Rivoluzione industriale : “first comers” e “late comers”, una riflessione generale

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La rivoluzione industriale avviata nell’Inghilterra del sec. XVIII può esser considerata una vera mutazione genetica nella storia dell’economia mondiale. Infatti, pur verificandosi in origine solo in un’area circoscritta della terra, in tempi relativamente brevi, se rapportati alla profondità cronologica della storia dell’umanità, condusse ad un cambiamento radicale nei processi economici del mondo intero. In questa mutazione, però, è opportuno tenere distinti due aspetti, che possiamo definire interno ed esterno, in quanto, pur portando a risultati interconnessi, rispondono a logiche differenti. L’aspetto interno riguarda le forme di quella crescita economica moderna che si caratterizza per  peculiari caratteri tecnico-produttivi che si riflettono in modo parossisticamente incentivante nei valori macroeconomici di una nazione (tasso di incremento del reddito nazionale, quota dell’investimento sul reddito, variazione della percentuale del reddito nazionale imputabile ai vari settori economici). L’aspetto esterno, oggetto specifico di questa mia riflessione, concerne le forme che assume il coinvolgimento di aree del mondo sempre più estese, secondo caratteri spesso fortemente disomogenei, sia nei soggetti operativi che nelle sequenze del loro operare,  rispetto al modello fornito dai “first comers”, ossia dai Paesi  di industrializzazione originaria.

Dal punto di vista dell’aspetto interno, alla base dei mutamenti macroeconomici vi è una serie di novità tecnologiche (nuovi materiali, nuovi rami di attività, infine, quel che più conta, nuovi prodotti) che, concentrandosi generalmente a grappoli in momenti diversi dell’evoluzione manifatturiera, ed interfacciandosi osmoticamente con le periodiche onde lunghe dell’andamento ciclico dell’economia,  danno luogo a steps evolutivi successivi, potendosi identificare una prima rivoluzione industriale segnata dalla nascita della fabbrica moderna, con l’introduzione nelle manifatture tessili di macchine operatrici a movimenti regolari e con l’utilizzo di macchine a vapore ad uso fisso per produrre energia, una seconda rivoluzione distinta dallo sviluppo della siderurgia di altoforno e  dall’applicazione delle macchine a vapore ai trasporti, quindi per usi mobili, con conseguente effetto collaterale della nascita di un mercato mondiale, oltre che dei trasporti, anche di banche, società anonime, borsa, in una parola,  del capitale, una terza caratterizzata dall’uso di nuovi materiali e tecnologie, soprattutto nei settori dell’acciaio, della chimica, dell’elettricità e del motore a scoppio, con enorme ricaduta sia nella vita quotidiana dell’uomo qualunque (nascita del mercato di massa) che nell’organizzazione del lavoro (gigantismo degli impianti produttivi, movimenti migratori alla ricerca di migliori opportunità lavorative), infine una quarta, quella che stiamo vivendo, in cui automazione ed informatica riconducono i processi produttivi a dimensioni più agili, con conseguente ridimensionamento degli impianti e riorganizzazione del mercato del lavoro.

Venendo all’aspetto esterno, quello della diffusione geografica della rivoluzione industriale, il variare, nel corso degli oltre 250 anni di profondità temporale della stessa, delle sue declinazioni nei diversi settori della scienza, della tecnologia, del modo di produrre e di consumare, fa sì che i “late comers”, i Paesi che si avviano in ritardo sulla strada dell’industrializzazione, debbano confrontarsi con un modello ‘reale’ ormai ben diverso da quello da cui sono partiti i Paesi pionieri. La scelta più facile, quella di seguirne pedissequamente il percorso evolutivo, si scontra, oltre che con la frequente assenza dei prerequisiti economici, politici e sociali propri dei first comers, col rischio di restare condannati per sempre a camminare uno o più passi dietro ai first comers, che di certo non si fermano ad attendere i ritardatari lungo il percorso. Altrettanto insidiosa la scelta di rinunciare ad affrontare i costi sociali, economici, politici, dell’industrializzazione, limitandosi a sfruttare indirettamente quella già attuata dai Paesi pionieri, specializzandosi nel ruolo di fornitori di materie prime agli stessi, con notevole, ma irregolare e sempre aleatorio flusso di capitale in entrata(dipendendo dalle “mode” nella richiesta di  materie prime da parte dei Paesi industrializzati, oltre che dalla liquidità degli stessi, legata ai cicli macroeconomici), capitale che peraltro torna ai first comers sotto forma sia di acquisto, da parte dei late comers, di beni di consumo (nuovi e/o più a buon mercato quelli prodotti dai first comers), sia di investimenti. E sì perché, contrariamente a quel che comunemente si pensa, il capitale, vedendo maggiori garanzie di redditività nell’esser impiegato dove già sussistano i requisiti socio-economici migliori per generare utile, tende più facilmente a spostarsi dai Paesi non industrializzati a quelli industrializzati, che non viceversa (ad esempio, è più facile che un fazendeiro  brasiliano, arricchitosi vendendo caffè ad un’impresa di torrefazione Usa, decida di investire il suo capitale in imprese yankees, magari anche nella facilissima modalità dell’acquisto di azioni, piuttosto che l’impresa importatrice Usa decida di investire il suo capitale in Brasile, impiantandovi direttamente lo stabilimento di torrefazione).

