Costantino XI: l’ultimo Basileus

Costantino_XII

di Massimiliano Vino

Nel 1449 salì al trono di ciò che rimaneva dell’Impero romano d’Oriente Costantino XI, ottavo membro della dinastia regnante dei Paleologi, che regnava su Bisanzio dal 1261. Il suo nome rievocava fasti ormai irraggiungibili richiamandosi al fondatore stesso della capitale imperiale Costantinopoli. Un destino che, ironia della sorte, accomuna la fine dell’Impero d’Oriente alla fine della parte occidentale dell’Impero romano, la quale avvenne con la deposizione del piccolo Romolo Augusto. Ma se, da parte occidentale, si trattò della momiglianea “caduta senza rumore”, per l’impero romano d’Oriente il trapasso fu più doloroso e il passaggio di consegne da Bisanzio all’Impero ottomano fu all’insegna di un cambiamento ben più radicale di quanto non fosse avvenuto a Ravenna nel 476.

La storia degli ultimi imperatori o in generale degli ultimi sovrani è spesso costellata di aneddoti, di miti che hanno attraversato i secoli e che, generalmente, li consacrano come le personificazioni del declino della propria monarchia. Romolo Augustolo era un bambino senza poteri effettivi, ritenuto di troppo dalla nuova élite barbarica, come di troppo fu ritenuto l’Impero romano d’Occidente al collasso. Dario III, ultimo sovrano dell’Impero achemenide, finì ucciso non dal suo conquistatore Alessandro, ma da uno dei suoi satrapi, a dimostrazione che la crisi e il crollo di uno dei potenti imperi dell’antichità fu dovuto principalmente allo sfaldamento interno e all’infedeltà dei burocrati imperiali. Si potrebbe proseguire così all’infinito, senza per questo costruire un filo conduttore comune che leghi il concetto di ultimo imperatore al termine “fannullone”.

L’estrema varietà di contesti storici e delle personalità che via via ebbero la sfortuna di trovarsi alla guida di imperi giunti al loro estremo respiro ci porta a considerare Costantino XI come un caso esemplare, in una delle vicende forse più affascinanti nella storia d’Europa.

“Costantino Paleologo, in Cristo vero Imperatore e Autocrate dei Romani”: così si firmava l’ultimo basileus, seguendo un protocollo che nel 1449 non aveva praticamente più alcun senso, ma che rappresentava l’estremo attaccamento con cui Bisanzio rimaneva legata ai propri millenari e radicati cerimoniali. Gli abitanti di Costantinopoli, ancora nel 1449, si sentivano e si chiamavano tra loro “romani” e “romano” si definiva anche il loro ultimo imperatore. Costantino tuttavia non solo non aveva nulla di romano, ma non era neanche greco. Era infatti di madre serba e il padre, Manuele II, era per metà italiano. In Costantino si andavano così racchiudendo le tre anime e la storia stessa dell’impero d’Oriente: la parte serba, ovvero la parte balcanica, una delle roccaforti del potere imperiale bizantino lungo tutta la sua storia; la parte italiana, ossia i legami profondi, di natura commerciale, che legavano a doppio filo il destino dell’impero a quello dei mercanti italiani; la parte greco-romana, ovvero l’orgoglio di essere il residuo di un impero conclusosi da quasi mille anni in Occidente. Nel delineare un carattere i cronisti dell’epoca definiscono Costantino una persona risoluta e retta, certamente il migliore tra i figli di Manuele II. In particolare lo caratterizzava un profondo senso di responsabilità nei confronti dell’Impero.

Le dispute dinastiche e l’instabilità politica erano state un tratto saliente della storia dell’Impero bizantino, frutto dell’eredità romana. Si trattava cioè della prosecuzione delle lotte interne alla corte imperiale che, alla lunga, avevano causato l’implodere della parte occidentale di Roma. Anche a Costantinopoli le lotte non erano mai cessate e a periodi più o meno floridi seguivano quasi sempre momenti di profonda decadenza, legati, oltre che alle circostanze, anche al susseguirsi di sovrani inetti alla guida dell’impero.

Nel caso di Costantino egli era forse la personalità migliore che mai potesse capitare in quel momento sul trono di Costantinopoli, ma alla lunga nemmeno questo fu sufficiente a salvare l’impero. A dimostrazione delle buone capacità di comando dell’ultimo imperatore bizantino, basti citare la sua esperienza come despota di Morea, antecedente all’ascesa al trono, durante la quale, nel 1430, aveva sottomesso la maggior parte dei piccoli regni della penisola del Peloponneso, finendo però alla fine sconfitto nel 1446 dall’intervento del sultano Murat. Era dunque un combattente il nuovo imperatore di Bisanzio, un combattente che nel 1453 si trovò ad affrontare l’ultimo assedio di Costantinopoli.

