La domenica delle salme (de André)

di Edoardo Nespeca

Senza ombra di dubbio, una delle canzoni che più amo ascoltare di Fabrizio de André si intitola “La domenica delle salme”, scritta per l’album “Le nuvole” del 1990 (di Mauro Pagani invece la musica). Nonostante sia uno dei testi più enigmatici del cantautore genovese, costituisce per me uno dei ritratti più lucidi della società italiana alla fine degli anni ’80, in cui ogni singola parola si carica di una forza a dir poco travolgente. Ricordo che mi balzò casualmente all’orecchio mentre ero intento a fare tutt’altro e subito ne fui folgorato, a tal punto da non riuscire proprio a staccarmene. Quella canzone mi era ormai entrata in testa e non ne sarebbe più uscita.

D. Perché l’avete scritta?
R. Volevamo esprimere il nostro disappunto nei confronti della democrazia che stava diventando sempre meno democrazia. Democrazia reale non lo è mai stata, ma almeno si poteva sperare che resistesse come democrazia formale e invece si sta scoprendo che è un’oligarchia. Lo sapevamo tutti, però nessuno si peritava di dirlo. È una canzone disperata di persone che credevano di poter vivere almeno in una democrazia e si sono accorte che questa democrazia non esisteva più.
[Intervista di Luciano Lanza (1993). Ora in Signora Libertà, Signorina Anarchia, p. 17]

Mauro Pagani ha invece dichiarato: « Credo che nel testo ci sia tutta la grandezza di Fabrizio narratore. Ci sono tutti gli elementi per capire, ma tutto è raccontato, non ci sono sintesi o giudizi, che, come lui diceva spesso, nelle canzonette sono peccati mortali. La visione del tutto scaturisce dalla somma di tante piccole storie personali, nessuno grida in quella ridicola tragedia. Nessuno punta il dito, tutto si spiega da sé. »



In questa sede mi limiterò a proporre una delle molteplici interpretazioni che ne sono state date (che è anche quella che mi affascina maggiormente):

La canzone si divide in tre sezioni ben definite, con un ordine preciso di tempo. La prima parte parla dell’inizio della “Domenica delle Salme” e si vedono i movimenti e i comportamenti del potere e della borghesia. Non a caso, i temi principali si sviluppano intorno al Capitalismo (di cui è simbolo Milano) e alla dittatura (il quarto Reich). Le voci narranti sono quelle dei borghesi.

Tentò la fuga in tram
verso le sei del mattino
dalla bottiglia di orzata
dove galleggiava Milano

Il primo luogo-chiave della canzone è Milano, simbolo del potere economico, del capitalismo, della corruzione, della moda. Si confondono due narrazioni: un fatto di cronaca (due ragazzi, a Milano, bruciarono un Clochard: sono i primi quattro versi), e l’arresto del brigatista Renato Curcio.

non fu difficile seguirlo
il poeta della Baggina
la sua anima accesa
mandava luce di lampadina

Questa strofa è invece riferita a Renato Curcio: l’anima accesa sta ad indicare il “pensare con la propria testa”.

gli incendiarono il letto
sulla strada di Trento
riuscì a salvarsi dalla sua barba
un pettirosso da combattimento.

Mentre questa è il punto di “collegamento” tra la storia del barbone (“gli incendiarono il letto”, la barba) e di Curcio (Trento, il passerotto). Tutti gli oppositori del regime vengono fatti sparire in qualche modo.

Nell’89, dopo la caduta del Muro, vengono in Occidente, in cerca di lavoro, spinti dalla disoccupazione, moltissimi uomini dai paesi dell’ex URSS: tra questi i polacchi erano noti per fare i lavavetri.

