Il sangue di un impero: antropologia e civiltà azteca

di Massimiliano Vino

Alla vigilia della conquista spagnola, nel 1519, la civiltà degli Aztechi, ultima grande civiltà mesoamericana, aveva raggiunto il massimo della propria espansione e della propria potenza. I conquistadores spagnoli rimasero a bocca aperta di fronte alla magnificenza delle architetture della capitale dell’impero, Tenochtitlàn (attuale Città del Messico), ma restarono al tempo stesso profondamente turbati e inorriditi dai sacrifici umani praticati dai sacerdoti aztechi.

La pratica dei sacrifici umani infatti non raggiunse mai, in nessuna civiltà nella storia dell’uomo, una tale portata. Questo pone alcuni interrogativi, per i quali una semplice spiegazione di tipo culturale-religioso non è sufficiente. Si può affermare con una certa sicurezza che i sacrifici umani e il cannibalismo fossero un aspetto caratteristico di quasi tutte le civiltà che precedettero l’egemonia azteca in Messico e che, allo stesso modo, fosse una pratica diffusa tra le popolazioni indigene ancora prima del consolidamento di queste popolazioni in formazioni statali, dunque ancora prima della nascita di una “religione di Stato”. Questo escluderebbe il movente unicamente religioso. Allo stesso modo non sarebbe corretto attribuire ad un’innata violenza dell’uomo tale genere di pratiche.

Come spiegare l’origine dei sacrifici umani nel più grande impero del Mesoamerica?

Una risposta ci viene offerta dall’opinione dell’antropologo americano Marvin Harris nel saggio Cannibali e re, secondo il quale:

I tentativi di comprendere perché i prigionieri vengono a volte ben trattati, e poi torturati, sacrificati e mangiati, in termini di istinti universali contrastanti di amore e odio sono inutili e pericolosi. I prigionieri non sono sempre ben trattati, torturati, sacrificati e mangiati, e qualsiasi teoria che voglia spiegare perché si verifica questo complesso di comportamenti deve spiegare altresì perché in molti altri casi non si verifica.

Il sacrificio umano e il cannibalismo più che risultato dell’innata violenza dell’uomo, si legherebbero a doppio filo con la guerra, o meglio risulterebbero essere una conseguenza della guerra stessa. L’uomo può imparare e disimparare ad apprezzare tanto il sacrificio umano quanto il cannibalismo. Nel caso delle società tribali mesoamericane, disporre di guerrieri pronti a distruggere gli avversari in battaglia era certamente un vantaggio in guerra. Eliminare o disperdere i membri di una banda tribale era una pratica rara, ma utile secondo Harris a ridurre i tassi di crescita demografica (che in Cannibali e re risulta essere la causa principale della nascita della guerra, almeno a livello di bande tribali).

Nel caso degli Aztechi questa spiegazione ricondurrebbe la pratica della cattura e del sacrificio dei prigionieri di guerra ad un atteggiamento perlopiù bellicoso, originatosi già alle origini tribali di questa civiltà.

La guerra, da occasionale, divenne tuttavia per gli Aztechi la quotidianità, così come i sacrifici umani e il cannibalismo:

Gli aztechi trasformarono il sacrificio umano da occasionale colpo di fortuna sul campo di battaglia in una pratica ordinaria in cui non passava giorno che qualche vittima non venisse sacrificata sugli altari dei grandi templi come quelli di Uiztilopochtli e Tlaloc.

Come già accennato l’intento religioso non può spiegare del tutto il radicalizzarsi di tali pratiche. Le guerre degli aztechi venivano fatte appositamente per catturare prigionieri da sacrificare. Addirittura l’impero azteco lasciava sussistere al suo interno delle città-stato indipendenti per disporre sempre di nemici contro cui combattere e dai quali rifornirsi di prigionieri!

Si potrebbe ancora una volta riporre l’attenzione sul problema del controllo demografico. Gli Aztechi potrebbero aver avuto un costante interesse a disperdere i nemici per incrementare sensibilmente il numero delle risorse a propria disposizione.

Ciò però si troverebbe a contrastare con un dato fondamentale, sottolineato da Harris, ossia che il tasso di natalità all’interno della popolazione mesoamericana aveva avuto, all’inizio del XVI secolo, un aumento del 25 %, difficilmente compensabile con il contemporaneo aumento del tasso di mortalità (unicamente maschile) del 25 % per via della guerra e dei sacrifici umani.

Se i sacrifici umani avessero avuto come obiettivo il controllo delle nascite gli aztechi avrebbero privilegiato il sacrificio delle vergini, oppure avrebbero potuto uccidere direttamente i nemici in battaglia anziché sacrificarli.

La risposta di Harris sta quindi nel cannibalismo. Il cannibalismo azteco non era una semplice conseguenza del sacrificio, ma ne costituiva probabilmente la motivazione principale.

