Praga la città d’oro

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di Mario Nardulli

Perché Praga è detta “la città d’oro? Perché l’oro c’è per davvero! Una soffusa, impalpabile atmosfera dorata sembra come spalmata per la città, enfatizza i monumenti, le strade, gli scorci e asseconda il verticalismo dei tetti, delle proverbiali cento torri e delle guglie nere, che, con appena un po’ di immaginazione, si trasformano in aguzzi pennelli, pronti a ridisegnare in oro la tonalità del cielo. E’ la “Zlatà Praha” la Praga d’oro! l’origine di questa nomea è lontana ed ha riscontri precisi nella prassi costruttiva che fa seguito all’acquisito rango di capitale Imperiale, sotto Carlo IV alla metà del XIV secolo. Il famoso Imperatore difatti non era soddisfatto dell’affetto cromatico dei monumenti, delle statue, degli stessi edifici più rappresentativi, fatti tutti con la scura pietra locale, così poco appariscente, e cominciò a pretendere che le si desse maggiore visibilità corredando ogni opera con un particolare (una spada, un crocifisso, una corona, un vessillo, etc.), rigorosamente verniciato in oro. Un effetto cromatico davvero inusitato e di forte effetto (il contrasto nero-oro) che doveva divenire la peculiarità costruttiva nei secoli successivi, anche con il declinare della importanza storico-politica della città. C’è da dire che tale contrasto tende a farsi metafora di un contrasto molto più informante, quello che vede Praga non solo perdere il rango di capitale imperiale, ma divenire sempre più marginale rispetto ai grandi eventi e le trasformazioni d’Europa. Forse per questo la dorata atmosfera della città ha sempre più attratto, addirittura ammaliato, gli spiriti più sensibili, gli artisti, i poeti, i letterati, ma non ha mai esercitato il suo fascino sui più noti uomini d’azione. Per ogniPetrarca (che fu a lungo ospite di Carlo IV), per ogni Rodolfo II d’Asburgo e la sua pittoresca corte di alchimisti, per ogni Chateubriand, che sulla collina di Petrin si lasciava indurre a rifare il verso a Polibio dissertando sulle oscure ragioni che determinano l’ascesa e il crollo di grandi civiltà, per ogni anima gotica del periodo romantico che al cospetto della città si lasciava facilmente trasportare verso il magico, l’esoterico, c’è sempre stato un, Cola di Rienzo, che portava a Praga il suo spirito popolaresco dei rioni di Roma, un Federico II che dopo la conquista militare delle città non vi si trattenne più di una notte, un Napoleone Bonaparte che pur vincendo, nei suoi pressi, la più famosa delle sue battaglie (Austerliz) non prese neppure in considerazione la città, ed ancora in tempi più recenti, Hitler, Stalin, tutti più che indifferenti al fascino della “Zlatà Praha”. Non si vuole qui avallare la tesi dell’aut-aut, o tutto o niente: i versi del poeta Oscar Wiener che paragonava la città a una Salomè Tenebrosa “chi l’abbia vista una sola volta negli occhi, trepidi e misteriosi rimane per sempre vittima dell’incantatrice” diceva o di Kafka che la definiva “Mamička” mammina, ma con gli artigli – “era la più bella del mondo” dice Kundera nel suo romanzo più famoso “L’insostenibile leggerezza dell’essere” indotto a tale affermazione dalla vista della città che si coglie dalla collina di Petrin (la stessa di Chateubriand), così come il “era più bella di Roma” nel poema “Vestita di luce” del premio nobel 1984 Jeroslav Seifert.
Praga può anche essere molto più “normale” di quanto si respira nelle pagine del famoso libro di Angelo Maria Ripellino “Praga Magica” – così alla corte di Rodolfo II c’erano artigiani, intagliatori di pietre, maestri di lavorazione dei cristalli, personaggi di solida concretezza come Brahe e Keplero e la celeberrima Zlatà Ulička (la straduzza d’oro) era in verità abitata più da questo tipo di persone, financo da lacchè e stallieri, che dai misteriosi alchimisti; per Mozart era un palcoscenico più caloroso di Vienna o Salisburgo, mentre per Goering, il famoso braccio destro di Hitler, ai tempi dell’invasione del 1939, si rallegrava con Ciano che non ci fosse stata resistenza “sarebbe stato davvero un peccato distruggere una simile bella città” e in tal senso il nazismo mostrò di apprezzare molto più del successivo regime comunista il fascino conturbante della città, anche se certo con intenti dettati più dalla conquista e dall’assimilazione che dal semplice piacere estetico: nel 1942 uscì difatti dalle case di produzione germaniche un film, soffusa pellicola a colori, colonna sonora con le musiche di Smetana, vincitore tra l’altro della Coppa Volpi a Venezia, che cercava di tradurre la Zlatà Praha nella “Die Goldene stadt” giustappunto “la città d’oro”.

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