Intellettuali fascisti e antifascisti : manifesti a confronto

di Lamponi Roberto – Tutti i movimenti artistici annoverano un’opera (o anche più di una) che segna un discrimine netto tra un determinato periodo della storia dell’arte con quello successivo. Stesso discorso vale per tutte le correnti letterarie e le diverse tendenze politiche che si sono succedute. Non potevano quindi esimersi da questa “regola del manifesto” due delle più grandi forze che si contrapposero nel Novecento italiano: il fascismo e l’antifascismo. Due manifesti che non esprimono soltanto la politica e le idee dei due schieramenti ma che programmano e prevedono l’intero corso che intraprenderanno il Fascismo e la Resistenza negli anni immediatamente successivi.

Sia da una parte che dall’altra si schierarono molti intellettuali dell’epoca. Quelli aderenti al fascismo si riunirono a Bologna il 29 e il 30 marzo 1925 in un convegno indetto dal filosofo ed ex ministro della Pubblica Istruzione Giovanni Gentile. Tra di essi possiamo trovare personaggi dello spessore di D’Annunzio, Soffici, Marinetti, Malaparte, Ungaretti e Pirandello.

La risposta da parte antifascista non si fece attendere molto: il 1 maggio 1925 sul quotidiano “Il Mondo” apparve il manifesto scritto dal filosofo Benedetto Croce su proposta di Giovanni Amendola. Tra tutti i firmatari spiccano: Calamandrei, Einaudi, Matilde Serao, De Sanctis, Alvaro, Salvemini e Montale.

Partendo dal “Manifesto degli intellettuali fascisti” si deve subito considerare il giorno di pubblicazione sui maggiori quotidiani italiani: il 21 aprile 1925. La scelta di questo giorno non è affatto casuale. Il 21 aprile ricorre infatti l’anniversario del Natale di Roma. E’ subito forte quindi il richiamo alla Roma antica che, nei progetti di Mussolini, l’Italia doveva imitare e che sarà sempre presente nella propaganda fascista: dai Figli della Lupa dell’Opera nazionale balilla alla costruzione di Via dei Fori Imperiali, dalle politiche familiari di stampo “augusteo” alla mentalità imperialista. E’ possibile infatti leggere subito come:

“ Il Fascismo è un movimento recente ed antico dello spirito italiano”.

Un movimento quindi che deve sì prendere spunto dal proprio passato e dalle proprie tradizioni, che deve far rifulgere nuovamente lo splendore dell’antica civiltà romana ma che allo stesso tempo è obbligata a confrontarsi col presente e quindi ad adoperare una sintesi. Prendere esempio per creare qualcosa di nuovo. Dopo la Roma dei Cesari e quella dei Papi ora bisognava dar vita alla Roma (e all’Italia) fascista.

“Intorno a Benito Mussolini si raccolse un manipolo di uomini reduci dalle trincee risoluti a combattere la politica demosocialista” […], la quale “della grande guerra lasciava disperdere il valore morale [..] rappresentandola come somma di sacrifici”. Creando quindi “una contrapposizione dei privati allo Stato, un disconoscimento della sua autorità, un abbassamento del prestigio del Re e dell’Esercito […] e un disfrenarsi delle passioni e degli istinti inferiori, fomento di disgregazione sociale. […] L’individuo contro lo Stato, [..] pertanto il Fascismo alle sue origini fu un movimento politico e morale”.

Il Fascismo si propone quindi come risolutore e pacificatore dei disordini che imperversarono in Italia dopo la fine della “grande guerra”, con l’intento preciso di ridare una morale a tutta quella classe politica che aveva rappresentato il conflitto solo dal punto di vista utilitaristico e come somma di sacrifici. Una confusione sociale che minava la stessa figura del Re e dell’Esercito: le due figure che risultarono estremamente importanti sia per la nascita del regime fascista ma anche per la sua futura caduta. Il Re diede carta bianca a Mussolini di formare un nuovo governo dopo la marcia su Roma; anche se i rapporti fra monarchia e regime fascista resteranno sempre ambigui tanto che il Fascismo viene tutt’ora definito “totalitarismo imperfetto”. Inoltre molti ex combattenti formarono il nucleo originario intorno a Mussolini che, nonostante i tentativi falliti di conciliarsi con le sinistre interventiste, aumentò grazie a studenti e piccolo borghesi fino all’esplosione del cosiddetto “fascismo agrario” che portarono alle elezioni del 1921, l’entrata in Parlamento di 45 deputati tra fascisti e nazionalisti, al patto di pacificazione con i socialisti e alla formazione del Partito Nazionale Fascista.