I polacchi non morirono subito
e inginocchiati agli ultimi semafori

Il nuovo potere convince i poveri che è meglio lavare, da schiavi, le auto dei ricchi, che rimanere con la libertà di pensiero.

rifacevano il trucco alle troie di regime
lanciate verso il mare

Le “troie di regime” sono evidentemente le automobili di chi può permettersi le vacanze al mare.

i trafficanti di saponette
mettevano pancia verso est

Con la fine della cortina di ferro, gli industriali trovano un grande guadagno nel decentralizzare la produzione (mettere pancia verso est), e sfruttare la forza-lavoro a bassissimo costo dell’est europeo.

chi si convertiva nel novanta
ne era dispensato nel novantuno
la scimmia del quarto Reich
ballava la polka sopra il muro

La scimmia è il simbolo del nuovo potere, il “Quarto Reich” che sta ad indicare una nuova e più subdola dittatura. Ormai il potere canta vittoria sulle rovine del muro di Berlino, che idealmente divideva i due “Pensieri”.

e mentre si arrampicava
le abbiamo visto tutto il culo

Tutti hanno visto i difetti, il “lato oscuro” del nuovo potere, mentre questo stava ancora “arrampicandosi”, mentre lo si poteva ancora fermare.

la piramide di Cheope
volle essere ricostruita in quel giorno di festa
masso per masso
schiavo per schiavo
comunista per comunista
Si procede alla “ricostruzione” dell’Est, ma gli operai, che prima erano “comunisti” (secondo l’ideologia filoamericana, tutto ciò che proveniva dall’est era comunista), ora sono schiavi, sfruttati per far guadagnare gli imprenditori dell’occidente.
La domenica delle salme
non si udirono fucilate
Non c’è bisogno di prendere il potere con le armi, infatti tutti gli oppositori sono spariti.
il gas esilarante
presidiava le strade
Il resto del lavoro lo fanno i mass media, per prima la televisione, che, come il gas esilarante, addormenta le coscienze.

La domenica delle salme
si portò via tutti i pensieri

Il libero pensiero è la prima cosa che viene “portata via”; è la società, la televisione, che ti dice cosa fare.

e le regine del ”tua culpa”
affollarono i parrucchieri

I borghesi, sempre pronti a scaricare le colpe su un capro espiatorio, che pensano di non essere mai coinvolti.

Qui finisce la prima parte della canzone. Cambia la situazione e la voce narrante. Ora è un oppositore ancora liberamente pensante (quello con cui, in parte, si identifica il De André autore) che parla: racconta quello che succede subito dopo il “colpo di stato” silenzioso. Ormai il potere si è impadronito di quasi tutte le menti. Quelli che prima erano oppositori cercano di adeguarsi: chi non ha voluto convertirsi è punito platealmente:

Nell’assolata galera patria

Questo inizio sancisce subito il “cambio di scena” della narrazione: è la galera (“galera patria”, ad indicare, per analogia, che quelli rinchiusi lì sono prigionieri politici), dove è stato portato Curcio.

il secondo secondino
disse a “Baffi di Sego” che era il primo
si può fare domani sul far del mattino

La punizione riservata a Curcio viene programmata di mattina (probabilmente dai suoi ex-compagni), come se si volesse nasconderla…

e furono inviati messi
fanti cavalli cani ed un somaro
ad annunciare l’amputazione della gamba
di Renato Curcio
il carbonaro

…però (colpo di scena) il potere, per giovarsi della “punizione”, annuncia a tutti l’amputazione della gamba di Renato Curcio: vuole presentarlo come esempio negativo (e infatti le BR saranno sempre argomento tabù, anche per la Sinistra), ma secondo il narratore Curcio non è altro che un carbonaro, combattente per la libertà, paragonato a Silvio Pellico.

il ministro dei temporali
in un tripudio di tromboni

Ora, il ministro “dei temporali”, incaricato di fare propaganda (il tripudio di tromboni “suona” proprio, per la presenza delle R, come un parlare roboante ma vuoto e inconsistente), appare in televisione.

auspicava democrazia

Egli “auspica democrazia”, ovviamente giura che questa sarà garantita.

con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni

Ma il narratore lo smaschera (altro colpo di scena): ha le mani sui coglioni in un gesto scaramantico, e sopra la tovaglia per nasconderlo.