Il propagarsi dell’industrializzazione al resto del mondo, dunque, non è stato affatto storicamente facile. Ogni tanto, a distanza di decenni gli uni dagli altri, si è verificato il take-off di un gruppo di Paesi, non a caso possiamo parlare di generazioni successive di Paesi industrializzati (la prima, ovviamente, rappresentata dall’Inghilterra, la seconda dai Paesi -Francia, Belgio- industrializzatisi nella prima metà dell’Ottocento, la terza da quelli -Stati Uniti, Germania- sviluppatisi a metà Ottocento o poco dopo, la quarta da quelli -Russia, Giappone, Italia- decollati a cavallo del passaggio tra Ottocento e Novecento, la quinta da realtà -Sud-Est asiatico, Israele, Brasile, Argentina, ultima, ma con esiti clamorosi, Cina- sorte dopo la metà del Novecento), il cui cammino verso l’industrializzazione è stato tanto più difficile ed incerto ( spesso con lunghe pause e passi indietro, oltre che con clamorose discontinuità infrastrutturali e socio-economiche tra aree all’interno della stessa nazione, come nel caso di Russia, Italia, Cina, Brasile, o, addirittura, con esiti di analfabetismo industriale di ritorno, come nel caso, emblematicamente drammatico,  dell’Argentina dell’ultimo quarto di secolo) quanto maggiore è stato il ritardo rispetto al momento del take-off dei first comers.

La tradizionale, ottimistica, tesi ricardiana della divisione internazionale del lavoro in base al principio dell’orientamento delle scelte produttive di ogni nazione sulla base dei costi comparati, e della conseguente “automatica” massimizzazione, per ogni area produttiva, di scambi, produzione e ricavi, si scontra con la realtà dei leniniani “ineguali sviluppi” economici, sociali e tecnologici (peraltro non esclusivi del sistema capitalista, come invece Lenin ritiene).

Dagli ineguali sviluppi originari deriva una catena di effetti cumulativi perversi. Anzitutto, i late comers trovano il mercato mondiale già occupato dai first comers, che, avendo potuto industrializzarsi in una condizione di prolungata assenza di rivali, hanno accumulato gradualmente i capitali e la tecnologia che gli consentono di continuare a dominare i mercati lentamente conquistati in precedenza, rendendone difficile l’accesso ai late comers, come farebbe un cucciolo già ben pasciuto che, sfruttando la sua maggior forza, esclude il fratellino più gracile dal capezzolo materno, accrescendo così ulteriormente la differenza di forza e quindi di possibilità di accesso. Inoltre, non tutti i Paesi dispongono degli stessi prerequisiti che consentirono il take-off ai first comers, come la presenza di una discreta diffusione della cultura (almeno dell’alfabetizzazione) nella popolazione, non solo a livello di élite, di un buon substrato artigianale che fornisca un adeguato know-how tecnologico preindustriale, di materie prime e fonti di energia corrispondenti a quanto richiesto dal livello tecnologico del momento storico specifico, di una struttura agricola capace di accrescere la propria produttività, mantenendo una popolazione più numerosa, e comunque con una maggior percentuale di produttori non primari, ma al tempo stesso di liberare mano d’opera da destinare all’industria. Infine, la specializzazione produttiva ricardiana produce effetti perversi, tutt’altro che ottimizzanti, quando le richieste di un first comer inducono un late comer a specializzarsi nella produzione (se particolarmente conveniente e realizzabile senza richiedere il supporto di altri ambiti produttivi) di una specifica materia prima o semilavorata, fossilizzando la propria economia in uno stato di crescente handicap tecnologico.

