Apologia degli Stati confederati d’America

di Massimiliano Vino

La prima cosa che mi viene in mente pensando alla guerra di secessione americana è una canzone, divenuta il simbolo delle armate nordiste: un inno a John Brown, l’antischiavista per eccellenza, condannato a morte dopo aver tentato di liberare alcuni schiavi ed aver messo a ferro e fuoco alcune tenute sudiste.

La propaganda nordista ne fece un martire e consacrò alla liberazione del Sud dalla schiavitù la propria guerra. L’atteggiamento complessivo di buona parte dell’opinione pubblica statunitense e mondiale riguardo il più sanguinoso conflitto mai combattuto sul suolo americano è rimasto il medesimo a 150 anni dalla fine della guerra.

Con la guerra di secessione ha preso cioè avvio quel processo, ancora oggi incompiuto, di integrazione dei cittadini afro-americani e di lotta al razzismo. Un processo che senza la fine della schiavitù non sarebbe stato possibile, certamente. A questo punto però ogni storico o comunque ogni persona avente un certo senso critico o in qualche modo sospettosa nei confronti di un conflitto caratterizzato da troppi intenti morali e da troppo pochi intenti economici, potrebbe chiedersi se davvero la guerra di secessione si risolva semplicemente così.

Per cominciare si potrebbe citare un dato: la schiavitù nel Sud è stata voluta ed introdotta dagli Stati del Nord, nell’ambito di una organizzazione economica del territorio delle colonie inglesi (divenute indipendenti) che prevedeva la perfetta ripartizione dei compiti economici: Il Nord produttore di manufatti. Il Centro ad economia mista. Il Sud dominato dal latifondo, rifornitore di cotone e tabacco.

Un altro dato può essere utile, se non a spiegare le dinamiche del conflitto, quanto meno a sminuire l’immagine del proprietario terriero sudista oppressore: una buona parte della classe dirigente degli Stati Uniti d’America al momento della loro nascita proveniva dal Sud. Questo perché il Sud era la parte intellettualmente e culturalmente più avanzata del Paese. Per fare un esempio George Washington era un proprietario di schiavi del Sud. Questi due aspetti risulteranno essenziali all’analisi che seguirà. Non mi soffermerò sulle dinamiche del conflitto, ma certo sarà utile ogni tanto un qualche riferimento. Se non si comprendono gli eventi prebellici è impossibile dare un giudizio storico della guerra civile americana.

Abbandonando ogni velleità morale concentriamoci dunque sui fatti: il Nord aveva alimentato la tratta di schiavi verso il Sud, il tutto contro la volontà dei meridionali, accumulando ingenti ricchezze. Il nascente sistema capitalista e il poderoso sviluppo industriale del Nord, avevano tuttavia rimescolato le carte: il Nord non voleva l’allargamento del sistema schiavista sudista verso i nuovi Stati acquisiti ad Ovest.

Ciò che deve essere chiaro è che solo una minoranza dei nordisti pretendeva, almeno inizialmente, l’abolizione della schiavitù del Sud. Ciò per cui invece premevano era la creazione di un grande mercato nazionale, il che avrebbe praticamente significato lo smantellamento del debole sistema economico sudista, oltre che l’estinzione di una cultura che assumeva sempre più i tratti di un corpo estraneo all’interno della nuova America borghese e capitalista. Per smantellare il mercato interno sudista era tuttavia necessaria una campagna di diffamazione morale nei confronti dei “fratelli” del Sud. Il mito della lotta alla schiavitù nacque proprio in questo contesto.

Tuttavia quasi nessuno dei grandi capitalisti del Nord era mosso da intenti morali. Non è perciò corretto utilizzare come metro di giudizio il presunto “razzismo” degli Stati meridionali, messo a confronto con la “tolleranza” nordista; come afferma Raimondo Luraghi, importante storico della guerra di secessione:

Già Tocqueville aveva osservato come i pregiudizi razziali fossero più violenti nel Nord che nel Sud e – in particolare –violentissimi nel Midwest, ove le locali leggi si spingevano in molti Stati fino a vietare il semplice pernottamento a un nero libero : l’atteggiamento dei nordisti era molto simile a quello che i liberali inglesi dell’età vittoriana o quelli francesi dei tempi di Luigi Filippo provavano di fronte a forme di “barbarie” come gli strangolatori dell’India o la schiavitù in Algeria. Esso si fondava sulla radicale, totale incomprensione di un mondo così diverso e lontano; sulla tranquilla assunzione che la propria scala di valori morali fosse “la” scala in base a cui tutto doveva venir giudicato; su una violenta carica espansionistica e messianica.