Il Centro-america, che nel corso di decine di migliaia di anni, aveva visto drasticamente ridursi la percentuale di fauna di grosse dimensioni, era, in epoca azteca, del tutto privo di animali macellabili. Il comportamento che gli Aztechi riservavano ai prigionieri suggerirebbe in questo senso la soluzione all’assenza delle proteine dalla dieta delle civiltà mesoamericane, derivante dalla relativa assenza di carne:

Quando il prigioniero veniva ricondotto a Tenochtitlàn, veniva alloggiato nel recinto della casa del suo padrone. Sappiamo poco su quanto tempo vi rimanesse o come fosse trattato, ma possiamo presumere che venisse rimpinzato con tortillas quanto bastava a non fargli perdere peso. E’ probabile, inoltre che un potente comandante militare custodisse decine di prigionieri, ingrassandoli in vista di feste speciali o di importanti eventi familiari quali nascite, matrimoni o morti.

I prigionieri erano trattati come animali da macello, e la carne umana sostituiva in tutto e per tutto la carne animale. Si potrebbe inoltre fare il discorso inverso: è forse un caso che il cannibalismo non abbia attecchito in Europa ed Asia, laddove la presenza di bovini, suini e ovini, non rendeva necessario il sacrificio umano? Questa carne non era però destinata (tranne in grandi occasioni) alla gente comune. Essa costituiva lo strumento grazie al quale l’imperatore manteneva il controllo sull’aristocrazia.

Il sacrificio umano e la distribuzione di carne umana consumabile rientrava quindi nei meccanismi di controllo politico della classe dirigente dell’impero azteco:

Se la carne veniva fornita in grande quantità alla nobiltà, ai soldati e al loro entourage, e se l’offerta veniva sincronizzata per compensare i deficit del ciclo agricolo, Moctezuma e la sua classe dirigente mantenevano abbastanza credito per evitare il crollo politico.

Si consiglia, a chi voglia approfondire il tema, la lettura del saggio Cannibali e re di Marvin Harris, il quale personalmente mi ha permesso di trovare delle adeguate risposte riguardo l’origine di altre dinamiche di comportamento umano, oltre al sacrificio umano stesso.

Spesso, dove non basta la storia, ci pensa l’antropologia..

Quest’opera di riflessistorici.com è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.

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One thought on “Il sangue di un impero: antropologia e civiltà azteca

  • Una motivazione analoga del cannibalismo, basata su una ipotetica esigenza socio-alimentare legata alla mancanza di carni rosse, è stata avanzata anche a proposito dei Polinesiani, tra i quali, su una base culturale che comunque già prevedeva il cannibalismo, si innesta un suo utilizzo su larga scala in quelle aree della cultura polinesiana (Nuova Zelanda e Isola di Pasqua) che, per la loro eccentricità rispetto al nucleo originario da cui si irradiò la diaspora polinesiana, richiesero, per esser raggiunte, viaggi oceanici talmente lunghi da portare all’esaurimento, durante lo svolgimento degli stessi, delle scorte di mammiferi (maiali e cani) allevati per scopo alimentare. In sostanza, furono macellati tutti durante il viaggio, per pressanti esigenze di sopravvivenza, e non ne rimase nessuno per creare nuovi allevamenti una volta arrivati nelle nuove isole da colonizzare. La chiave di lettura del cannibalismo, proposta da Harris, benché difficile da digerire (ehm…), perché forse ne preferiremmo una spiegazione più “spirituale” (ad esempio, la volontà di impossessarsi della forza del nemico vinto), non è affatto peregrina.
    L’uso di mangiare carne rossa come strumento di distinzione sociale è ben presente nella storia dell’umanità, basti pensare al Medio Evo, quando l’umanità si divideva in popolo (mangiatori di carboidrati e verdure) e nobiltà(mangiatori di carne, tra l’altro in festini l’ammissione ai quali, determinata dal nobile che li organizzava, era in sé un potente mezzo di selezione sociale), o alla tarda Età del Bronzo e prima Età del Ferro, quando nelle tombe dei nobili, accanto alle armi, si depositavano lebeti bronzei (bollitori usati principalmente per cuocere la carne), a voler confermare che lì giaceva un nobile, in quanto tale guerriero e mangiatore di carni rosse.
    Comprensibile che, in un ambito dove l’unica fonte di carni rosse fossero gli esseri umani, si ricorresse alla macellazione degli stessi, offrendoli in nutrimento ad un settore selezionato della popolazione, come strumento, da parte del potere politico, di controllo dell’accesso agli strati alti della piramide sociale. In altre parole, se mi si perdona la forzatura, conferire a taluno lo status di “mangiatore di carne rossa”, anche umana se la sola disponibile, poteva essere, in certi ambiti storici, l’equivalente del conferimento, in altre epoche, del titolo di conte o marchese.

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