– voglio vivere in una città
dove all’ora dell’aperitivo
non ci siano spargimenti di sangue
o di detersivo –

Il ministro sa benissimo che la violenza continuerà ad esserci, ma le prevaricazioni verranno ben nascoste; sullo stesso piano degli spargimenti di sangue mette quelli “di detersivo” (che viene usato per “lavare via” il sangue, secondo il ministro non va sprecato): gli spargimenti di sangue non ci devono essere perché costerebbero troppo al potere.

a tarda sera io e il mio illustre cugino De Andrade

A tarda sera, la rivoluzione capitalista può dirsi ormai conclusa: tutti i dissidenti sono stati sistemati, chi promosso nei ranghi del potere, chi zittito per sempre.

eravamo gli ultimi cittadini liberi
di questa famosa città civile

Solo il narratore, che ora si rivela, e il suo “cugino Deandrade” sono ancora liberi.

perché avevamo un cannone nel cortile.

Ma (terzo colpo di scena) sono liberi solo perché hanno modo di difendersi da ogni attacco del potere.

La domenica delle salme
nessuno si fece male
tutti a seguire il feretro
del defunto ideale
la domenica delle salme
si sentiva cantare
– quant’è bella giovinezza
non vogliamo più invecchiare -.

Non c’è più spazio per i vecchi, che ormai sono diventati un peso e vengono confinati nelle case di cura. Però, il ritornello cantato in mezzo alle strade ci ricorda, in modo terrificante, anche il fascismo. Qui inizia l’ultima “scena” della canzone.

Questa volta a parlare sono quelli (non solo i cantautori) che avevano la possibilità di ribellarsi ma non l’hanno fatto (forse anche in questi, in parte, si identifica De André). Il luogo chiave sono le “catacombe”, luoghi dove nascondersi per poter esprimere il libero pensiero. Siamo ai giorni successivi alla Domenica: quando il fatto è compiuto e non si può più fare niente.

Gli ultimi viandanti
si ritirarono nelle catacombe

Gli “ultimi viandanti” sono gli uomini che ancora pensano con la propria testa, ma sono costretti a nascondersi, perché non hanno il “cannone nel cortile” per difendersi.

accesero la televisione e ci guardarono cantare
per una mezz’oretta poi ci mandarono a cagare

I cantautori non rappresentano più questi ultimi dissidenti: basta guardarli mezz’ora per capirlo, i cantautori hanno dimenticato l’impegno; i “viandanti” si lanciano allora in quest’ultima invettiva:

-voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio
con i pianoforti a tracolla vestiti da Pinocchio

Una volta questi erano cantautori impegnati, pronti a sostenere il popolo nella lotta.

voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti
per l’Amazzonia e per la pecunia

Ora, invece, cantano per chi li paga di più, e si lavano la coscienza con qualche concerto per salvare la foresta amazzonica.

nei palastilisti
e dai padri Maristi
voi avevate voci potenti
lingue allenate a battere il tamburo
voi avevate voci potenti
adatte per il vaffanculo –

Erano loro, che avevano le “voci potenti”, che dovevano mandare affanculo chi di dovere; sarebbero stati gli unici in grado di opporsi al regime. Ma non l’hanno fatto, e ormai (come indicano tutti i verbi al passato) è troppo tardi.

La domenica delle salme
gli addetti alla nostalgia
accompagnarono tra i flauti
il cadavere di Utopia

L’Utopia è morta, ma gli “addetti” alla nostalgia hanno reso il suo funerale quasi una festa. Qui possiamo pensare che ritorni il narratore della seconda sezione: il libero pensatore.

Durante la presa del potere da parte del nuovo regime, non ci sono stati segni visibili del passaggio. La società, esteriormente non è troppo cambiata.

la domenica delle salme
fu una domenica come tante
il giorno dopo c’erano segni
di una pace terrificante

Il giorno dopo non ci sono più le lotte di classe e di partito, sembra che si sia stabilita la pace; ma questa pace è “terrificante” perché significa morte della coscienza.

mentre il cuore d’Italia
da Palermo ad Aosta
si gonfiava in un coro
di vibrante protesta.

L’ultima parola è per la dirigenza del PCI, che, invece di fare opposizione, si limitano a una “vibrante protesta”. La frase è palesemente ironica (anche il tono): la protesta non è altro che un cicaleccio indistinto che nessuno tiene in considerazione.

Analisi proposta dal sito: http://www.anime-salve.org/

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Quest’opera di riflessistorici.com è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.

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