“UBI GAIUS, IBI GAIA” – IL MATRIMONIO NELL’ANTICA ROMA

di Lamponi Roberto – Inserito tra i 7 sacramenti fondamentali della religione cristiana cattolica e di quella ortodossa, le radici e la storia del matrimonio sono inevitabilmente legate al cristianesimo e alle sue tradizioni. Ma, possiamo trovare diverse analogie con il rito cerimoniale che veniva svolto nell’ antica Roma. Innanzitutto gran parte dei matrimoni di quel periodo avevano un significato molto diverso da quello che invece gli è attribuito oggi. Infatti veniva inteso molto spesso come un obbligo o un dovere da parte di un “civis” romano. L’aspetto politico aveva grande rilevanza: grazie al matrimonio si potevano infatti suggellare alleanze tra “familiae” appartenenti a diverse “gentes” e quindi assicurarsi un’ascesa politica ed economica ( un esempio può essere considerato il matrimonio tra Giulio Cesare e Cornelia Cinna Minore nell’ 83 a.C. : il primo appartenente alla prestigiosa e illustre “gens Iulia” ma che non stava attraversando un periodo roseo dal punto di vista economico, mentre Cornelia era figlia di Lucio Cornelio Cinna ovvero uno dei maggiori esponenti del partito mariano e appartenente all’insigne “gens Cornelia” caduta in disgrazia dopo le vittorie dei sillani. Non mancavano comunque veri e propri amori che possiamo ritrovare per esempio tra Pompeo e Giulia (figlia di Giulio Cesare) o tra Augusto e Livia Drusilla. Nella maggior parte dei casi però, come abbiamo detto, l ‘amore tra i due coniugi non veniva messo in primo piano anche per la sostanziale differenza d’età tra i due. La sposa risultava spesso troppo giovane, addirittura in età pre- adolescenziale, rispetto allo sposo (la stessa Cornelia aveva tredici anni quando sposò Cesare). L’aspetto “erotico” inoltre, non era assolutamente incoraggiato dalla mentalità del tempo. Come ci riporta Plutarco, vissuto tra I e II secolo d.C., nel suo Cato Maior (17,7) Catone il Censore espulse dal Senato il senatore Manilio reo di aver baciato la moglie in pieno giorno e davanti alla figlia. La stessa parola “matrimonium” deriva dalla fusione di due parole: “mater” (“madre”) e “munus” (“dovere”) con il significato di “dovere della madre”. Rappresentava infatti una svolta netta nella vita di una donna, la quale abbandonava la propria casa per trasferirsi in quella del marito, perdendo tutti i legami civili con la sua gens. Nella nuova familia però la donna non aveva lo “status” civile di moglie bensì di figlia: era considerata giuridicamente inferiore al marito e pari ai suoi figli e a quelli che eventualmente suo marito aveva avuto da matrimoni precedenti. Diversi erano i modi di ufficializzare il matrimonio. Il più antico era quello della “confarreatio” che veniva però praticato principalmente in ambienti aristocratici e dalla casta sacerdotale ma che cadde in disuso con il tempo. Deriva da “cum farreo”, letteralmente “con il farro” dal fatto che nel momento più elevato del rito i due sposi spezzavano una focaccia di farro (somiglianze con l’eucaristia?) per poi bruciarne il resto in onore di Giove. Nei casi delle famiglie più importanti questo rito veniva celebrato nella Curia del Senato alla presenza anche del pontifex maximus, ovvero la massima carica religiosa. La plebe generalmente invece praticava il matrimonio “coemptio” (“con vendita”) in cui simulava, attraverso una bilancia e dei pesi, una vera e propria vendita della sposa. I due metodi più diffusi però erano quelli “cum manu” e “sine manu”. Il matrimonio “cum manu” consisteva nel fatto che se una donna risiedeva per più di un anno in casa di un uomo diventava per “usucapione” sua moglie di cui prendeva la proprietà (manus) e che possiamo paragonare, con la dovuta cautela, alla “convivenza” di oggi. Quello “sine manu” si basava esclusivamente sulla reciproca intenzione di generare figli e di formare una famiglia e che veniva ratificato con la registrazione della proprietà della donna, della loro abitazione comune e con la nascita dei futuri figli. Complicato invece risultava il giorno in cui sposarsi. Se nella nostra tradizione è sconsigliato sposarsi di Venere e di Marte, nell’antica Roma il discorso era molto più complesso. La cerimonia durava solitamente un giorno (dies nuptialis) e l’insieme dei riti prendeva il nome di “nuptiae” da cui “nozze” (a sua volta da “nubere” ovvero “coprire,velare” con riferimento al velo della sposa). Il maestro