Stilicone: storia di un’integrazione fallita

di Massimiliano Vino

Anno 402. A Pollenzo, una località della pianura padana si fronteggiano gli eserciti dei Visigoti di Alarico e l’esercito romano guidato dal magister utrisque militiae (comandante di tutto l’esercito) Stilicone. La vittoria ottenuta da Stilicone fu solamente una delle numerose ottenute grazie al suo contributo: vittorie che, almeno in una fase iniziale, permisero all’Impero romano d’Occidente di sopravvivere e di risultare, alla lunga, persino la parte più forte dell’Impero romano diviso.

L’Impero d’Oriente era infatti profondamente turbato da dissidi religiosi e a regnare era l’instabilità politica. La storia poi andò in maniera differente, spegnendo gli ultimi fuochi dell’Occidente romano e facendo scaturire, dalla sua disgregazione, la nascita dell’Europa latino-germanica. In parte però questa Europa si stava già delineando, anche per il contributo dello stesso Stilicone.

Stilicone nacque in Germania da padre vandalo, ausiliario dell’esercito romano, e da madre romana. Si considerò sempre un romano, tanto che il suo nome completo era Flavius Stilicho e, come il padre, servì l’esercito romano, ottenendo in brevissimo tempo la fiducia dell’imperatore Teodosio, il quale dapprima lo inviò in missione diplomatica in Persia, poi gli affidò il comando delle truppe impegnate nella guerra all’usurpatore Flavio Eugenio, che fu sconfitto al Frigido.

Il legame tra l’imperatore e il suo migliore generale divenne tale che fu concesso a Stilicone di sposare la figlia di Teodosio, Serena, e di prendere in tutela gli altri due figli, Onorio ed Arcadio, i quali ottennero rispettivamente, alla morte di Teodosio, la parte occidentale e quella orientale dell’Impero (395).

I dissidi tra i due fratelli, però, costrinsero Stilicone (divenuto, oltre che tutore dei due figli, comandante dell’esercito romano d’Occidente) a rivedere i piani di amministrazione congiunta delle due parti dell’Impero. Mentre doveva farsi carico di una sorta di arbitrato internazionale tra le due parti dell’Impero, Stilicone favorì però l’immissione, entro i confini dell’impero, di un gran numero di barbari. Una politica che di fatto non era nuova all’Impero romano e, se vogliamo, non era nuova nemmeno alla civiltà romana, la quale era stata capace di assorbire le migliori energie delle popolazioni incontrate nel corso della propria lunga storia.

Stilicone fu in un certo senso un prosecutore di questa linea: l’esercito schierato a Pollenzo era un esercito più barbaro che romano, composto perlopiù da Alani, Vandali e Goti. Questa politica diede i propri frutti nel momento in cui le schiere di Visigoti, al comando di Alarico (il quale, peraltro, aveva in passato servito lo stesso Stilicone come ausiliario), si trovarono private di parecchi uomini i quali furono assorbiti nell’esercito romano-barbarico di Stilicone.

Negli ambienti di corte, tuttavia, cresceva continuamente il dissenso nei confronti di Stilicone, un dissenso in buona parte alimentato dalla parte orientale dell’Impero, la quale temeva di essere riassorbita nella sfera d’influenza del comandante vandalo e di subire la stessa opera di “barbarizzazione”. Se l’Impero d’Occidente tendeva a barbarizzarsi, la parte orientale viveva, infatti, un momento di rinascita e di consolidamento della cultura ellenistica, la quale avrebbe costituito un fattore di omogeneità per l’Impero d’Oriente contribuendo alla nascita della civiltà bizantina. Da ciò scaturì la risposta dell’aristocrazia romana nella parte Occidentale, che fu rinfocolata dall’odio nei confronti della crescente componente barbarica dell’impero. A questo punto occorre fare le dovute osservazioni, affinché non si cada in equivoco e si finisca con l’attribuire tutte le cause del collasso del sistema imperiale romano in Occidente alle mancate politiche di assorbimento dei barbari.

