Rivoluzione industriale : “first comers” e “late comers”. Il decollo industriale dell’Italia post-unitaria.

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Tra i Paesi che si son dovuti confrontare col problema di dover recuperare un ritardo, rispetto ai Paesi pionieri, nel momento del take-off industriale (problema già discusso in precedenti articoli, cui rinvio per una riflessione generale e per l’analisi del caso della Russia zarista), l’Italia si caratterizza per l’estrema diseguaglianza  nello sviluppo economico tra il nord e il sud del Paese. Non che il dualismo economico sia una caratteristica esclusivamente italiana, ma solo in Italia si presenta con una netta separazione tra una parte, il nord, che, pur con piccole aeree di discontinuità, si presenta globalmente come un insieme integrato ed aggiornato allo stato dell’arte del progresso economico, ed un’altra, il sud, globalmente e compattamente opaco rispetto allo stesso stato dell’arte. Altrove la discontinuità economica si presenta meno netta, a chiazza di leopardo, con isole di sviluppo irregolarmente sparpagliate su un territorio arretrato (la Russia ne è l’esempio più tipico), o con piccole aree cresciute attorno a grandi porti, interfaccia aperti alle economie più evolute, ma con, intorno, un vastissimo hinterland arretrato e dipendente (si pensi a Buenos Aires rispetto al resto dell’Argentina, o a Shanghai rispetto al resto della Cina).

La diseguaglianza sta già, ancor prima che nell’industria, nel diverso grado di sviluppo dell’agricoltura. Al nord sia la grande impresa di pianura che la piccola impresa colonica di collina presentano carattere intensivo nell’applicazione di capitale e lavoro, rappresentati, nel primo caso, rispettivamente, da proprietari con cospicue capacità imprenditoriali e di investimento e da grandi affittanze, nel secondo dalla diffusione di una grande coltura, quella del baco da seta, solidamente industriale sul piano del know-how e della rete di distribuzione a monte ed a valle dell’attività produttiva, ma agilmente microimprenditoriale nella fase cruciale della realizzazione del prodotto semilavorato, la seta greggia (un po’ diversa la situazione in Toscana, Umbria, Emilia, le aree della mezzadria, dove spesso l’applicazione intensiva alla fase produttiva concerne solo il lavoro e non il capitale). Al sud, invece, e per sud intendo già l’Agro romano, domina quasi ovunque il latifondo, con la sua applicazione estensiva di capitale e lavoro alla fase produttiva.

Quanto all’attività manifatturiera, al nord si presenta, al momento dell’unificazione nazionale, già abbastanza promettente e diversificata, con, eminentemente in vari distretti della fondamentale area prealpina, anche grazie al precoce sfruttamento dei corsi d’acqua come fonte di energia motrice, filature di cotone e lana che si affiancano alla lavorazione della seta, ed importanti nuclei di protosiderurgia alla base del primo slancio dell’industria meccanica (si pensi all’antica tradizione di lavorazione del ferro nel Bresciano, od alla cantieristica ligure), il tutto accompagnato, in una relazione di reciproco stimolo tra manifattura e finanza, da una rete bancaria già da tempo consolidata (Genova, Milano, Torino). Al sud, invece, supporto bancario e reti commerciali inesistenti. A parte piccole isole (il distretto serico di Messina, quello tessile nel Salernitano, e quello cartiero nella valle del Liri), solo un diffuso artigianato domestico esclusivamente  rivolto allo smercio locale, peraltro in connessione anche col diverso grado di sviluppo della rete ferroviaria e stradale (al momento dell’unità, circa 2000 km. di ferrovia al nord, poche decine al sud, sarà proprio le Stato unitario a portare al sud i binari, costruendovi, nei primi 25 anni post-unitari, 4000 km. di linee, peraltro lasciando invariato il gap col centro-nord, dove, nello stesso arco di tempo, se ne costruirono 8000).

Peraltro, prima dell’unità, non è che vi fosse tutta quest’esigenza di una rete ferroviaria e stradale che collegasse il nord al sud, visto che l’uno commerciava essenzialmente con l’Europa, l’altro, peraltro solo come esportatore di derrate agricole e, molto più modestamente, minerarie, col resto del mondo. L’unificazione commerciale ed amministrativa è appunto il compito principale dello Stato unitario, e non si tratta, finanziariamente, di compito da poco, viste le spese già sopportate per le guerre d’indipendenza. Le finanze pubbliche rimasero infatti in cronico deficit fino al 1876, la bilancia dei pagamenti in disavanzo per decenni, la lira, dal 1866 al 1881, deprezzata rispetto alla parità aurea, a causa del corso forzoso imposto alla cartamoneta. Solo la restaurazione finanziario-monetaria, tra 1876 e 1881, consentirà, insieme alle misure protezionistiche del 1878 e del 1887, il riequilibrio della bilancia commerciale ed un più cospicuo afflusso di capitali stranieri. L’impegno alla modernizzazione dei governi unitari, dunque, consiste essenzialmente nel creare condizioni finanziarie, amministrative, infrastrutturali, favorevoli allo sviluppo economico, ma astenendosi da interventi diretti (per i quali, peraltro, mancavano comunque i mezzi), lasciando quasi tutto all’iniziativa privata (quindi cristallizzando la differenza tra aree dove essa esisteva ed aree dove mancava). L’ideale che muove l’èlite politica italiana fino agli anni ’80 è essenzialmente civile, di aggiornamento dell’Italia alla civiltà europea, la  politica di potenza, motore fondamentale della prima industrializzazione di molti Paesi arretrati, restando ancora in secondo piano, almeno fino al periodo crispino ed alla successiva reazione allo schiaffo di Adua. L’iniziativa diretta statale si manifesta infatti solo negli anni ’80 con l’impulso alla cantieristica (legge Boselli del 1885, volta a rilanciare un settore che si era fatto trovare impreparato dal passaggio dalla vela e dal legno al vapore ed al ferro) e con l’impianto, nel 1884, delle acciaierie Terni, nucleo di una siderurgia nazionale peraltro penalizzata dalla scarsissima dotazione italiana di carbone e ferro.