Date queste considerazioni è superfluo chiedersi per quale motivo ritenere la “difesa della schiavitù” il motivo principale della Secessione risulti, da un punto di vista storico, assolutamente scorretto ed ingenuo.

A prescindere da quanto detto risulterebbe, innanzitutto, difficile spiegare perché la maggioranza dei Sudisti avrebbe dovuto sostenere un sistema che era appannaggio di una parte molto esigua della popolazione:

Nessuno va a battersi e a morire per questioni meramente economiche, di dollari e centesimi, specialmente poi quando si tratta dei dollari e dei centesimi altrui.

Se a questo si potrebbe controbattere sostenendo come abbia influito il carisma della colta aristocrazia sudista, un altro aspetto da tener presente è che il Sud avrebbe potuto benissimo difendere la schiavitù rimanendo nell’Unione. La situazione del Sud in senato e alla camera era ottima, tale da poter influenzare in maniera decisiva l’operato dell’Unione. Inoltre Lincoln (dimenticando l’immagine stereotipata offerta da una recente filmografia) non intendeva in alcun modo esasperare la situazione. Anzi, egli riteneva che le responsabilità del problema schiavista fosse di tutti gli Stati, compresi quelli del Nord, che anzi potevano ritenersi persino maggiormente responsabili essendo stati i principali fautori della tratta di schiavi.     Tuttavia Lincoln era essenzialmente isolato nelle proprie opinioni:

La società borghese nordista non era certo disposta a tirar fuori nemmeno un centesimo per aiutare a indennizzare il Sud.

La questione del Sud era ormai divenuta una questione morale. Il Nord non voleva la semplice abolizione della schiavitù, per la quale sarebbe bastato un indennizzo economico, ma bensì l’annientamento del suo intero apparato economico, che non era in nulla rispondente alle esigenze di un sistema economico industrializzato.

Il diverso grado di sviluppo economico aveva forgiato due diverse civiltà. Per il Sud si trattava niente meno che di difendere la propria identità. A sostegno di quanto affermato prenderemo le dichiarazioni di un proprietario terriero dell’Alabama, convenuto presso la convenzione popolare di Montgomery ove si sarebbe deciso circa la secessione di questo Stato, e citato da Luraghi:

Signor presidente, se si trattasse solo della perdita pecuniaria conseguente all’abolizione della schiavitù, io esiterei a lungo a dare il voto che ora sto per dare (cioè votare per la secessione); se l’eliminazione della schiavitù recasse a noi solo la povertà, io saprei accettarla, perché ho conosciuto e saputo sopportare la povertà.

Il 18 febbraio del 1861 Jefferson Davis proclamò, con un solenne giuramento, la nascita degli Stati confederati d’America. Le incomprensioni reciproche e la distanza culturale ormai insanabili resero inevitabile il conflitto; un conflitto tragicamente innovativo per molti aspetti, in cui il ruolo delle nuove tecnologie (ferrovie per il trasporto rapido di uomini, munizioni e rifornimenti, battaglie navali tra corazzate, mitragliatrici) si affiancò ad un primo assaggio della guerra di trincea, la stessa che poi il Vecchio Continente avrebbe saggiato sulla propria pelle. Non mi soffermerò sugli eventi bellici, limitandomi a dire che alla fine òa superiorità industriale del Nord vanificò tutti gli sforzi del Sud, che capitolò nel 1865.

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A chiudere questa riflessione e questa breve apologia degli Stati confederati d’America mi soffermerò però ancora una volta sul ruolo di Lincoln al termine della guerra. Il presidente era fermamente deciso a non trattare gli Stati sudisti come terra nemica conquistata, ma come fratelli traviati e ritrovati.

Furono gli eventi successivi ad impedire che questo processo di ricostruzione degli Stati Uniti fosse portato a termine secondo le intenzioni di Lincoln, grazie al quale forse la storia dell’America avrebbe preso una piega radicalmente diversa:

La sera del 14 aprile 1865 Lincoln cadde ucciso da un colpo di pistola sparatogli da John Wilkes Booth, simpatizzante sudista deluso dall’esito della guerra; oppure, citando ancora Raimondo Luraghi, un agente provocatore dello spionaggio nordista…

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Fonti: Raimondo Luraghi, Storia della guerra civile americana

Quest’opera di riflessistorici.com è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.

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One thought on “Apologia degli Stati confederati d’America

  • Ottimo il riferimento a Luraghi, storico italiano che è riuscito a diventare un punto di riferimento per gli stessi storici americani, per il suo approccio che, mezzo secolo fa, ha ribaltato il loro stesso modo di ricostruire lo scenario della Guerra di Secessione.

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