorna , ma proprio quel perfetto anonimato, quella sua figura scialba e accattivante da ragioniere napoletano, erano state la sua fortuna! eh già di certo un Generale di nome e di prestigio non poteva essere sacrificato in una situazione tanto disperata qual’era quella di quel tardo autunno del ‘17, coi tedeschi e gli austriaci ad un passo da dilagare in pianura, dopo che avevano fatto un solo boccone di tutto lo schieramento dell’Isonzo con il subitaneo arretramento delle Armate montane, specie quella di Carnia e Cadore che si era andata ad asserragliare sul massiccio del Grappa e anche della 3^ Armata, l’Armata del Duca di Aosta che aveva preso posizione sul Piave. Ecco proprio il Duca d’Aosta era stato considerato come possibile comandante supremo, ma se la riserva valeva per un Generale di valore quale era senz’altro Caviglia che era stato l’unico comandante di Corpo d’Armata della 2^ Armata a non lasciarsi travolgere, figuriamoci quanto maggiore potesse essere la perplessità a mettere in campo un membro della Casa Reale. D’altronde la geniale strategia di Diaz, appena preso il comando, ma che conservava ancora alla vigilia della battaglia del Solstizio e cioè sette mesi dopo, era palese “ritirata al Mincio” C’erano voluti i soliti alleati a scongiurare una simile mattana “ma che siete matti!!! Una ritirata al Mincio significherebbe regalare al nemico tutto lo spazio di manovra e anche il potenziale industriale, per fare ancor peggio di Caporetto! E poi guardate qui : la linea del Piave è più corta di 100 e passa chilometri di quella dell’Isonzo, ha importanti città e punti nevralgici alle spalle che possono assicurare afflusso di riserve fulmineo e rapidi avvicendamenti di truppe, e come se non bastasse dispone di un baluardo naturale quale il massiccio del Grappa, che sembra fatto apposta per la difesa. Ma Diaz niente, aveva quell’idea fissa del Mincio e se non era per Caviglia, che assunto il comando dell’8^ Armata nel pieno dell’offensiva austriaca del giugno, non solo aveva colmato il buco di 9 chilometri che il nemico aveva operato sul Montello, ma era passato al contrattacco, di fatto ponendo le premesse per la successiva vittoria del novembre e scongiurando una volta per tutte quella malsana idea della ritirata al Mincio. Ma Diaz era così! D’altronde a proposito della famosa vittoria, detta dagli addetti ai lavori la vittoria “per telegramma”, in quanto effettuata solo per le fortissime pressioni del Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando che temendo giustappunto di venir sorpreso dall’armistizio che si stava oramai avviando in Francia, di rimanere sorpreso con l’esercito nemico ancora nel territorio nazionale aveva appunto telegrafato al duo Diaz-Badoglio “Tra l’inazione e la sconfitta, preferisco la sconfitta: MUOVETEVI!” E quando ancora una volta nel pieno della offensiva era stata l’Armata di Caviglia a sbloccare la situazione con un magistrale aggiramento della Alture di Valdobbiedene, che avevano spezzato in due tronconi lo schieramento difensivo nemico sull’ideale obiettivo di Vittorioveneto, ebbene Armando Diaz il Duca della Vittoria a fronte della enorma mappa del teatro di operazioni, se ne era uscito in un napoletanissimo “ma sta cazzo e’ Vittorio Veneto, addò sta?”
Dei nuovi insigniti del bastone di Maresciallo, quelli edizione 1926, abbiamo quindi parlato, benissimo di Caviglia, malissimo di Badoglio, ma gli altri tre? Bhe sul Duca d’Aosta, poco da dire, la sua Armata fu qualificata del titolo di “Invitta” ma se tale fu, lo fu più che altro in quanto mai investita di punta da un’offensiva nemica. Per carità sul Piave fece benino, ma niente di paragonabile all’Armata di Caviglia e neppure all’Armata di Di Robilant, la IV che resistette magnificamente sul Grappa nel novembre dicembre (ignoro i motivi per i quali non venne anche lui insignito né nel 1919 del grado di Generale d’Esercito e nel 1926 di quello di Maresciallo d’Italia) e poi di Gaetano Giardino che a tutti gli effetti è passato come il difensore del Grappa (nelle prime fasi del nuovo corso di comando, era sottocapo di S.M. in condominio con Badoglio. Ancora più anonimo l’ultimo Maresciallo della lista : Guglielmo Pecori Giraldi cte della 1^ Armata, che aveva sostituito Brusati alla vigilia della Straf Expedition, con l’unico merito di essere un tipo pacioso, accomodante, ma agli occhi e al commento di Cadorna che lo aveva scelto per tale incarico, richiamandolo in servizio dal quale era stato allontanato per una disgraziata operazione durante la guerra di Libia, grande, grandissimo merito, che gli aveva fatto esclamare “l’ho trattato come un sottotenente”.

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