Rivoluzione industriale : “first comers” e “late comers”. Il decollo della Russia zarista.

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In un precedente articolo si è affrontato il problema delle basi economiche, ma anche socio-culturali, a cui i paesi arrivati in ritardo nella corsa all’industrializzazione devono ricorrere per affrontare il difficile momento della mobilitazione di tutte le risorse disponibili al fine di realizzare quel delicatissimo primo passo che è il momento del take-off industriale, mixando stimoli ultramoderni provenienti dai Paesi pionieri e attualizzazione dei valori ancestrali dei Paesi ritardatori. Rinviando al precedente articolo per una riflessione generale, passo ad esaminare il classico esempio della Russia zarista.

La Russia, come Italia e Giappone, si inserisce in quella generazione di Paesi aspiranti all’industrializzazione che è ancora troppo acerba, nei fondamentali economici, per poter approfittare pienamente, come invece fanno Stati Uniti, Germania ed Austria (essenzialmente nella sola area boemo-morava), della congiuntura favorevole degli anni 1840-70 (quelli della globalizzazione del mercato dei capitali e delle merci, anche grazie al telegrafo ed alla rivoluzione dei trasporti, imperniata sul ferro e sul vapore), per agganciare il treno guidato da Inghilterra, Francia e Belgio. Pertanto la fase cruciale del decollo industriale di Russia, Italia e Giappone, deve confrontarsi con un periodo (1870-95 circa) che è di caduta dei prezzi industriali, a causa dell’aumentato numero di soggetti produttori e della ormai conclamata riduzione dei costi del trasporto delle merci, nella precedente fase ancora in buona parte solo preconizzabile.

Tutto ciò comporta effetti negativi e positivi per i late comers. Da una parte il calo dei prezzi dei prodotti finiti inasprisce la concorrenza, avvantaggiando chi ha già realizzato migliori condizioni di produttività, dall’altra, però, il calo dei prezzi delle materie prime, importante soprattutto per Paesi, come Italia e Giappone, che ne sono mediocremente dotati, riduce i costi di produzione, mentre l’affermarsi di nuove tecnologie favorisce l’abbandono parziale, da parte dei Paesi di prima industrializzazione, dei settori industriali, come il tessile, che erano stati fondamentali al momento del primo slancio industriale, ma che ora soffrono il dislocamento di capitali e capacità imprenditoriali verso ambiti a maggiore ricaduta tecnologica, aprendo così un varco per l’ingresso dei ritardatari nei settori ora negletti dai primi della classe. La stessa caduta dei prezzi agricoli, generata negli anni in oggetto dall’ormai piena valorizzazione agricola del Midwest nordamericano, presenta sulla produzione effetti ambigui, da una parte consentendo la compressione degli aumenti salariali per la sempre più numerosa classe operaia, dall’altra, qualora si traduca in un impoverimento dei ceti rurali, costituenti ancora il nerbo della popolazione di quasi tutti gli Stati, rischiando di generare una contrazione del mercato interno da soddisfare lanciandovi prodotti meno costosi, a pena di restarne tagliati fuori. Per la Russia, comunque, tradizionale grande esportatore di cereali, il crollo dei relativi prezzi, con conseguente diminuito afflusso di valuta straniera e pesante impoverimento dei contadini, sarà, nel complesso, un grosso punto debole al momento del decollo industriale, tra l’altro disincentivando anche il ricorso alla più tipica arma di difesa dei Paesi protoindustriali, ossia il protezionismo, che, per essere attuato, presuppone un mercato interno ampio e con buon potere d’acquisto (nel caso russo manca il secondo requisito), altrimenti si rischia solo di deprimere ulteriormente le entrate legate alle esportazioni agricole, oltre che di rendere più difficile l’importazione di tecnologie industriali ancora fuori dalla portata del proprio know-how (non a caso, di fronte alla minaccia di ritorsioni tariffarie tedesche, la Russia nel 1894 annacqua il proprio protezionismo industriale, così come, in una situazione simile e negli stessi anni, fa l’Italia di fronte alla minaccia tariffaria francese, abortendo in sostanza la stretta protezionista del 1887).