Per sopperire a questi handicaps i Paesi ritardatari devono inventarsi un cammino differente rispetto a quelli pionieri, sostituendo gli agenti propulsivi dell’industrializzazione iniziale. Non più quell’imprenditorialità diffusa e molecolare, a crescita dimensionale graduale, prevalentemente autofinanziata, motivata da calcoli di convenienza esclusivamente economica, che fu tipica dei first comers (come nel modello perfetto, quello inglese), ma soggetti capaci di andare oltre l’immediato tornaconto economico, che suggerirebbe di accodarsi ai pionieri, per prevedere futuri punti di approdo di convenienza economica, anche parecchio lontani nel tempo, da realizzare attraverso un cammino presente di calcolo di opportunità politiche, prima che economiche. Soggetti istituzionali, politici, dunque, che, già conoscendo punti di partenza, percorsi e punti d’approdo dei pionieri, ivi comprese le conquiste tecnologiche (in tutte le epoche, dalla seta e dalla porcellana cinesi fino all’attuale tutela delle creazioni scientifiche attraverso la normativa sui brevetti, tutti i tentativi di fermare la diffusione internazionale delle tecnologie hanno sempre rivelato, per fortuna, oserei dire, inevitabili ed irrimediabili inadeguatezze), siano in grado di promuovere quella straordinaria mobilitazione di risorse economiche, fuori da calcoli speculativi contingenti,  che consenta ai ritardatari di bypassare la fase della marginalità ed inferiorità competitiva (potenzialmente interminabile, qualora si segua pedissequamente il cammino dei pionieri), colmando in tempi ragionevolmente brevi il differenziale coi pionieri. In altre parole, la crescita economica moderna, per i ritardatari, potendo studiare quanto già fatto dai pionieri, errori compresi, è una possibilità più rapidamente realizzabile, purchè si trovino i mezzi economici necessari, cosa possibile solo a soggetti finanziari di livello internazionale o, meglio ancora, allo Stato (protezionista, committente, finanziatore, fino al caso limite, quello marxista, del totale controllo statale dell’economia).

E sempre lo Stato è l’unico soggetto tanto forte da poter compensare un’altra conseguenza distorsiva degli ineguali sviluppi economici tra le varie nazioni, ossia l’effetto dimostrativo che il livello di vita e di consumi, raggiunto dagli strati medio-bassi della popolazione nei Paesi pionieri, esercita sugli analoghi strati sociali dei Paesi ritardatari, spingendoli a richieste di miglioramento della propria qualità di vita, in anticipo sulle possibilità economiche del loro Paese in un momento in cui tutte le risorse devono esser mobilitate per colmare il gap nei grandi numeri dell’economia nazionale, non essendovi ancora il margine per distoglierne una parte per migliorare i piccoli numeri delle economie familiari. Da qui la quasi ineliminabile necessità nei Paesi ritardatari (salvo colpi di fortuna, come la scoperta di giacimenti di qualche materia prima che apporti un imprevisto flusso finanziario tale da consentire di  procedere di pari passo nell’incremento tanto della “grande” come “della” “piccola” economia) di forme autoritarie di controllo sociale, miranti a bloccare le dinamiche salariali e le richieste di servizi sociali, spesso accompagnate, come nel caso del comunismo reale, ma anche del nazifascismo, da modelli di mobilitazione ideologica tali da aspirare a compensare, nell’ottica delle classi popolari, la mancata contemporaneizzazione del livello di soddisfacimento della domanda sociale, rispetto allo stato dall’arte raggiunto a livello nazionale nei valori macroeconomici,  con la sensazione di esser coinvolti in un grande progetto destinato a beneficare, più che la generazione presente, quelle future.

