Firma fides romanorum colonia

di Lamponi Roberto

“ Colonia dei Romani dalla ferma fede”: così recita il motto della città di Fermo, iscritto a chiare lettere nello stemma comunale. Una storia millenaria e indissolubilmente legata alla città di Roma, resa gloriosa da una fedeltà reciproca e così incrollabile tanto che Cicerone apostrofò i suoi abitanti come “fratelli” (Ep.8; Lib. IV ad Att.). Facente parte del territorio indicato con il nome di Picenum , Firmum rappresentò uno dei primi insediamenti in quest’area da parte di alcuni gruppi sabini che si spostarono dal Lazio intorno al IX secolo a.C. La leggenda narra che essi furono guidati da un picchio (in latino “picus”) da cui prenderebbero il nome sia la popolazione dei “Picentes” (“Piceni”) sia il territorio del Piceno. Non è un caso che il racconto parli di un animale: la ricorrenza rituale di origine italica del “Ver Sacrum” comportava la deduzione di nuove colonie interpretando il cammino di vari animali come il picchio nel caso dei Piceni o il lupo, ad esempio, per i Lucani. Alcuni però la ritengono soltanto una leggenda, proponendo altre ipotesi che si ricollegano all’abbondanza di ambra (picea) nella zona o all’utilizzo diffuso della pece (picem) per la costruzione di tombe ed abitazioni. Nonostante in quest’epoca Asculum rappresentasse il centro più importante rafforzato dall’alleanza con Camars (Camerino), Firmum riuscì a mantenere una certa autonomia; testimoniata anche dal ritrovamento di monete ed armi in cui è inciso il prefisso “FIR”. E’ proprio dalla radice indoeuropea “fir” con il significato di “vetta,cima” che alcuni fanno risalire l’origine della denominazione di Firmum, nome ripreso dai Romani per sottolineare la sua posizione sul colle Sabulus (“sabbioso”). Altri sostengono invece che il nome derivi dallo stesso motto inizialmente citato. L’insediamento era dotato anche di una fascia marittima in cui sorgeva il porto e che, data l’elevata presenza di piante da palma, si guadagnò il titolo di “ager palmensis” e che tuttora è possibile ritrovare nelle due frazioni del comune di Fermo: Torre di Palme e Marina Palmense. L’occupazione di Firmum da parte di Roma iniziò formalmente nel 269 a.C.: sebbene i Romani e Piceni fossero alleati e risultarono vincitori nella battaglia del Sentino del 296 a.C. contro una coalizione di popoli italici e di Galli, il clima tra le due popolazioni rimase di sostanziale tensione. Roma infatti era preoccupata dalla potenza militare ed economica che i Piceni rappresentavano ed iniziarono a dedurre diverse colonie come nella picena Adria o a Senica Gallica (Senigallia), che vennero percepite dalla popolazione come vere e proprie intrusioni nel proprio territorio. E ciò che accadde a Firmum fu la goccia che fece traboccare il vaso: per ordine del Senato l’esercito che fu sconfitto sul fiume Siri (vicino Taranto) nella guerra che Roma aveva intrapreso contro Taranto e Pirro venne fatto svernare a Firmum anziché far ritorno a Roma. Ufficialmente rappresentava una punizione da parte del Senato nei confronti dell’esercito sconfitto, in realtà era di fatto l’occupazione militare di Firmum. I Piceni decisero dunque di ribellarsi ma vennero sopraffatti e parte della popolazione picena venduta come schiava o venne deportata nella Marsica e nei territori che erano appartenuti ai Sanniti. La colonia latina di Firmum Picenum venne quindi definitivamente fondata nel 264 a.C. ovvero all’inizio della prima guerra punica. Michele Catalani (Fermo 1750- Bologna 1805), nobile, canonico e facente parte del collegio degli avvocati e dei dottori di Fermo, attestò grazie a diverse iscrizioni la presenza di diverse magistrature e collegi come i “duoviri iure dicundo” e i “quaestores aerarii”. Affermò inoltre che gli abitanti dell’insediamento godettero subito di alcuni diritti civili massimi del mondo romano che includevano anche il diritto al voto (sebbene colonia di diritto latino) e dell’annessione alla tribù Velina. Firmum conobbe quindi un periodo di sviluppo e di importanza sempre più rilevante non solo nel territorio del Piceno ma anche nelle relazioni con Roma. Poté infatti vantare di essere annoverata tra le diciotto colonie che, durante la seconda guerra punica (218-202 a.C.), prestò aiuto a Roma nonostante i voltafaccia di numerosi insediamenti che passarono dalla parte di Annibale. Plutarco nella “Vita di Catone” narra anche che nella guerra contro Antioco III (192-188 a.C.) alcuni Fermani furono inviati in avanscoperta e riuscirono a catturare un prigioniero, le cui dichiarazioni risultarono fondamentali per la vittoria finale. Un filo diretto unisce inoltre Firmum con la famiglia dei Pompei. Pompeo Strabone, padre del triumviro Gneo Pompeo Magno, si rifugiò a Fermo durante la guerra sociale, ottenendo numerose vittorie per poi muovere l’assedio ad Asculum. I Fermani fecero anche parte della legione di Pompeo (Legio Firmana) che venne condotta contro Mario a favore di Silla. Nel 90 a.C. passò al rango di municipium. Secondo Cicerone (Philipp. XXIII) Pompeo possedeva anche terre e ville: