“Salò o le 120 giornate di Sodoma”: l’enigmatica critica di Pasolini alla società

di Lamponi Roberto– “Salò o le 120 giornate di Sodoma” è stato non solo l’ultimo film scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini, ma sicuramente il più sconvolgente e complicato da decifrare. Ad aumentare l’alone di mistero che aleggia intorno a questa pellicola è il fatto che, durante la lavorazione del film, alcune bobine sono state rubate per poi esser chiesto un riscatto (vicenda che alcuni collegano con l’assassinio di Pasolini stesso). Come già detto in precedenza “Salò” risulta enigmatico e di difficile interpretazione. L’utilizzo di scene molto forti, che a tratti diventano quasi insostenibili, alimenta ancora oggi un forte dibattito tra chi sostiene sia vero cinema e chi invece riduce tutto a una “messinscena della perversione sessuale pasoliniana”. E’ innegabile che in tutto il film, talvolta, il confine tra fare arte creando scandalo e fare scandalo creando arte è veramente molto labile. Ma, secondo me, il luogo comune di non doversi mai fermare alle apparenze calza proprio a pennello quando si parla di “Salò”; e di Pasolini in generale.

Osservando e studiando i dettagli, le allegorie o i messaggi indiretti e nascosti delle diverse scene, possiamo infatti dedurne alcune considerazioni di estrema importanza che trovano la sintesi in un solo e vero obiettivo: criticare la società. D’altronde oltre ad ispirarsi a Dante per la struttura dei gironi infernali, lo scrittore bolognese trae ispirazione nientemeno che dal marchese De Sade ,autore di diversi classici della letteratura erotica (tra cui “Le 120 giornate di Sodoma”), estremo sostenitore del libertinismo e di comportamenti sessuali trasgressivi oltre ogni limite. Pasolini ambienta la trama ai tempi della Repubblica Sociale Italiana in cui quattro “Signori” ovvero il Duca, l’Eccellenza, il Monsignore e il Presidente ordinano alcuni rastrellamenti per avere a disposizione ragazzi e ragazze scelti, per poi sottoporli alle loro sevizie e alle loro perversioni sessuali più sfrenate. In questo articolo però non mi soffermerò sulla trama ma cercherò di dare una personale interpretazione di alcune scene e in generale dell’intero film. Innanzitutto è doveroso soffermarsi su un motivo ricorrente: il corpo. Frequenti infatti sono le scene in cui sono rappresentati corpi completamente nudi sia singoli, sia durante rapporti sessuali sia durante le varie sevizie e torture subite dalle giovani vittime. Lo scopo principale di questa “ossessione” può essere collegato all’idea di fondo di Pasolini riguardo la mercificazione del corpo umano in una società che intravedeva trasformarsi in una sorta di “dittatura del consumo”. Una società che intende il corpo umano come semplice merce, che ridimensiona e quasi inibisce il ruolo dell’amore come “momento di vita”. La stessa selezione compiuta per scegliere le ragazze da trasferire nella magione avviene osservando e analizzando le forme di una di esse: come una merce qualunque da comprare al mercato. Inoltre in una scena una coppia viene sorpresa ad amoreggiare (azione severamente vietata e segnalata nel Libro delle Punizioni), venendo così fucilata sul posto. Il pugno chiuso alzato, gesto notoriamente comunista, così come la già menzionata ambientazione negli ultimi anni del Fascismo in Italia e la presenza stessa di alcune guardie repubblichine, hanno sì il valore di mettere in risalto i contrasti tra partigiani e fascisti ma consente all’autore anche di trasferire indirettamente i connotati dittatoriali del regime alla società “chiusa” in cui egli stesso vive. Una società in cui i quattro Signori rappresentano la corruzione e i vizi delle istituzioni di appartenenza ,che sevizia in ogni momento e in ogni luogo, che sottomette i giovani come cani addomesticati, costretti a “mangiare la merda” che gli viene proposta fino a non respirare. Per non parlare poi dei “bocconcini” all’apparenza innocui ma che nascondono chiodi e che vengono fatti mangiare a forza alle vittime. E nel volto della ragazza che mastica con la bocca devastata e ferita dai chiodi nascosti, appaiono inizialmente dolore e lacrime ma poi anche consapevolezza e,nonostante ciò, continua a masticare: ha abbandonato la propria dignità e si è lasciata andare al proprio destino,ai dettami dei Signori, del regime, della società.

Infine, l’ultima scena risulta essere una delle più difficili da interpretare. Mentre in un cortile al di fuori della villa alcuni ragazzi vengono sottoposti a sevizie di vario tipo (qualcuno viene impiccato,ad altri vengono cavati gli occhi e tagliata la lingua ecc..), i Signori a turno osservano queste scene da una finestra relativamente vicina al luogo delle esecuzioni e che dà proprio sul cortile. E, mentre se ne stanno seduti a guardare, usano anche un binocolo: mentre mettono a fuoco le torture sembrano quasi preoccuparsi per poi ridere o perdersi in futili conversazioni. Addirittura due ragazzi,col ruolo di guardie,attendono annoiati la fine delle esecuzioni e, per ingannare il tempo, accendono una radio per sentire un po’ di musica e improvvisare qualche passo di danza. Secondo me, qui è possibile vedere la metafora terrificante del rapporto tra soggetti assuefatti e televisione. I Signori guardano le atroci sofferenze dei ragazzi da una postazione vicina (la finestra) ma usano uno strumento che permette di avvicinare le cose da lontano (il binocolo). Non è esattamente ciò che riesce a compiere la televisione? Una sorta di convergenza spazio-temporale che, nonostante la distanza fisica dalle sofferenze che ci vengono mostrate (ad esempio dai telegiornali), ci fanno avvicinare emotivamente e mentalmente ad esse. Ma poi tutto torna tranquillo, si cambia canale come bere un bicchier d’acqua, annoiati e spensierati come i ragazzi appena citati, magari con qualche risata.

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