Piccolo dizionario del Medioevo europeo. D come Denaro.

(di Chiara Sampaolesi)

La mentalità del medioevo, così distante da quella contemporanea, può apparire addirittura esotica – per non dire estranea – quando si parla di denaro. Secondo la visone dello storico Jacques Le Goff, il denaro come lo intendiamo oggi è infatti un prodotto della modernità; esso non è un protagonista di primo piano del Medioevo, né dal punto di vista economico e politico né da quello psicologico ed etico, con un ruolo assai meno importante e presente rispetto all’epoca romana, e soprattutto molto marginale in confronto a quello che assumerà nei secoli successivi. Inoltre, mentre il denaro rinvia, per noi contemporanei, alla problematica della ricchezza e quindi alla distribuzione ed all’ineguaglianza, per l’uomo medioevale la distinzione sociale predominante non è tanto quella che traccia il confine tra ricchi e poveri, come nel nostro tempo, ma piuttosto quella che separa i potenti dai deboli, o meglio, dagli umili (in latino humiles, non a caso derivato da humus, “terra”); d’altronde, dalla caduta dell’Impero Romano in poi e per tutto il medioevo la ricchezza è fondata sulla terra, cioè sul possesso di un bene che è lavorato da uomini ridotti ad animali da soma o addirittura ad utensili, quegli “umili”, per l’appunto, che non godono di alcuna autonomia e che vivono schiacciati dal potere in un modo oggi impensabile.

Non che nel medioevo il denaro non esista: al contrario, si ha una pluralità di monete e una loro grande varietà e dinamismo. Solo, però, dal 1100 in avanti vi è un’effettiva diffusione del denaro e la moneta si accompagna all’evoluzione della vita sociale nel suo insieme; ancora più tardi, dal 1300, vengono introdotti metodi di pagamento alternativi al contante, con un impulso impresso principalmente dai mercanti, ma anche dalla Chiesa, che sembra voler «aiutare gli uomini del Medioevo a salvaguardare nello stesso tempo la borsa e la vita», cioè la ricchezza terrena e la salvezza eterna.

Tutto ciò avviene infatti mentre dai pulpiti delle cattedrali continuano a risuonare le parole dei monaci e dei frati, secondo cui “fare denaro col denaro” (cioè l’usura) è attività empia, l’avarizia è condannata come peccato capitale, la carità elogiata, la povertà esaltata come ideale incarnato da Cristo e si ribadisce che non l’accumulo, non la ricchezza garantiscono il buon vivere, poiché la salvezza è nel dono e nel sostegno ai deboli. Anche quando riprendono i commerci e rinascono le città, la pecunia è maledetta e sospetta perché né il denaro né il potere economico sono ancora arrivati a emanciparsi dal sistema globale di valori proprio della religione e della società cristiana: a lungo si rimane ancora in un’ «economia del dono», in cui resta la subordinazione delle attività umane alla grazia di Dio anche per il denaro. Lo stesso uso “laico” del denaro è condizionato da due concezioni specificamente medievali: l’aspirazione alla giustizia, che si ripercuote nella teoria del giusto prezzo, e l’ esigenza spirituale della caritas.

(fonte: Le Goff, Lo sterco del diavolo, Roma, Laterza, 2010)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...