Per quanto riguarda questo evento, inoltre, occorre subito sfatare un mito, secondo cui le bombarde furono il motivo principale del successo ottomano. Se si analizzano molto sinteticamente le vicende dell’assedio di Costantinopoli appare invece come la vittoria finale non fosse per nulla scontata e che molto si giocò sul fattore psicologico, sulle motivazioni e, come spesso in guerra avviene, sulla capacità di ogni schieramento di commettere il minor numero di errori possibili.

Se si esclude il momento dell’assalto vero e proprio, avvenuto nella notte tra il 28 e il 29 maggio del 1453, l’assedio fu un susseguirsi di attacchi turchi respinti, per mare e poi per terra, dai difensori cristiani.

A difesa di Costantinopoli si trovavano, oltre all’imperatore con il contingente greco, due contingenti, uno veneziano e uno genovese, capitanato da Giovanni Giustiniani, oltre alle flotte genovesi, giunte in soccorso dall’Europa cattolica.

Siege_of_Constantinople_1453_map-fr.svg

In grave inferiorità numerica, gli eserciti di Costantinopoli riuscirono tuttavia a respingere a più riprese gli assalti ottomani via terra e via mare, vanificando l’imponente genio militare a disposizione dell’esercito del sultano (il quale dispose, oltre che dei cannoni, anche di grandi torri d’assedio e riuscì persino a spostare le proprie navi via terra, nel tentativo di aggirare i cristiani).

Costantino XI attese fino all’ultimo l’arrivo di rinforzi da Venezia, essenziali per non rendere inutile l’intera resistenza dei combattenti cristiani dentro le mura di Costantinopoli. Il 23 maggio quando di navi veneziane non ve ne era neppure l’ombra, i ministri e i senatori bizantini spinsero affinché l’imperatore lasciasse la capitale assediata. Il Basileus però rifiutò, pronunciando queste parole: << So che avrei vantaggi se abbandonassi la città, ma via non posso andare… Non vi lascerò mai. Ho deciso di morire con voi! >> Questa affermazione è ovviamente il frutto di successive enfatizzazioni della sua figura. Ciononostante non si può certo tacciarlo di codardia: nel momento più buio nella storia dell’Impero bizantino, egli seppe mostrarsi generoso e coraggioso come pochi altri sovrani prima di lui. Costantino si prodigò infatti costantemente per salvaguardare i propri sudditi e concittadini nel corso dell’assedio, mediante distribuzioni di cibo e … di parole affinché l’animo dei superstiti dell’Impero bizantino non demordesse.

Il 28 maggio, a dispetto delle previsioni dei ministri e delle paure superstiziose di buona parte della popolazione (popolazione che inorridì quando una mezzaluna simile a quella degli stendardi ottomani scintillò al di sopra di Santa Sofia), l’esito dell’assedio era ancora incerto: Mehmet II decise allora di affidare l’esito dell’assedio ad un ultimo attacco, nella notte del 28.

Fu in quella notte che, per un errore, crollarono di colpo mille anni di impero bizantino: per disattenzione un soldato italiano lasciò aperta una delle porte della città, la Kerkoporta. Le truppe di Costantino non si resero immediatamente conto di quanto avvenne in seguito. L’attacco ottomano presso la Kerkoporta poteva essere respinto con una certa facilità, se non che, durante lo scontro, rimase ferito Giovanni Giustiniani, carismatico comandante delle truppe genovesi e chiese di essere portato via. I genovesi non vedendo più il loro comandante abbandonarono la battaglia. I greci dovettero ripiegare, ma vedendo gli stendardi ottomani sopra la Kerkoporta credettero la città persa per sempre. I turchi potettero così dilagare, finalmente, dentro Costantinopoli.

Fu allora che l’imperatore, strappandosi le insegne imperiali, si gettò sull’esercito nemico, disperatamente. Il suo corpo non fu mai ritrovato.

La fine di Costantino coincise con l’esalazione dell’ultimo respiro da parte dell’Impero bizantino: fu la morte di un morto vivente.

La caduta di Costantinopoli diviene allora un evento in cui la storia accarezza la leggenda per poi fondersi con quest’ultima. Dopo la presa di Costantinopoli, Costantino divenne un santo e un martire della Chiesa ortodossa.

Quest’opera di riflessistorici.com è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.

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