infatti una via del centro storico e un palazzo (ritenuto la sua abitazione) gli sono intitolati; inoltre la via che all’epoca collegava il centro al porto era, ed è tuttora, chiamata Via Pompeiana. Firmum si mantenne fedele a Pompeo Magno nella guerra civile contro Giulio Cesare. In età augustea si verificò un ulteriore sviluppo con la costruzione di diversi edifici importanti e il miglioramento urbanistico dell’insediamento. Risale a questo periodo la monumentale rete di approvvigionamento e distribuzione idrica consistente in pozzi, condotti sotterranei e soprattutto dalle tre cisterne romane (una principale e due minori). Furono principalmente costruite con malta e opus signinum (prodotto nella città di Segni, nel Lazio) e sottoposte a diverse opere di restauro tra cui quella avvenuta tra Antonino Pio e i Severi. Diversi veterani di Augusto vennero insediati a Firmum e nei territori circostanti, creando contrasti con gli abitanti della vicina Falerio Picenus (odierna Falerone) ma allo stesso tempo dando un nuovo impulso alla città che venne inglobata nella Regio V Picenum per la suddivisione in 11 province della penisola italica operata da Augusto nel 7 d.C. Nel XIX-XX secolo furono ritrovati diversi resti (statue, iscrizioni, monete, pezzi di marmo) che rimandano all’età giulio-claudia la costruzione di un ipotetico foro e del teatro. Al primo sono collegabili i resti rinvenuti di colossali statue raffiguranti soggetti in toga e un ciclo onorario dei membri della famiglia imperiale. Del secondo invece rimane ben poco (cavea, l’area dietro la scena e il corridoio anulare) perché gran parte delle strutture vennero inglobate negli edifici circostanti o andarono distrutte in diversi lavori del XVIII-XIX secolo. Il corridoio anulare coincide con l’attuale via del Teatro Antico. Vennero alla luce anche la statua di un Genio e una con tratti femminili che probabilmente impersonificava la Tragedia o la Commedia, oltre che a un gorgoneion (pendente che rappresentava la testa di una Gorgone) in marmo. Alcuni resti ritrovati nel 1739 furono poi impiegati per la decorazione policroma all’interno della chiesa “Santa Maria della Misericordia” a Macerata. Grazie a delle iscrizioni è possibile anche sapere che il teatro venne restaurato dall’imperatore Adriano e che fu costruito anche un monumento onorario a Marco Aurelio. Come riporta inoltre l’avvocato Giuseppe Fracassetti (Fermo 1802- Fermo 1883) nel suo “ Compendio di notizie storiche della città di Fermo”, alcuni cronisti di Fermo discutono dell’esistenza di una legione composta interamente da Fermani ai tempi di Traiano poiché un’iscrizione di Nola parla di una LEG. XVIII FIRM. Comunque non fu dato credito a questa ipotesi perché l’abbreviazione “FIRM.” è riscontrabile nella denominazione di altre legioni con il significato di “firma” per indicare la fermezza e la tenacia dei soldati ma anche semplicemente perché la popolazione di Firmum non era così elevata tale da formare un’intera legione. L’avvocato fuga ogni dubbio: qualsiasi iscrizione riguardante la Legio XVIII posteriore ad Augusto è da ritenersi falsa poiché la legione, annientata nella catastrofica sconfitta romana a Teutoburgo, non venne più rinnovata. Aggiunge inoltre che Kellerman, analizzando il marmo, diede una nuova spiegazione: si trattava della Legio XVI FL. FIRM., ovvero della legione formata da Vespasiano (quindi molti anni dopo Augusto), che niente aveva a che fare con la città di Fermo. Riprendendo sempre il “Compendio” del Fracassetti nel corso del V secolo Fermo venne devastata dai Visigoti di Alarico durante loro razzie compiute in Italia (es. il sacco di Roma del 410 d.C.) e poi dal re visigoto Ataulfo. La città fu preda della violenza di Attila e fece parte quindi del regno d’Italia di Odoacre, re degli Eruli. Nell’avvicendarsi delle invasioni di nuovi popoli successive alla caduta dell’Impero Romano (476 d.C.) Odoacre venne sconfitto dai Goti di Teodorico, la cui figlia Amalasunta, soggiornò a Fermo e vi fece costruire diversi edifici tra cui i bagni suburbani. Nonostante tutto l’autorità di ciò che rimaneva dei fasti dell’Impero Romano, ovvero l’impero Bizantino di Giustiniano influenzò nuovamente la città. Procopio di Cesarea scrive che Belisario giunse in Italia, riconquistò diversi territori della penisola tra cui la città di Fermo e, dopo un congresso tenutovi qui con Narsete e altri ufficiali bizantini, partì per Rimini lasciando un nutrito contigente a difesa dell’insediamento. Ma nel 545 l’ostrogoto Totila vi pose l’assedio e la conquistò nuovamente. Alla morte dell’ultimo re goto Teia avvenuta nel 553 e quindi con la fine della guerra gotica, la città ritornò definitivamente sotto il controllo dell’impero romano d’Oriente di Giustiniano. Ma ancora una volta per poco. Nel 569 i Longobardi dilagarono nella penisola italica e la città di Fermo venne inglobata nel potente ducato di Spoleto che, seppur con delle variazioni, mantenne una certa autonomia per molto tempo così come quello di Benevento.
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