Gregorio Nazianzeno e il ruolo della Virtù nell’educazione dei giovani a Bisanzio.

San Gregorio Nazianzeno Martorana, Palermo_800

di Luca Maria Valentini

Fra i tanti autori che si sono destreggiati  nell’individuare la Virtù prima che guida il vivere umano, un posto di rilievo a mio avviso è destinato a Gregorio di Nazianzo (ai più conosciuto come Gregorio Nazianzeno).  Gregorio operava in ambito bizantino, e lui, così come anche gli altri due padri cappadoci Basilio di Cesarea e Gregorio di Nissa, si è interrogato sul giusto modo di compenetrare il più possibile la cultura classica all’interno di una educazione improntata sotto il modello della fede cristiana. Questa mistione si nota molto nell’opera “De Virtute”  (un carme di ben 998 versi) in cui Gregorio identifica il giovane ben “educato” nel giovane che segue l’insegnamento cristiano, che riconosce in Dio la Virtù prima che guida le nostre esistenze; la mistione si può notare in più livelli con la ripresa di vari exempla del mondo classico: il concetto di bene e male secondo Pirrone e Aristotele, le ricchezze di cui disponeva Creso, l’arte oratoria di Demostene e ovviamente Omero con la sua Musa (è da notare che Omero rimase comunque un modello dal quale prendere spunti letterari nel periodo greco tardo-antico e medievale). Gregorio incitava quindi i giovani ad allontanarsi dalle vacuità delle cose terrene e di ambire alle cose ultraterrene, a questa virtù princeps che in fondo era l’unica ancora di salvezza, l’unica speranza a cui aggrapparsi. Credo che la trattazione di simili temi, tanto sentiti ai giorni nostri, debba farci capire quanto ciò che è antico non smetta mai di avere potere nel tempo, non smetta mai di fare da guida ad anime affini che si trovano semplicemente a vivere in epoche diverse (e dal 390, anno di morte di Gregorio, al 2015 ne è passato di tempo). Infine è quindi tanto doveroso quanto esplicativo riportare il proemio del carme (la cui struttura fu sicuramente ispirata dall’Inno alla Carità di San Paolo) così che possiate apprezzare un fine spaccato  della straordinaria letteratura coltivata a Bisanzio:

 “Molti io ascolto e vorrei parlare a proposito,

ma sono le parole a tendere la destra alle parole.

Forse alcuni tra gli amici, ai quali sta a cuore

osservare tutto quanto riguarda i giovani,

che ti videro manifestare i segni di una vita onesta

– dice il proverbio che il leone si riconosce dagli artigli –

 si trasmisero l’un l’altro la meraviglia per la gioia che davi loro;

 o forse la Provvidenza, che tutto ordina

 al meglio e per te desidera il bene ,

dà la parola come via alle azioni,

affinchè tu, preceduto dalla stima di tutti

come da una sorta di garanzia, abbia fama

di uomo pio, tu che sei stato chiamato da Dio.

Chi vuole, faccia pure congetture su questo;

per parte mia vengo a dire quello che sento:

che la tua anima mira alle cose più alte

e che tu – squarciando quella tenebra che vela

quaggiù la nostra esistenza, dedita

alle cose terrene, superandola un poco,

e oltrepassando il fango e gettando via le catena dell’essere composito,

che tiranneggiano l’immagine di Dio che è in noi –

  ti impegni seriamente a donare te stesso a Dio;

e questo impegno, credi in me, è l’unica educazione,

il primo e il più grande bene per gli uomini.

Cos’altro è infatti tanto grande fra gli errori mondani,

sciocchezze che ci fanno insuperbire a vicenda,

doni, a quanto si dice, dell’occasione della fortuna?

Se pure qualcuno radunasse insieme tutti i beni di ognuno,

quanti vi sono o si crede vi siano nella misera vita,

tanto è grande il guadagno? Se pure ritieni di oltrepassare i confini;

anche se possiedi i beni di Gige ricco d’oro

e tutto sconvolgi solo ruotando il castone del tuo anello,

come un sovrano silenzioso; se pure, per l’oro che fluisce,

hai l’animo di Creso;anche se il Persiano Ciro

che vanta il potere dei troni siede sotto di te;

anche se espugni Troia con eserciti degni di canto,

e popoli e città hanno la tua effige di bronzo,

e muovi al tuo cenno le assemblee,

se pronunci panegirici premiati con corone,

durante i processi spiri l’ardore di Demostene,

e nelle deliberazioni superi Licurgo e Solone;

se pure rechi nel petto la musa di Omero

se possiedi la lingua di Platone, che miele stillava

davvero ed era stimata tale fra gli uomini;

se pure metti tutti alle strette coi discorsi eristici,

trappole malvagie a cui non si sfugge;

anche se tutto sotto sopra sconvolgi,

intrecciando, come labirinti dai quali è difficile uscire

i discorsi di Aristotele o di qualche pirroniano;

anche se ti solleva l’ala di Pegaso, o la freccia,

qualunque cosa fosse, dello scita Abari – personaggi del mito;

di tutte queste cose, che ho detto, qual è il profitto?

Fossero pure splendide nozze e una mensa sibaritica

e tutto ciò che può insuperbire la mente,

 cosa appare tanto importante da stimare inferiore

contemplare il valore dell’anima, da dove sia giunta

e verso chi debba orientarsi

e quale ne sia il movimento secondo ragione?

 Poiché esiste, come io fermamente ritengo

 e ho appreso da uomini saggi, una sorta di fluido divino

che ci viene dall’alto, interamente,

oppure l’intelletto, sua guida e signore.

Quest’unica cosa è per lui naturale:

levarsi in alto e congiungersi a Dio;

fissare, sempre e dovunque, ciò che appartiene al suo genere

senza cedere, schiavo, alle passioni del corpo

che verso la terra fluisce e in basso trascina,

 inviando dentro immagini di dolci errori,

e dei sensi la tenebra: l’anima, schiacciata,

è vinta, senza che la ragione l’aiuti,

e a poco a poco fluendo verso il basso discende.

 Ma se l’anima è dominata dalla ragione e,

come da una briglia, viene tratta indietro, ecco che forse

se il Verbo a poco a poco l’innalza,

giungerà presto alla sacra città celeste,

per realizzare desideri da tempo bramati,

oltrepassando ogni velo e gli enigmi

del mondo terreno, e quanto

in uno specchio appare il Bene,

ossia posare lo sguardo sul Bene in sé nudo

con la nuda mente, e potrà smettere allora di errare,

ricolma di quella luce che bramava di avere,

ottenendo in quel luogo il sommo fra i Beni.”

(Traduzione a cura di Francesco Tissoni)

                                                                                                                                 
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   mosaici_bizantino

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