Negli anni Settanta e buona parte degli Ottanta, dunque, sull’abbrivio di quanto già esisteva prima dell’unità, lo sviluppo industriale riguarda soprattutto il settore tessile, e le industrie meccaniche ad esso legate, con la lenta aggiunta di una produzione di beni di consumo rivolta al mercato nazionale, peraltro ancora limitato alle aree urbane ed al nord, il resto del Paese non essendo ancora in grado di acquistare quasi nulla. Trattasi di un periodo di lenta crescita, che, proprio quando pare sul punto di decollare davvero, intorno al 1890, grazie ai succitati primi interventi economici statali diretti ed all’affiorare delle prime ambizioni di potenza militare, si vede tarpare momentaneamente le ali dalla crisi edilizia, e conseguentemente finanziaria (Banca Romana, in primis), dei primi anni ’90.

Comunque, pur in un contesto ancora incerto, a metà degli anni ’90 il bilancio dell’industrializzazione italiana non è negativo. Il settore tessile, soprattutto quello serico, ma anche quello cotoniero, che gli si va affiancando, assicura, con le sue esportazioni, un’importante flusso di valuta estera, oltre ad incentivare i settori meccanici collegati, la siderurgia ha finalmente cominciato a produrre acciaio, il prezzo del carbone è in forte calo sui mercati internazionali, grazie anche alla sensibile riduzione dei noli marittimi, avvantaggiando l’Italia, paese importatore, i trafori alpini hanno inserito nel contesto europeo la rete ferroviaria nazionale, le banche, anche grazie alla crisi degli istituti meno efficienti, si sono consolidate, Milano ha strappato a Lione il ruolo di prima piazza serica europea, sta nascendo un mercato interno che, anche grazie alle tariffe protezionistiche, sostenta la nascita di una prima diversificazione industriale finalizzata alla produzione di beni di consumo. Si erano create le premesse per poter partecipare, con una vistosa accelerata nello sviluppo economico che andrà a costituire la prima vera rivoluzione industriale italiana, al momento favorevole nella congiuntura economica internazionale, con una fase di prezzi crescenti dei prodotti industriali, che si schiude a partire dal 1896.

Tra i problemi che, tradizionalmente, si pongono in una fase iniziale di forte industrializzazione, vi è quello del possibile sensibile peggioramento dei conti con l’estero, dovuto alla cresciuta esigenza di importazione di materie prime, fonti di energia e beni di investimento non, o non ancora, prodotti dall’economia nazionale, e di derrate agricole volte a nutrire il crescente proletariato urbano sottratto alla produzione agricola nazionale, con possibile forte calo della stessa. In entrambi i casi, la risposta italiana è buona, grazie allo sfruttamento del “carbone bianco”, attraverso il notevole sviluppo della tecnologia del trasporto a distanza dell’energia  idroelettrica, ed all’incremento della produttività agricola, che riesce a contenere l’aumento delle importazioni alimentari (anche se, per il futuro, già si può prevedere una seria difficoltà nell’approvvigionamento di cereali e carne). La manifattura serica, le cui esportazioni toccano il loro auge nel 1907, dopo comincia a declinare, pur mantenendo un buon livello di esportazioni, in quanto lo stesso “ciclo del prodotto” (trasferimento di produzioni non molto avanzate tecnologicamente verso Paesi di ultima industrializzazione, il cui basso costo produttivo non è, in questo caso, inficiato dal ritardo tecnologico) che aveva favorito il trasferimento della produzione, nella seconda metà dell’Ottocento, dalla Francia all’Italia, ora ne favorisce la dislocazione ulteriore verso il Giappone, ma il tutto è ampiamente compensato dal boom delle esportazioni della manifattura cotoniera, che diventa la punta di diamante della nostra industria tessile.