Altro elemento caratterizzante il decollo industriale russo, come del resto anche quelli italiano e giapponese, è che avviene sotto la spinta del nazionalismo politico ancor più che del liberalismo economico, che invece era stato il motore di quelli inglese, belga, francese, nordamericano e, con qualche effetto di transizione tra le due motivazioni, anche tedesco. Infatti, esso si colloca nell’epoca del disfacimento dell’ordine nato dal Congresso di Vienna, che aveva privilegiato proprio la Russia come suo bastione fondamentale, ancor più dell’Austria, visto il rango di prima potenza continentale conquistato combattendo contro le armate napoleoniche, cogliendo anche i frutti dell’onda lunga della sua primissima occidentalizzazione, quella voluta da Pietro il Grande. Ora, però, il disfacimento di quel sistema, di fronte al successo, totale o parziale, di nuovi nazionalismi (tedesco e italiano in primis, ma anche di Paesi, come la Turchia ottomana, che rivelano impreviste, per quanto, alla lunga, effimere, capacità di immaginare tentativi di rivitalizzazione), che nasce sui campi di battaglia della Crimea e continua tra Solferino, Sadowa e Sedan, pone il nazionalismo russo di fronte alla triste realtà del totale esaurimento di quell’onda lunga.

L’esito della guerra di Crimea, nel 1856, è un vero shock per la classe dirigente russa, posta improvvisamente di fronte all’assenza, in quella che fino a due anni prima si riteneva la prima potenza terrestre europea, di qualsiasi presupposto socio-economico per la sussistenza di una potenza militare moderna. La Russia, ormai, è una potenza militare come altre, equiparabile all’Austria (e già questo era uno smacco, trattandosi di altra potenza in declino), qualitativamente inferiore alla Francia e, dopo il 1870, surclassata dalla Germania. La guerra dimostra la spaventosa arretratezza della Russia, “forte” di un esercito di leva costretto a dover contare sulla dubbia lealtà di 47 milioni di servi della gleba, in qualunque altro contesto esclusi dalla compagine statale, strategicamente debole a causa delle grandi distanze non compensate dall’arcaicità del sistema di comunicazioni, che, tra l’altro, impedisce anche la piena valorizzazione delle risorse granarie sul mercato mondiale, mentre la disponibilità di capitali in forma moderna, oltre che di forza lavoro per l’industria, prerequisiti per il decollo della produttività industriale, è penalizzata dai limiti che il servaggio impone alla mobilità sociale e territoriale dei contadini ed all’interesse dei possidenti a smobilizzare i propri capitali dalla terra per riallocarli in forme più moderne.

