La via dell’impero. L’espansionismo giapponese durante la seconda guerra mondiale

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di Pier Paolo Alfei

Abbiamo già detto che al Giappone rimangono soltanto tre vie per sfuggire alla pressione demografica. Siamo come una grande moltitudine di persone stipate in una stanza piccola e stretta con soltanto tre porte attraverso le quali possiamo sfuggire, cioè, l’emigrazione, la conquista dei mercati mondiali e l’espansione territoriale

La prima porta, l’emigrazione, ci è stata sbarrata dalla politica ostile all’emigrazione giapponese di altri paesi. La seconda porta, la conquista dei mercati mondiali, sta per esserci serrata con barriere doganali e con l’abrogazione dei trattati commerciali. Che cosa dovrebbe fare il Giappone se due di queste tre porte gli sono state sbarrate?

È del tutto naturale che il Giappone si avventi contro l’ultima porta rimasta. Può sembrare pericoloso quando parliamo di espansione territoriale, ma l’espressione “espansione territoriale” di cui parliamo non implica in nessun senso l’occupazione dei possedimenti di altri paesi, il piantare su di essi la bandiera giapponese e la dichiarazione della loro annessione al Giappone.

È esatto che finché le potenze impediranno la circolazione di articoli e merci giapponesi all’estero, noi cercheremo paesi oltremare in cui i capitali giapponesi, l’abilità giapponese e la manodopera giapponese possano agire liberamente, lontano dall’oppressione della razza bianca.

Saremmo davvero soddisfatti di tutto ciò. Quale diritto morale hanno le potenze mondiali che ci hanno sbarrato le due porte dell’emigrazione e della conquista dei mercati mondiali, di criticare il tentativo del Giappone di forzare la terza e ultima porta? Se non approvano ciò, dovranno riaprire le porte che ci hanno sbarrato e permettere liberi movimenti oltremare agli emigranti e alle merci giapponesi. (…)

E se si sta ancora protestando che le nostre azioni in Manciuria furono eccessivamente violente, non possiamo chiedere alla razza bianca quale paese è mai quello che inviò navi da guerra e truppe in India, Sud Africa e Australia a massacrare innocenti aborigeni, a legare loro mani e piedi con catene di ferro, a frustare le loro schiene con sferze di ferro, a proclamare questi territori di sua proprietà ed occuparli sino ad oggi?

Essi risponderanno invariabilmente che queste erano terre abitate dai selvaggi che non sapevano come sviluppare le abbondanti risorse della loro terra a vantaggio del genere umano. Tuttavia era volontà di Dio che creò il cielo e la terra per il genere umano, generare per noi queste terre non sfruttare e promuovere la felicità del genere umano in loro voce. Dio lo vuole. È un argomento davvero vantaggioso per loro. Prendiamolo al valor nominale. Allora c’è un’altra domanda che possiamo fare loro.

Supponiamo che esistano ancora in questo mondo terre fornite di abbondanti risorse naturali che non siano state affatto valorizzate dalla razza bianca. Non sarebbe allora volontà di Dio e volontà della Provvidenza che il Giappone vi si insediasse per valorizzare tali risorse a vantaggio del genere umano? E rimangono ancora molte terre di tal tipo nel mondo.

Hashimoto_KingoroFoto: Hashimoto Kingoro (1890-1957).

L’appello ai giovani (dal quale è stata tratta la citazione) fu lanciato nel 1937 dal colonnello giapponese Hashimoto Kingoro. Quell’anno (si ricordi che l’anno precedente il Giappone stipulò un patto d’alleanza con il regime hitleriano) costituisce un churchilliano hinge of fate per la storia dell’umanità. Infatti, il Ministero della Pubblica Istruzione diffonde in tutto il paese I Fondamenti della politica nazionale (si veda nota 1), animati da una solida convinzione della superiorità del popolo del Sol Levante e della razza Yamato. Imbevuto di acre nazionalismo e trascinato da fallaci illusioni imperialistiche, l’esercito giapponese attacca la Cina nel 7 luglio 1937.

L’affermazione di Kingoro secondo il quale “l’espansione territoriale di cui parliamo non implica in nessun senso l’occupazione dei possedimenti di altri paesi, il piantare su di essi la bandiera giapponese e la dichiarazione della loro annessione al Giappone” giocoforza si rivelò falsa: nel giro di circa 5 anni i giapponesi occupano stabilmente, tra l’altro, diversi nodi nevralgici cinesi (ad esempio Pechino e Nanchino), l’Indocina e le Filippine, in seguito ad orribili crimini e terribili massacri (uno su tutti, lo stupro di Nanchino; si veda nota 2).

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Foto: una bandiera giapponese svetta su un edificio di Nanchino.

Senza dubbio il regime giapponese (attraverso i vari Ministeri e uomini come Kingoro) seppe giustificare adeguatamente il suo criminale espansionismo (nel caso di Kingoro, ammantandolo deterministicamente come soluzione necessaria per liberarsi dalle opprimenti catene delle potenze occidentali) agli occhi di una popolazione infervorata da una solidissima etica di sacrificio per la nazione, propagandata ubique, in buona parte attraverso il cinema ( penso ad esempio ai film di Tomotaka Tasaka e Kajiro Yamamoto).

Nota 1: così si conclude l’opuscolo: “La nostra missione attuale come popolo è di costruire una nuova cultura giapponese adottando e sublimando le culture occidentali con la nostra politica nazionale come base e di contribuire spontaneamente alla crescita della cultura mondiale. La nostra nazione anticamente conobbe l’introduzione delle culture cinese e indiana e riuscì ad elaborare creazioni e sviluppi originali. Ciò fu reso possibile, in verità, dalla natura profonda e sconfinata della nostra politica nazionale; cosicché la missione del popolo al quale viene trasmessa è davvero di grande significato storico.”

Nota 2: rimando alla visualizzazione delle foto del massacro di Nanchino reperibili online.

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