Il tema centrale di entrambi i manifesti però è da trovarsi nell’interpretazione che i due schieramenti danno del Risorgimento italiano e dell’appropriazione che ne fanno, non solo del processo di unificazione politica del Regno d’Italia ma anche di alcuni suoi personaggi fondamentali.
Ad esempio, nel manifesto redatto da Gentile, in contrapposizione allo stato considerato liberale soltanto esteriormente e un ibrido di quello vagheggiato dai socialisti (e quindi anche dal “primo Mussolini), si afferma che:

“Non era neanche lo Stato […] del nostro Risorgimento, quando lo Stato era sorto dall’opera di ristrette minoranze, forti della forza di una idea alla quale gli individui si erano in diversi modi piegati e si era fondato col grande programma di fare gli italiani, dopo aver dato loro l’indipendenza e l’unità.”

Balzano subito agli occhi le analogie tra le “ristrette minoranze” risorgimentali con quelle fasciste confusionarie e che fecero fatica a trovare una linea unitaria per affermarsi. Ma soprattutto, l’arrogarsi il compito di formare gli italiani dal punto di vista non solo culturale e civile, come nell’immediato periodo post- unitario, ma anche spirituale. E’ così che nelle righe successive compaiono molto spesso le parole “fede” e “religione” :

“Il Fascismo […] attrasse intorno a sé un numero rapidamente crescente di giovani e fu il partito dei giovani (come dopo i moti del ’31 da analogo bisogno politico e morale era sorta la “Giovane Italia” di Giuseppe Mazzini).[…] E cominciò a essere, come la “Giovane Italia” mazziniana, la fede di tutti gli Italiani sdegnosi del passato e bramosi del rinnovamento. Fede, […] fede[…] fede maturatasi nelle trincee. […] Fede energica, violenta, […] sorse così lo Squadrismo, forza armata contro lo Stato per fondare il nuovo Stat. […] Fede ristoratrice”.

Un profondo desiderio di rinnovamento che assume i tratti di una missione divina di rispetto delle leggi e della disciplina, di accantonamento di ciò che è particolare e inferiore per far posto all’immortale e universale, avendo come pilastro portante il binomio Patria- tradizioni:

“E’ serietà religiosa, che non distingue la teoria dalla pratica, il dire dal fare, e non dipinge ideali magnifici per relegarli fuori di questo mondo, dove intanto si possa continuare a vivere vilmente e miseramente, ma è duro sforzo di idealizzare la vita ed esprimere i propri convincimenti nella stessa azione o con parole che siano esse stesse azioni”.

Dalla parte opposta, Benedetto Croce critica innanzitutto la forma del manifesto fascista sia per alcune scelte poco comprensibili ed altre errate completamente dal punto di vista storico (ad esempio la facilità di sovrapporre alcuni costruzioni politiche del XVIII secolo con il liberalismo democratico del secolo successivo). Esalta inoltre il liberalismo e il costituzionalismo tanto disprezzato dagli ambienti fascisti perché è “libera gara dell’avvicendarsi dei partiti al potere, onde, mercé l’opposizione, si attua quasi graduandolo, il progresso”. Imputa quindi al Fascismo di essere un “miscuglio” di demagogismo, vecchiumi muffiti,atteggiamenti assolutistici e concetti ultramoderni, senza un’impronta originale ben definita.

La risposta più originale del filosofo però è da ritrovarsi nel disappunto per quanto riguarda l’abuso della parola “religione”. Il contrapporre “misticamente” il nuovo ordinamento fascista con quello liberale considerato vecchio e logoro dagli squadristi, non può portare che a effetti negativi che sviliscono persino la morale dei giovani. La lotta tra queste due concezioni politiche (fascista e liberale), o meglio vere e proprie “dottrine”, è paragonata ironicamente a quella religiosa e intellettuale dell’Illuminismo contro l’oscurantismo medievale e il Medioevo stesso, periodo della superstizione per eccellenza:

“Perché, a senso dei signori intellettuali fascistici, noi ora in Italia saremmo allietati da una guerra di religione, dalle gesta di un nuovo evangelo e di un nuovo apostolato contro una vecchia superstizione”.