Posto che il livello di corruzione e di instabilità politica era equamente condiviso tra le due parti dell’Impero, e che la politica di integrazione di elementi etnicamente nuovi e giovani era sempre stato un punto di forza e di continuo ricambio per la civiltà romana, a crollare, alla fine, fu la parte occidentale, ovvero quella che, alla lunga, accolse il maggior numero di barbari al proprio interno.

Ciò risulta difficilmente spiegabile, se non si prende in considerazione che una buona politica di assorbimento etnico è spesso conseguenza della forza culturale della potenza ospitante, la quale deve essere in grado, per non crollare, di assorbire senza soccombere e di mantenere in pace e in accordo le varie componenti etniche. Nel corso della sua “giovinezza” Roma aveva mostrato una capacità di assorbimento notevolmente superiore rispetto a quanto fu in grado di fare nel V secolo. Per l’Impero d’Oriente il quale, come detto, presentava gli stessi problemi che affliggevano la parte occidentale, influì alla lunga il fattore strategico:

Se si osservano i confini dei due imperi si comprende perché fosse molto più difficile per l’Occidente controllare l’afflusso di popolazioni al proprio interno: il confine orientale dell’Impero d’Occidente correva dal mare del Nord fino all’attuale Belgrado, cioè lungo i territori di Belgio, Francia, Germania, Austria, Ungheria, Croazia e Serbia (senza dimenticare che si ritrovò a dover difendere anche la Britannia).

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L’Impero d’Oriente invece aveva da difendere solo la penisola balcanica, lungo una parte del fiume Danubio (lasciando per un momento da parte l’altro pericolo, rappresentato dai persiani Sasanidi in Medio Oriente).

Tornando a Stilicone, per vincere a Pollenzo gli fu necessario “sacrificare” la Britannia e ritirare le truppe schierate sul Reno. Da quest’ultima mossa scaturì l’attraversamento in massa di gruppi di Franchi, Suebi e Burgundi, che a bordo di carri, con tutte le famiglie, si riversarono in Gallia, sfruttando il Reno ghiacciato.

Questa mossa fu per Stilicone un errore, ma anche una necessità. L’Impero d’Occidente infatti non era in grado di schierare truppe lungo tutti i confini senza lasciare scoperta almeno una parte e non era in grado di assorbire tutte le forze barbariche, poiché i contrasti interni ad un numero estremamente numeroso di popolazioni barbariche costituivano un fattore di grande eterogeneità per un esercito romano impegnato a difendersi continuamente da incursioni lungo tutti i confini. Non c’erano i tempi tecnici per una politica di integrazione di lunga durata.

A riprova di questo, alla vigilia del sacco di Roma nel 410, la trattativa tra Alarico ed Onorio fu bruscamente interrotta da un’imboscata di un gruppo di barbari guidati da Saro, un comandante barbaro rivale di Alarico. L’Oriente, d’altra parte, si trovò a dover gestire un numero notevolmente inferiore di barbari, riuscendo ad assorbirne il numero necessario e respingendone una parte oltre confini o verso l’Occidente. Fu questo, probabilmente, ciò che garantì la sopravvivenza dell’Impero d’Oriente.

Stilicone si vide costretto a rispondere dinanzi alla corte e allo stesso Onorio della penetrazione di un gran numero di barbari entro dei confini lasciati praticamente scoperti. L’unione di fattori strategico-logistici e delle campagne anti-barbariche promosse dall’aristocrazia romana segnarono così la fine violenta di Stilicone: nel 408 il potente generale fu assassinato a Ravenna su ordine di Onorio, dopo essersi era rifugiato in una chiesa. Seguì il massacro dei suoi figli e di buona parte delle componenti barbariche dell’impero: una mossa fatale che favorì ulteriormente la spaccatura etnica dell’impero d’Occidente, tra barbari, romani e altri barbari, rendendo praticamente impossibile la difesa comune dell’immenso confine reno-danubiano. Allo sgretolamento del “cuore” dell’impero romano, ovvero il suo esercito, doveva seguire necessariamente la fine della civiltà romana in Occidente.

Quest’opera di riflessistorici.com è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.

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