Alessandro II, abolendo la servitù della gleba nel 1861, si propone una modernizzazione dell’agricoltura, in quanto i servi, trasformati in usufruttuari con pagamento di un canone allo Stato, dovrebbero continuare, ma con maggiori motivazioni, a fare quello che facevano prima, cioè coltivare la terra (in realtà spesso questo non avverrà, a causa del frequente abbandono delle terre da parte degli usufruttuari, scoraggiati dal vedersi assegnate le meno produttive, peraltro senza nessun programma statale di assistenza nella modernizzazione delle tecniche agricole), mentre i proprietari, risarciti con obbligazioni statali finanziate dal pagamento del canone da parte degli usufruttuari, dovrebbero essere incentivati a valorizzare le proprie, comunque consistenti, proprietà terriere residuali, trasformandole in aziende agricole moderne (ma anche questo avverrà solo molto parzialmente, stante l’incompetenza agronomica e la svogliatezza imprenditoriale dei tanti Oblomov russi, che, scoraggiati anche dal crollo del valore dei titoli di Stato con cui erano stati risarciti, dovuto al mancato o tardivo pagamento dei canoni di usufrutto degli ex-servi che ne era la base di finanziamento e garanzia, preferiscono svendere a faccendieri di provincia e kulaki le loro proprietà, in lotti frazionati e quindi difficilmente trasformabili in aziende moderne). Malgrado tutti questi limiti, la riforma riesce, sia pure in misura inferiore alle ambizioni alla sua origine, a creare una maggiore differenziazione sociale nelle campagne russe, pur senza arrivare a generare l’auspicato ampio ceto di contadini agiati necessario alla nascita di un mercato interno funzionale al decollo industriale, e ad incrementare (sia pure, anche qui, meno del previsto) le entrate fiscali, grazie al rapporto diretto tra Stato e contadini, emarginando i vecchi proprietari, e le esportazioni cerealicole, con conseguente afflusso di valuta straniera (qui sì sensibilmente, anche se con effetto in parte vanificato dalla summenzionata caduta dei prezzi cerealicoli), grazie all’esigenza dei coltivatori di massimizzare la resa produttiva per poter pagare canoni o, nei casi più fortunati, riscatti. In sostanza, per i servi divenuti contadini liberi, l’incremento di produttività non va a beneficio della loro qualità di vita, ma delle finanze statali, il tutto tradotto da Ivan Vyshnegradesky, ministro delle Finanza dal 1887 al 1892, col motto “mangiare meno ma esportare”.

La maggior solidità finanziaria, con conseguente stabilità del rublo, incrementa l’acquisizione di capitali stranieri, sia nella forma diretta degli investimenti in Russia di capitalisti stranieri, sia in quella indiretta della collocazione all’estero di titoli del debito russo (accumulazione centralizzata, in questo caso), adesso ritenuto dai mercati più affidabile che in passato. Consente inoltre  l’avvio della costruzione di una rete ferroviaria che leghi le varie regioni dell’immenso territorio, fino alle estreme propaggini asiatiche, funzionale sia alle esigenze dell’economia che a quelle del nazionalismo politico, in quanto, nella tradizionale ottica russa della “politica del pendolo”, allo sbarramento dell’espansionismo europeo posto dal nascere della superpotenza tedesca si contrappongono le potenzialità imperialistiche asiatiche che una Cina sempre più allo sfascio ed un Giappone ancora sottovalutato lasciano intravedere come stazione d’arrivo della transiberiana.

Pertanto, riassumendo, possiamo dire che il decollo industriale della Russia zarista presenta una prima fase (diciamo 1860-90), piuttosto lenta, anche per la congiuntura economica mondiale non favorevole, caratterizzata dalla, sia pur molto parziale, modernizzazione dell’agricoltura, dallo sviluppo di una rete ferroviaria e dal conseguente sviluppo di una siderurgia nazionale, e da una seconda fase che coincide grosso modo con la presenza alle Finanze (1892-1903) di Sergej Witte (che, non a caso, prima era stato ministro delle Comunicazioni, ed ancor prima dirigente industriale nel settore ferroviario), e che si caratterizza per una decisa accelerata del processo di industrializzazione, grazie appunto alla stabilità del rublo, alla buona disponibilità di capitali esteri, ed al protezionismo doganale (quest’ultimo nei limiti già segnalati nei rapporti con quei Paesi, Germania in primis, cui si è “costretti” a concedere sconti).

Lo sviluppo della siderurgia, in particolare, è spettacolare, sia quantitativamente (partendo da livelli negli anni ’80 ancora modestissimi, la Russia arriva ad essere, nel 1900, il quarto produttore mondiale), sia geografici, con la valorizzazione, grazie alla presenza di giacimenti di coke, di aree ( Slesia e bacino del Donetz) fino ad allora ancora industrialmente vergini ( il bacino sidurergico originario, gli Urali, subisce invece una contrazione relativa, dovuta alla peggior qualità del carbone locale), oltre che della regione di Pietroburgo, carente di carbone, ma favorita dalla vicinanza al mare (vi si lavora coke importato dall’Inghilterra) e dalla già significativa presenza di altri settori industriali, con conseguenti economie di sviluppo accumulativo.