Semplificando, ed esemplificando, nessuna classe popolare ha pagato un costo sociale tanto alto alle esigenze dell’industrializzazione quanto quella inglese, cioè proprio del Paese che dovrebbe essere il modello perfetto di take-off. Basti pensare che il pieno riconoscimento delle Trade Unions avviene intorno al 1870, con un ritardo di quasi 150 anni rispetto all’inizio della rivoluzione industriale. Applicando all’Italia la stessa scala temporale, considerando il nostro ritardo di oltre un secolo, rispetto all’Inghilterra, nel processo di industrializzazione, il riconoscimento delle libertà sindacali vi sarebbe dovuto avvenire non in epoca giolittiana, ma solo verso la fine del ‘900, mentre per la Cina, ultima arrivata tra i late comers, dobbiamo ritenere normale una data intorno al 2100 per il raggiungimento dello stesso risultato. Solo che la classe popolare inglese, durante tutto il lunghissimo periodo in cui fu brutalmente sfruttata come nessun’altra in seguito, non avendo modelli con cui confrontarsi, non aveva la percezione piena di questo sfruttamento, anzi riteneva comunque di passarsela meglio dei poveri di altri Paesi (ed in effetti, tutto sommato, non vedo cosa avrebbero potuto invidiare, in quel momento storico, ai servi della gleba russi  o ai nostri “cafoni”, tanto per fare degli esempi), per cui non vi era, nell’Inghilterra di quell’epoca, una particolare esigenza di repressione sociale che impedisse la formazione del modello politico liberal-democratico, esigenza invece ben presente nei Paesi ritardatari, tanto da creare una “inevitabile” (so che l’argomento è scomodo, ma purtroppo, se la storia è andata, e continua ad andare -vedi Cina odierna- così, un motivo ci sarà) connessione tra entità del ritardo economico da colmare ed entità della compressione dei diritti democratici e sociali.

Ma lo Stato, inteso anch’esso come prerequisito del decollo industriale, non è, a sua volta, un demiurgo calato dall’alto, avulso dal contesto socio-economico preesistente alla sua formazione, ma anzi è precisa espressione di questo contesto e dell’ideologia che lo sottende, in altre parole di quelle classi sociali che trovano nello Stato moderno un modo per perpetuare, in forme aggiornate al mutato contesto economico e politico globale, le proprie esigenze di mantenimento della propria leadership, minacciata dalle novità provenienti dall’esterno, che pertanto vanno assimilate, fatte proprie, ed adattate al contesto locale. L’industrializzazione, pertanto, cessa di essere un problema solo economico, per diventarne, forse in maniera addirittura prevalente, uno politico e civile, quindi rientrante nello specifico campo d’azione dello Stato. Pertanto, nei Paesi ritardatari, se è vero che l’iniziativa statale è un prerequisito dell’industrializzazione più incisivo dell’iniziativa privata, è anche vero, secondo un processo inverso, che l’industrializzazione, stimolata da esigenze “private”, proprie di determinati ambiti sociali, volte a salvaguardare le ragioni della propria leadership, stimola a sua volta la nascita dello Stato moderno, nella cui potenza l’élite finisce per identificare la propria, tentando però, attraverso il nazionalismo prima, le ideologie totalitarie poi, di coinvolgervi, spesso con successo, anche i livelli sociali medio-bassi.

Se nei Paesi di seconda o terza generazione industriale (Francia, Belgio, Stati Uniti, Germania), la sensazione di essere in ritardo rispetto all’Inghilterra non è tanto forte da spingere le élite locali a veder minacciato, insieme al prestigio del proprio Paese, il mantenimento della propria leadership locale (anche se nella Germania bismarckiana già si avverte qualche primo sintomo di quanto possiamo definire come “complesso del late comer”), nei Paesi di quarta generazione industriale (Russia, Giappone, Italia), dove il ritardo rispetto al modello inglese, con la conseguente sensazione di star perdendo il treno della modernità, appare clamorosamente evidente alle élite locali, una volta costrette a confrontarsi con la realtà internazionale, l’industrializzazione comincia ad apparire un elemento dapprima rilevante, poi addirittura centrale, per l’influenza e la potenza del proprio Paese, trovando paradossalmente la propria giustificazione in esigenze proprie delle società tradizionali preindustriali, combinando l’esigenza autoperpetuante ed autoreferenziante delle élite con l’ostilità delle classi popolari per lo straniero, portatore di fattori “disturbanti” le “certezze” locali, pertanto soggetto da cui mettersi in grado di potersi difendere.

