Il rispetto dovuto al prossimo secondo Cicerone

di Edoardo Nespeca

Propongo di seguito un estratto dal “De officiis” di Cicerone che, prendendo spunto dal cosmopolitismo stoico, anticipa di fatto molti aspetti del concetto di fratellanza predicato dal cristianesimo, cioè quello di non fare del male al nostro prossimo. Le parole che Cicerone utilizza ci toccano profondamente anche e soprattutto a distanza di tanti secoli, oggi che questi ideali sono più che mai una rarità. C’è da riconoscere, per amor del vero, che Cicerone si limita soltanto a predicare un ideale di perfezione, senza poi far seguire alle parole un’effettiva applicazione (spesso infatti l’oratore romano si è smentito nella pratica del vivere quotidiano). Ma a Cicerone va almeno un minimo di comprensione: come si può vivere senza ideali?


21. Dunque, che un uomo sottragga qualcosa ad un altro e aumenti il proprio vantaggio con lo svantaggio di un altro è contro natura più della morte, della povertà, del dolore e di tutti gli altri mali che possono accadere al corpo o ai beni esterni. Ciò infatti mina alle basi la convivenza umana e la società: [se infatti saremo così disposti da spogliare o violare un altro a causa del suo guadagno, di necessità si disgrega quella che è soprattutto secondo natura, cioè il legame tra gli uomini].

22. Come se ciascun membro (umano) avesse una tale sensibilità, da pensare di poter star bene, coll’aver tratto a sé la salute del membro più vicino, sarebbe necessariamente indebolito e perirebbe l’intero corpo, così, se ciascuno di noi si appropriasse dei profitti degli altri e sottraesse quanto gli fosse possibile a ciascuno per il proprio guadagno, la società umana e la comunità necessariamente sarebbero sovvertite. Infatti che ciascuno preferisca acquistare per sé ciò che riguarda l’uso della vita anziché per un altro, lo si è ammesso, poiché non si oppone la natura; ma la natura non sopporta che con le spoglie degli altri aumentiamo le nostre sostanze, ricchezze e potenza. […]

25. Allo stesso modo è più secondo natura, per conservare ed aiutare – se possibile – tutte le genti, sobbarcarsi le più grandi fatiche e disagi, ed imitare il famoso Ercole, che la fama degli uomini, memore dei benefici ricevuti, collocò nel consesso degli dei; è molto meglio, dunque, tutto questo che vivere in solitudine non solo senza alcun affanno, ma anche tra i più raffinati piaceri, ricchi di ogni sorta di beni, sì da eccellere anche in bellezza ed in forza. Perciò ogni persona fornita di un’indole assai nobile e superiore, preferisce di gran lunga quella vita a questa; da ciò si deduce che l’uomo che obbedisca alla natura non può nuocere ad un altro uomo. […]

28. Vera la premessa, vera, dunque, la conseguenza. Infatti è certamente assurda quella frase che dicono alcuni, che essi non sottrarrebbero nulla al padre, o al fratello per il proprio vantaggio, ma che diverso è il criterio da seguire nei riguardi degli altri cittadini. Costoro pensano di non avere alcun vincolo giuridico o sociale, a causa dell’utile, con i propri concittadini, opinione, questa, che disintegra ogni società umana. Coloro, poi, i quali affermano che si deve avere considerazione per i concittadini, ma non per i forestieri, spezzano il comune vincolo sociale del genere umano, soppresso il quale, la beneficenza, la generosità, la bontà e la giustizia sono sradicate sin dalle fondamenta; e coloro che distruggono queste virtù devono essere giudicati empi anche verso gli dei immortali. Abbattono, infatti, proprio quella società stabilita dagli dei tra gli uomini, società il cui vincolo più saldo consiste nel ritenere che sia più contro natura che l’uomo sottragga all’uomo per il proprio vantaggio, piuttosto che subisca ogni danno o esterno o fisico o anche morale. La sola giustizia infatti è la signora e la regina di tutte le virtù.

– M.T. Cicerone, De officiis, III 21-22; 25; 28

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