Evidente, dunque, nel caso russo, l’effetto moltiplicativo generato dall’impulso statale iniziale (riforma agraria, politica di impulso alle costruzioni ferroviarie, reperimento di capitali stranieri favorito dall’apparenza di solidità della finanza pubblica) ed il collegamento della direzione presa dallo sviluppo economico (siderurgia, funzionale all’industria bellica) con le richieste del nazionalismo politico, ma anche la debolezza, in rapporto alle ingenti risorse complessivamente investite, dei settori dell’industria meccanica legati non ad armi e ferrovie, ma a quei beni di consumo che soffrono ancora dell’asfitticità del mercato interno, oltre che dell’arretratezza tecnologica che preclude sbocchi esterni. Sostanzialmente le caratteristiche basiche della produzione industriale della Russia zarista preannunciano già quelle della Russia sovietica, confermando l’adagio “historia saltus non facit”. La diversificazione degli sviluppi dell’industria meccanica leggera è il vero indicatore della capillarità della diffusione industriale e del relativo background tecnologico, ma nella Russia degli anni a cavallo del volgere del secolo la produzione di utensileria agricola e domestica, quella che più incide sul vivere quotidiana, è ancora prevalentemente opera di artigiani del legno o, quando su base metallica, anche qui opera di artigiani che faticano ad esser soppiantati da piccole industrie dai mediocri esiti produttivi. La Russia non ottiene grandi risultati neanche nel campo dell’industria tessile (si è detto all’inizio che si tratta di un tipico ambito di protoindustrializzazione a relativamente basso contenuto tecnologico, che gli Stati più avanzati tecnologicamente spesso trovano conveniente trascurare a favore di settori tecnologicamente più stimolanti, lasciando la porta socchiusa per l’ingresso di new comers nella famiglia dei Paesi industrializzati). Diversamente da Italia e Giappone, che fanno dell’industria cotoniera un volano per il proprio decollo industriale e per l’acquisizione, attraverso l’esportazione, di preziosa valuta estera, in Russia, malgrado l’ottima disponibilità di materia prima (invece modesta in Giappone, quasi nulla in Italia), tra il 1890 ed il 1913 la produzione dell’industria cotoniera aumenta appena di un risibile 12 % contro il 350% di quella siderurgica.

In conclusione, alla vigilia della prima guerra mondiale, ed a valle di un secondo periodo di boom dello sviluppo industriale che caratterizza gli anni precedenti l’evento bellico, dopo lo iato, rispetto al periodo Witte, rappresentato dai difficili anni intorno al disastro di Tsushima del 1905, psicologicamente quasi un’altra Crimea), la Russia presenta una struttura industriale valida nei settori portanti, con un buon 8% della produzione industriale mondiale complessiva (meno buono se rapportato alla popolazione complessiva, ma qui il basso PIL sconta l’ancora alta aliquota di popolazione agricola), ma con una effettiva industrializzazione limitata a poche aree (oltre a quelle già citate, Pietroburgo, Urali, Slesia polacca e Ucraina orientale, anche Mosca e Vladimir) e con un impulso statale, motivato da spinte nazionaliste, essenziale. Dove sussiste (industria pesante), produce risultati estremamente significativi, dove manca (industria leggera), salvo un moderato protezionismo ed una modesta spinta modernizzante comunque proveniente dal know-how tecnologico dell’industria pesante, lascia il settore in uno stato ancora largamente protoindusriale, quando ancora non francamente artigianale. Resta quindi confermata, nel caso russo, l’imprescindibilità del ruolo propulsivo dello Stato, sulla base di valutazioni che hanno a che fare più con la politica che non con l’economia, nel primo stadio di decollo dell’implementazione industriale in un Paese a sviluppo ritardato.

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