Non a caso nei Paesi ritardatari gli sforzi, al momento del decollo industriale, tendono a concentrarsi precipuamente in quegli ambiti ritenuti essenziali alla potenza del Paese : ferrovie, siderurgia, industria bellica, a scapito dei beni di consumo incidenti sulla qualità della vita dell’uomo comune, modernizzazione dell’insegnamento, soprattutto quello universitario e privilegiando gli ambiti tecnico-scientifici rispetto a quelli umanistici, come pure modernizzazione delle leggi e dell’amministrazione statali, ma nel segno dell’efficienza più che dell’apertura liberale.

L’industrializzazione dei late comers, dunque, è sì effetto di influenza culturale e contagio storico dei first comers, con assimilazione, sempre comunque selettiva, del loro sistema di valori, ma anche, con contraddizione solo apparente, frutto dell’esigenza di porsi in condizione di poter difendere dall’influenza esterna, perpetuandoli in versione aggiornata, valori tradizionali del Paese che si protende verso l’industrializzazione e su cui poggia il potere della relativa classe dirigente (tipico esempio il Giappone della restaurazione Meiji, la cui modernizzazione è proclamata come addirittura funzionale alla realizzazione di una missione di glorificazione divina,  ma anche la Russia prima zarista e poi comunista, la cui potenza economico-militare è proclamata come necessaria per la realizzazione di missioni salvifiche su scala prima subcontinentale -panslavismo- poi mondiale -liberazione del proletariato).  Ed ancora, scendendo dalla commistione ideologica tra valori importati e valori ancestrali al livello più prosaico della commistione tra modalità operative, stupefacente la facilità con cui la tradizione burocratica zarista si è riproposta funzionalmente nell’industrializzazione dall’alto di fase sovietica, oppure il modo in cui certi rapporti gerarchici tradizionali della società giapponese si sono inseriti in un moderno sistema di relazioni industriali, adeguato ad esiti altamente produttivistici. Ancor più emblematica la differenza tra Cina e Giappone, entrambi portatori di cultura e strutture istituzionali di antica tradizione, ma che, nel caso cinese, si decompongono a contatto  col  moderno sistema di relazioni politico-economiche internazionali, senza peraltro che, data la mancanza, da parte dell’élite locale, di capacità mediatrice tra valori ancestrali e valori importati, dalla dissoluzione del tessuto socio-politico antico ne nasca uno aggiornato ai tempi.  Questa incapacità della classe dirigente cinese di dare una risposta adeguata ai nuovi tempi costerà alla Cina un secolo di ritardo nel decollo industriale, e, quel che è peggio, per recuperare il tempo perso, un costo per la popolazione cinese, in termini di libertà democratiche, sviluppo sociale e tenore di vita, altissimo ed ancora, adesso e chissà per quante decadi ancora, in corso di pagamento.

Ma anche  per i Paesi di quarta generazione, malgrado la capacità di mediazione delle rispettive classi dirigenti, la vita non è stata facile, anzi, il discrimine tra Francia, Belgio, Stati Uniti e Germania da una parte, Russia, Giappone e Italia dall’altra, sta proprio nella  linearità nei primi, una volta partito e fatte salve le normali oscillazioni congiunturali, del processo di sviluppo economico, forte di un non eccessivo ritardo rispetto all’Inghilterra, oltre che di presupposti affini (prossimità socio-culturale della classe imprenditoriale, buon livello di alfabetizzazione della classe lavoratrice, buona dotazione di materie prime strategiche come ferro e carbone, solida e strutturalmente moderna dotazione di capitali individuali o bancari, livello scientifico e tecnologico tale da garantire autonomia “intellettuale” da altri Paesi), mentre per i secondi si assiste ad uno sviluppo caratterizzato da notevoli discontinuità e rotture, talvolta, vedi Russia del 1917, drammaticamente clamorose. Ma, eventualmente, rinvio l’analisi specifica del momento del decollo economico di questi tre Paesi a qualche ulteriore noterella che mi riservo di aggiungere alla presente riflessione generale.

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