Il saldo della bilancia dei pagamenti resta comunque negativo, con un deficit che anzi va crescendo a partire dal 1906, ma qui intervengono, a riequilibrare i conti con l’estero, le rimesse degli emigranti. A partire dal 1887, infatti, con un crescendo che proprio nel 1906 toccò l’acme di oltre 500.000 espatri, si era messo in moto, soprattutto dal sud, un gigantesco fenomeno migratorio verso le Americhe. Fu con la massiccia formazione di risparmi di lavoro all’estero, e col loro trasferimento in Italia, assolvendo la doppia funzione di valuta pregiata riequilibrante i conti con l’estero e di disponibilità interna per le banche, che il Mezzogiorno, in modo singolare e drammatico,  entrò per la prima volta effettivamente nel processo di sviluppo industriale italiano, dando un contributo prezioso (e poco importa che, in termini tecnici, le rimesse degli emigranti, non avendo a che fare con l’import-export di prodotti, nella formazione della bilancia dei pagamenti siano definite “partite invisibili”).

Intanto, grazie alla più ampia diffusione del risparmio presso stati più diffusi della popolazione, alla cresciuta fiducia nel futuro industriale del Paese, ed al declino dei rendimenti dei titoli pubblici, legato all’aumentata solidità finanziaria dello Stato, al tradizionale autofinanziamento delle imprese si va accompagnando il crescente ricorso alla collocazione di azioni in Borsa, che travalica gli ambiti in cui era nato (trasporti, banche, assicurazioni), per coinvolgere un po’ tutti i settori produttivi, anche grazie all’attività di un nuovo tipo di banca d’affari (esempio tipico la Banca commerciale italiana), impiantatosi in Italia su iniziativa tedesca, sollecitata da Crispi, favorita dallo spazio vuoto lasciato dalla crisi bancaria dei primi anni ’90. Questo nuovo tipo di banca promuove nuove attività industriali, soprattutto nei settori idroelettrico e siderurgico, sia con la trasformazione dei depositi a breve, da essa raccolti, in prestiti per investimenti, sia incoraggiando la sottoscrizione azionaria e gli accordi tra grandi detentori di capitali.

Due sono i versanti dello sviluppo industriale italiano. Il primo, favorito dal fenomeno già descritto del “ciclo del prodotto”, che rende certe produzioni non più convenienti per i Paesi tecnologicamenti più avanzati, è il settore dell’industria tessile (serica, cotoniera, laniera), il cui valore aggiunto, secondo il censimento industriale del 1911, è di circa il 20% del totale dell’industria manifatturiera, impiegando un terzo del totale degli operai impiegati nel settore manifatturiero (estendendo il conteggio a tutto il settore delle industrie di trasformazione di prodotti agricoli, si arriva ad una percentuale del 60% sul totale del settore manifatturiero, sia come valore aggiunto che come personale impiegato).

Dall’altro si sviluppano settori tecnologicamente più aggiornati, come i già accennati casi dell’idroelettrico (anche se ai grandi investimenti non si accompagna un analogo sviluppo dell’industria del macchinario elettrico, per il quale si ricorre ancora alle importazioni, soprattutto dalla Germania) e del siderurgico (quest’ultimo reso possibile solo dalle tariffe protezionistiche, compensanti il maggior costo dell’acciaio italiano rispetto alla media internazionale, dovuto all’assenza di giacimenti di litantrace, alla dispersione geografica degli impianti, ed all’arretratezza della tecnologia). Il più alto prezzo dell’acciaio sul mercato italiano nuoce all’industria meccanica (ed infatti non manca chi vede un vantaggio nella rinuncia al protezionismo, e quindi anche ad una siderurgia nazionale, ma, ovviamente, qui entrano in gioco le valutazioni della politica di potenza che tanto incidono nel modificare le scelte che si prenderebbero in base a calcoli meramente economici), ma, nonostante questo, l’industria meccanica italiana riesce a non farsi trovare impreparata dalla comparsa di alcune nuove produzioni (si pensi alle automobili ed alle macchine da scrivere) destinate ad un futuro importante.

Quanto alle forme dell’insediamento industriale, esse non presentano grandi novità (quindi resta consolidato il divario tra nord e sud): moderne agglomerazioni diversificate intorno ad alcuni grandi centri, come Milano e Torino; poi numerose aree a industria diffusa, prevalentemente tessile, su uno sfondo ancora agricolo, col quale la manodopera industriale resta legata da rapporti misti; infine qualche grande impianto isolato, per lo più siderurgico, come quelli di Terni e di Piombino, con poco fecondo rapporto con l’ambito territoriale.

Quanto infine all’aspetto del profilo ciclico dello sviluppo industriale italiano, si riscontra una fase di crescita accelerata, con tassi annui crescenti, fino al picco del 1907, e poi una fase di assestamento, di espansione più rallentata, con le crisi settoriali e le tensioni sociali tipiche di uno sviluppo accelerato e squilibrato. Tutti problemi, questi, che la Grande Guerra, nella mente di taluni suoi fautori, dovrebbe risolvere, e che invece finirà con l’aggravare drammaticamente, coi ben noti esiti di conflittualità economica, sociale e politica, che porteranno al fascismo.

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