dell’amore, Ovidio, consigliava di non sposarsi nei giorni dedicati agli dei (dies festi) né in quelli in cui tutte le attività religiose si fermavano (dies religiosi). Assolutamente sconsigliato sposarsi il 13 e 21 febbraio perché giorni dedicati agli antenati oltre che il 9-11-13 maggio e più in generale tutto il mese di maggio perché si trattavano di giornate dedicate ai defunti che, si credeva, in quei giorni si risvegliassero dalle tombe per visitare i luoghi in cui avevano vissuto. Infausta era anche la prima metà di giugno per le pulizie ai templi di Vesta e il 18 luglio perché anniversario delle due sconfitte subite da Roma nel 390 a.C. contro i Galli sul fiume Allia e nel 477 a.C. dai Fabii contro i Veienti nei pressi del fiume Cremera. Infine il 24 agosto, il 15 ottobre e il 18 novembre si credeva che la cavità infernale e il mondo dei morti si mettessero in contatto con quello dei vivi. E’ così che il periodo più adatto a sposarsi per la maggior parte delle coppie nell’antica Roma risultava la seconda metà di giugno. L’abito della sposa era solitamente di colore sgargiante e simile a quello delle Vestali. I capelli erano divisi nei cosiddetti “seni crines” ovvero in sei trecce (tre per parte) che potevano essere raccolti in una crocchia dalla “ornatrix” cioè la schiava che preparava la sposa. I capelli venivano pettinati attraverso la punta di una lancia con cui si era ucciso un nemico di Roma o un gladiatore, a simboleggiare l’auspicio di una prole forte e coraggiosa. Le veniva messo il flammeum rosso (il velo lungo come un mantello) e una corona con foglie di alloro, ulivo o mirto per scacciare i demoni malvagi. Sotto al mantello la sposa indossava la tunica recta di colore bianco. Lo sposo invece vestiva in maniera molto semplice: toga virilis e stivali. Gli sposi vengono condotti da una pronuba, ovvero una sorta di testimone odierno e che consisteva in una donna sposatasi soltanto una volta come buon auspicio per la coppia, verso l’altare. Ben in vista erano le immagini degli antenati. Dopo le formalità religiose, la sposa alzava il velo e scopriva il viso e a questo punto l’ufficialità del matrimonio avveniva semplicemente attraverso una stretta di mano, come tra due contraenti che stipulano un patto, dando inizio al grande banchetto. Dopo tutto ciò, lo sposo si dirigeva nella propria e futura casa mentre veniva inscenato il rapimento della sposa. Questo procedimento si rifaceva direttamente al cosiddetto “ratto delle Sabine”: la sposa veniva portata in corteo accompagnata da melodie (una specie di marcia nuziale) e dai “canti fescennini” che presentavano contenuti ingiuriosi nei confronti dello sposo non presente, oltre che da ragazzi in toga praetexta (che possono essere equiparati ai nostri paggetti). Dopo esser stata condotta a casa dello sposo, quest’ultimo getta delle noci ai ragazzi che avevano accompagnato sua moglie. E’ un gesto simbolico: le noci venivano usate per giocare come le odierne biglie e quindi rappresentava il totale abbandono da parte dell’uomo degli svaghi giovanili e l’accettazione delle responsabilità matrimoniali. La donna, a questo punto, allontanava gli spiriti maligni dalla casa spargendo grasso di lupo, di maiale e olio nella parte superiore della porta. Una fatidica domanda le veniva posta infine da suo marito: “Qui es?” (“Chi sei?”) alla quale ella rispondeva “Ubi Gaius, ibi Gaia” (“ Dove tu sei Gaio, io sarò Gaia”) che stava a significare l’unione della sposa con suo marito tanto da prenderne anche il nome, oltre che una dichiarazione di felicità (“gaius” cioè “felice”). Infine veniva presa in braccio e portata nella nuova casa dove, in origine, veniva purificata tramite aspersione con una coppa d’acqua di sorgente e il ricevimento di un tizzone di legno acceso o più semplicemente donando tre monete: una alla divinità dello sposo, una alle divinità della casa e una a quelle del vicinato. La pronuba nel frattempo preparava adeguatamente il letto nuziale e la sposa invocava le divinità preposte alla prima notte di nozze. Un altro filo diretto che ci lega all’antica Roma è da trovarsi ancora una volta nella lingua: il verbo latino “spondeo” significa “promettere solennemente” ed il passivo è esattamente “sponsus” da cui “sposo” e quindi “sponsa” (sposa), oltre al termine usato ancora oggi “sponsor” (“colui che promette”).

El-matrimonio-romano

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...