Contro i valori universali

di Massimiliano Vino

La vita umana è una continua germinazione di verità; verità stabilite a posteriori e solamente dopo che un certo retroterra culturale le ha prodotte ed alimentate. Con il tempo la cosiddetta civiltà occidentale ha sostituito alle verità contingenti precedenti, alle religioni, alle tradizioni, altre verità contingenti le quali si sono inizialmente affiancate ad un processo di demolizione del concetto di dogma, per trasformarsi a loro volta in dogmi.

L’Europa degli imperi coloniali, del triangolo commerciale nell’Atlantico, di una primordiale rete di scambi globale e dei crescenti discorsi intorno alla ragione dell’uomo; questa Europa, che era l’Europa del ‘700, è il retroterra in cui è maturato il concetto dei “diritti universali dell’uomo”. L’età dei lumi ha imposto un modello. Da quel momento qualsiasi pur lieve tentativo di scardinare tale modello è risultato vano. Libertà, democrazia e diritti civili sono diventati i presupposti imprescindibili per ogni civiltà definibile “evoluta”. Questi concetti però hanno senso soltanto nel contesto di maturazione e non è detto che ne abbiano nel resto del mondo.

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Si può imporre tutto questo a tutti gli uomini e le donne della Terra?

Si tratta di un rigurgito colonialista. L’Occidente si sente ancora portatore dell’unico modo “civile” di vedere il mondo, un modo statunitense, illuminista, pseudo-progressista, che non ha i caratteri dell’ipocrisia, tutt’altro, ma è piuttosto l’effetto di una educazione indirizzata e formalmente intrisa di una ben precisa ideologia.

D’altra parte è proprio l’istruzione obbligatoria a produrre tutto questo, ne è quasi una conseguenza necessaria, poiché l’istruzione obbligatoria è per sua natura indirizzata. Spacciare valori ha però lo stesso valore di una propaganda nazionalista, di una formazione scolastica mirante al culto del capo. Il “capo” in questione oggi non è un Mussolini, un Hitler o uno Stalin, ma sono la democrazia, la libertà e i diritti cosiddetti universali di matrice post-illuministica.

C’è davvero qualcosa, prodotto dall’uomo, ad avere un valore universale?

Con quale presunzione ognuno di noi può ritenere un proprio valore valido o peggio ancora superiore rispetto ad altri valori?

Se un valore si innesta in un retroterra che non lo ha partorito, potrebbe anche verificarsi una reazione.

E’ quanto avvenuto ad esempio in Iran nel 1979: la rivoluzione iraniana è un chiaro esempio della presa di coscienza di un popolo rispetto alla propria perdita d’identità.

L’Iran dei veli strappati a forza alle donne, del divieto di portare i costumi tradizionali, del tentativo di distruggere dalle fondamenta le basi tribali del Paese, fu sostituito dall’attuale Repubblica Islamica.

FILE - In this Dec. 10, 1978 file picture, demonstrators hold up a poster of exiled Muslim leader Ayatollah Khomeini during an anti-shah demonstration in Tehran at the Shayah monument which was built to commemorate the monarch's rule and symbol of his power. The popular revolt against the shah raised alarm bells in the West, which saw the shah as a trusted ally and counterweight to hard-line Arab regimes and Palestinian radicals. The face of the revolution was Ayatollah Ruhollah Khomeini, whose demeanor, vehemently anti-American rhetoric and stern interpretation of Islam challenged not only Western interests but also Western values. (AP Photo/Michel Lipchitz)

Una rivoluzione probabilmente più sensata delle cosiddette “primavere arabe” frutto di manipolazioni crescenti da parte dell’Occidente. I Pahlavi, gli Shah che volevano rendere l’Iran un Paese occidentale ne divennero gli oppressori. La stessa cultura occidentale, impiantata con una violenza inaudita (per certi versi simile alla violenta espansione, per mezzo delle guerre napoleoniche, dei “valori” rivoluzionari), divenne una cultura dispotica. E fu nel passato che il popolo iraniano dovette riscoprirsi.

Non potendo emigrare in massa, il popolo intraprende una migrazione nel tempo anziché nello spazio e fa ritorno a un passato che, paragonato ai dolori e ai pericoli della realtà circostante, gli appare un paradiso perduto.                                             (R. Kapuscinski Shah-in-shah, pag 135)

L’Occidente è passato dall’esportazione della civiltà all’esportazione della democrazia. L’altro, l’indigeno, in entrambi i casi non esiste. Siamo come gli spagnoli che rifiutarono in toto le ragioni dei cannibali aztechi e si limitarono a sterminare i mangiatori di uomini e a distruggere secoli di testi e di cultura.

L’Occidente non ha mai compreso l’altro; per formazione non siamo capaci di comprenderlo e anche un sincero tentativo in questo senso finisce spesso per scadere in considerazioni di presunta superiorità e nel pregiudizio.

Ci vantavamo di essere i più civili e oggi ci vantiamo di essere i più liberi.

Cosa è cambiato, in fondo? Sono cambiati i contenuti, o forse nemmeno questi, la convinzione e il piglio di superiorità sono rimasti intatti. Un uomo occidentale dell’’800 credeva nella missione civilizzatrice e si sentiva soddisfatto delle proprie considerazioni, almeno quanto oggi un occidentale si vanta dei propri diritti universali.

A questo però sarebbe inutile tentare di tornare indietro: ciò è stato possibile in Iran e forse sarebbe stato possibile anche in Europa. Attualmente però è impossibile una reazione all’universalismo, perché ormai la varietà dei retroterra culturali europei, i quali avevano prodotto altre forme di “verità” altrettanto valide, è stata intaccata ed avvilita.

Conviene rassegnarsi, allora, ed appellarsi dove possibile alle poche fondamenta, costruite o imposte a noi dall’educazione, senza soffermarsi sulla loro veridicità, consapevoli del valore puramente illusorio di ogni costruzione umana. Tenendo presente che l’uomo ha bisogno di illudersi dell’universalità dei propri valori per vivere decentemente.

A questo proposito, a chiudere questa breve riflessione, citerò un breve passo tratto dal saggio “Il materialista oggi” dello scrittore americano Howard Phillips Lovecraft:

E’ dimostrazione di maggiore sensibilità accettare semplicemente l’universo così com’è, e farla finita. Tutto è illusione, vuoto e nulla, ma cosa importa? Le illusioni sono tutto ciò che abbiamo, e dunque fingiamo pure di aggrapparci a loro; esse presentano valori drammatici e confortanti di sensazioni di finalità a cose che in realtà sono senza valore e senza scopo: tutto ciò che si può fare logicamente è lasciar scorrere placidamente e cinicamente la nostra vita, secondo schemi tradizionali artificiali che l’ereditarietà e l’ambiente ci hanno trasmesso. Rimanendo fedeli a queste cose, si avranno maggiori soddisfazioni dalla vita.

Quest’opera di riflessistorici.com è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.

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