E come detto in precedenza tutto ciò non può portare che odio e rancore tra italiani stessi che vengono messi l’uno contro l’altro. Possiamo quindi intravedere qui una sintesi delle sevizie fasciste (il delitto Matteotti era avvenuto solo l’anno prima) compiute contro gli oppositori politici ma soprattutto Croce diventa una sorta di “vate” prevedendo la sanguinosa guerra civile che imperverserà in Italia tra il 1943 e il 1945: italiani contro italiani.

“E ne recano a prova l’odio e il rancore che ardono, ora come non mai, tra italiani e italiani. Chiamare contrasto di religione l’odio e il rancore che si accendono contro un partito che nega ai componenti degli altri partiti il carattere di italiani e li ingiuria stranieri, e in quell’atto stesso si pone esso agli occhi di quelli come straniero e oppressore”. […]“Nobilitare col nome di religione il sospetto e l’animosità sparsi dappertutto, che hanno tolto persino ai giovani delle Università l’antica e fidente fratellanza nei comuni e giovanili ideali, e li tengono gli uni contro gli altri”.

A questa fede egli contrappone quella che considera “vecchia” ma che fu l’anima dell’Italia risorgimentale e garanzia di ogni libertà, senza la quale non può avvenire progresso. Descrive come le più importanti figure dell’ Italia unita siano offese e sdegnate dalle azioni e dalle parole dei “nostri avversari”. Interessante poi è il modo in cui viene recepita l’indifferenza di gran parte della popolazione allo scontro tra fazioni: un tacito assenso e ovvia legittimazione secondo gli intellettuali fascisti, una preoccupazione per Croce che traccia alcune differenze :

“Par quasi che si compiacciano della odierna per lo meno apparente indifferenza di gran parte dei cittadini d’Italia innanzi ai contrasti fra il fascismo e i suoi oppositori. I liberali di tal cosa non si compiacquero mai, e si studiarono a tutto potere di venire chiamando sempre maggior numero di italiani alla vita pubblica; e in questo fu la precipua origine anche di qualcuno dei più disputati loro atti, come la largizione del suffragio universale. Perfino il favore col quale venne accolto da molti liberali, nei primi tempi, il movimento fascistico, ebbe tra i suoi sottintesi la speranza che, mercé di esso, nuove e fresche forze sarebbero entrate nella vita politica”. […]”Ma non fu mai nei loro pensieri di mantenere nell’inerzia e nell’indifferenza il grosso della Nazione perché sapevano che, a questo modo, avrebbero tradito le ragioni del Risorgimento italiano”.

Infine entrambi i manifesti si concludono con dei tentativi di tracciare lo sviluppo politico e sociale dell’Italia negli anni successivi. Le due parti auspicano la fine e il superamento di questi scontri ma in due diversi modi: attraverso la completa fascistizzazione dell’Italia da una parte, mentre dall’altra con un rinvigorimento non solo dell’Italia come nazione, ma anche dell’educazione politica,morale e civile di ogni cittadino italiano (processi questi ultimi per’altro, a mio parere, non avvenuti totalmente):

“Allora la presente crisi spirituale italiana verrà superata. Allora nel seno stesso dell’Italia fascista e fascistizzata matureranno lentamente e potranno in fine venire alla luce nuove idee, nuovi programmi, nuovi partiti politici”.

“La presente lotta politica in Italia varrà, […] a ravvivare e a fare intendere in modo più profondo al nostro popolo il pregio degli ordinamenti e dei metodi liberali. […] E forse un giorno, guardando serenamente al passato, si giudicherà che la prova che ora sosteniamo, era uno stadio che l’Italia doveva percorrere per rinvigorire la sua vita nazionale, per compiere la sua educazione politica, per sentire in modo più severo i suoi doveri di popolo civile”.

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