OPERAZIONE MINCEMEAT: il cadavere che ha ingannato i nazisti

di Lamponi RobertoPrimavera 1943. Sicilia. La guerra che attanaglia da anni ormai l’intero pianeta sta progressivamente prendendo una piega diversa rispetto alle aspettative iniziali. Le truppe dell’Asse subiscono diverse sconfitte sui vari fronti in cui sono impegnate. La resa di Stalingrado da parte della sesta armata tedesca e lo sfondamento sul fronte del Don operato dai sovietici (che darà inizio anche alla tribolata ritirata degli italiani), sanciscono la sconfitta totale sul fronte orientale e la fine dei sogni di gloria del Führer. Così come lo sbarco alleato in Africa e la vittoria degli USA a Guadalcanal segnano inevitabilmente il declino dei possedimenti coloniali italo-tedeschi in Africa e della potenza imperiale giapponese nel Pacifico. Il prossimo passo degli Alleati consisteva nell’intervento diretto in Europa per completare la capitolazione del terzo Reich e dei suoi alleati. Le zone in cui effettuare uno sbarco però erano molteplici, anche se l’Italia rappresentava l’obiettivo più favorevole non solo dal punto di vista geografico e quindi strategico ma anche politico: un malumore sempre più diffuso serpeggiava tra la popolazione italiana per i nefasti esiti della guerra intrapresa da Benito Mussolini. Malumore che si trasformava in sfiducia e che si concretizzerà il 25 Luglio 1943 con l’ordine del giorno Grandi e conseguente caduta del Fascismo. “Il ventre molle dell’Asse” la definì Winston Churchill nella conferenza di Casablanca, nella quale si decise ufficialmente di sbarcare in Sicilia. In guerra però c’è un fattore che va ben oltre il numero dei soldati o le diverse strategie e che, se ben sfruttato, può rivelarsi decisivo: il fattore sorpresa. Ed è proprio su di esso che si basò l’operazione “Mincemeat” (“carne trita” in inglese). Il 30 aprile 1943 lungo la costa della cittadina andalusa Huelva, alcuni pescatori trovarono un cadavere che venne immediatamente consegnato alla gendarmeria spagnola. Quest’ultima però, seppur neutrale, era nota per collaborare con le autorità tedesche in virtù di quel legame tra il dittatore Francisco Franco e Hitler risalente agli aiuti concessi da quest’ultimo nella guerra civile spagnola (1936-1939). Sebbene l’autopsia avesse ufficializzato la morte per annegamento, le modalità della morte non era ciò che interessava loro. Il cadavere, infatti, non era un morto qualunque. Si trattava bensì del capitano britannico William Martin dei Royal Marines e ufficiale del Comando per le operazioni coordinate tra esercito e marina. Inoltre, portava ancora legata al polso una cartella contenente alcuni documenti che attestavano la sua identità… ma anche qualcos’altro. Nella cartella erano state ritrovate due lettere personali : nella prima il vicecapo di Stato maggiore, Archibald Nye, riferiva a Harold Alexander, comandante del 18° Gruppo di armate in Algeria e Tunisia, dei prossimi sbarchi Alleati in Grecia e in Sardegna mentre la Sicilia sarebbe stata usata soltanto come depistaggio. Nell’altra invece l’ammiraglio Mountbatten e capo delle operazioni combinate, scriveva di diverse operazioni di cui Martin doveva farsi protagonista. Un tranello ben organizzato a cui i nazisti crederono pienamente: i documenti furono registrati e inviati in Germania e il cadavere venne riconsegnato alle autorità locali britanniche. Mentre addirittura il Times confermava la morte del capitano, i tedeschi rinforzarono le difese proprio in Grecia e in Sardegna, spostando divisioni corazzate, reparti di siluranti e aerei non solo dalla Francia ma anche dalla stessa Sicilia. In realtà il capitano Martin non era mai esistito. L’intera operazione era stata pensata dal capitano di corvetta Ewen Montagu che si ispirò a uno scritto, risalente al 1939, di Ian Fleming che diventerà famoso successivamente per i romanzi con protagonista James Bond. Il cadavere apparteneva a un 34enne gallese che, a causa di problemi psichici, aveva deciso di togliersi la vita ingerendo un veleno per topi. Il risultato era ciò di cui i servizi segreti britannici avevano bisogno: il veleno attaccò i polmoni riempiendoli di liquido proprio come quelli di un annegato. Il cadavere venne inoltre vestito con indumenti consoni al grado di capitano, dotato di oggetti personali tra cui addirittura una foto che ritraeva la propria “fidanzata” (in realtà si trattava di una ragazza dei servizi segreti offertasi di farsi fotografare per la buona riuscita della missione) e alcune sue lettere. Così sistemato di tutto punto e posto in un contenitore, venne portato in Scozia e fatto imbarcare nel sommergibile Seraph. Questo si portò lungo le coste spagnole, nelle vicinanze del porto di Huelva. Neanche il luogo dove il cadavere doveva essere ritrovato era lasciato al caso. Infatti la presenza della base britannica a Gibilterra, da cui passavano molte rotte aeree per il Nordafrica, fugava qualsiasi dubbio. Il depistaggio riuscì talmente bene che, con l’avvio dell’ operazione Husky il 10 luglio 1943, soltanto due divisioni tedesche (insieme a reparti italiani) erano state sistemate a difesa della Sicilia. L’incredulità tra le truppe fu totale. Combattimenti durissimi imperversarono per 39 giorni ma alla fine l’isola venne conquistata:un cadavere aveva così risparmiato migliaia di vite.

martin(2) – Il cadavere del finto capitano William Martin

hqdefault – I documenti falsi forniti dai servizi segreti britannici

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