“Lettera a un bambino mai nato”: dare o negare la vita?

di Lamponi RobertoDare o negare la vita? E’ giusto “costringere” un figlio ad essa? Siamo veramente così egoisti da poter decidere noi di farlo crescere tra le sofferenze di questo mondo?

Già nel De Rerum Natura di Lucrezio, precisamente nel V libro (vv.222-227), è possibile ritrovare un accenno riguardante il mistero della nascita legato al tema della sofferenza:

” E inoltre, il bimbo, come un navigante gettato sulla riva da onde furiose, giace a terra nudo, incapace di parlare, bisognoso d’ogni aiuto per vivere, appena la natura lo fa uscire con sforzi fuori dal ventre della madre alle rive della luce, e riempie il luogo di un lugubre vagito, come è giusto per uno che nella vita dovrà passare per tanti mali”.

Se Lucrezio però inserisce questa riflessione nel ben più generale discorso della storia dell’umanità e del processo evolutivo dell’uomo, molti secoli dopo è il recanatese Giacomo Leopardi che constata questa condizione nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” (vv. 39-49):

Nasce l’uomo a fatica,

Ed è rischio di morte il nascimento.

Prova pena e tormento

Per prima cosa; e in sul principio stesso

La madre e il genitore

Il prende a consolar dell’esser nato.

Poi che crescendo viene,

L’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre

Con atti e con parole

Studiasi fargli core,

E consolarlo dell’umano stato”.

Il dolore caratterizza tutta l’esistenza umana ed è causato dalla predisposizione stessa dell’uomo: del suo pensare, del suo anelare all’infinito e di non accontentarsi mai. E in particolar modo l’esser nato e appartenere al genere umano sono condizioni degne di pietà e consolazione  da parte dei genitori nei confronti del figlio. Già alla nascita il neonato rischia di morire ed è subito messo alla prova con la sofferenza; testimoniata dal pianto visto come segno di angoscia e tormento.

Ma per rispondere, o anche per avvicinarsi ad una risposta, era necessario scendere in profondità, immedesimarsi e soprattutto “sentire”. E chi poteva sentire se non una donna? E’ infatti con “Lettera a un bambino mai nato” che Oriana Fallaci analizza e mette nero su bianco tutti quei interrogativi elencati in precedenza. E non solo li analizza, ma li filtra attraverso le ansie e le preoccupazioni di una donna incinta. Seppure nel libro è possibile ritrovare diversi caratteri biografici dell’autrice, Oriana non dà particolari informazioni riguardo la protagonista del racconto di cui infatti non svela né il nome né l’età.  Il suo obiettivo infatti era quello di scrivere un libro che avesse una specie di valore universale, un libro “scritto da una donna per tutte le donne”. Il tema fondamentale  consiste nel ritenere se sia giusto o meno decidere di mettere al mondo un bambino, che non ha possibilità di scelta, soltanto per una nostra decisione che lo esporrà alle sofferenze della vita. Da questo dilemma e da molti altri dubbi nasce quindi una sorta di monologo/dialogo tra la donna e il proprio bambino:

E se nascere non ti piacesse? E se un giorno tu me lo rimproverassi gridando:” Chi ti ha chiesto di mettermi al mondo?”. La vita è una tale fatica,bambino. E’ una guerra che si ripete ogni giorno, e i suoi momenti di gioia sono parentesi brevi che si pagano un prezzo crudele. Come faccio a sapere che non sarebbe giusto buttarti via, come faccio a intuire che non vuoi essere restituito al silenzio? Non puoi mica parlarmi”.

 

Da queste prime righe quindi l’autrice esprime una visione negativa riguardante la nascita del bambino che ha appena appreso di portare in grembo. Notizia quest’ultima che crea confusione e preoccupazione nella donna, tanto da mescolare “pro” e “contro”, visione negativa e visione positiva ma da cui possiamo ricavare il ritratto di una gravidanza vissuta come una scelta personale e responsabile e non assolutamente come un dovere. Confusione,abbiamo detto, che soltanto poche righe dopo fa propendere la protagonista più verso il “nascere” che il “non nascere”. Alle motivazioni delle donne che preferiscono non partorire per non esporre il proprio bambino alle sofferenze del mondo, risponde:

“E negano la speranza che la sua fame sia saziata, che il suo freddo sia scaldato, che il rispetto e la fedeltà gli siano amici, che viva a lungo per cercare di cancellare le malattie e la guerra. Forse hanno ragione loro. Ma il niente è preferibile al soffrire? Io perfino nelle pause in cui piango sui miei fallimenti, le mie delusioni, i miei strazi, concludo che soffrire sia da preferirsi al niente. E se allargo questo alla vita, al dilemma nascere o non nascere, finisco con l’esclamare che nascere è meglio di non nascere”.

Il racconto prosegue con i diversi controlli tenuti dal medico e con le problematiche legate al suo compagno. Ma, l’autrice si sofferma su altri temi molto importanti come ad esempio le difficoltà nel coniugare il lavoro e la maternità. Impegni,curiosità,vita professionale: è giusto sacrificare una vita già compiuta con una ancora da compiersi?

Inoltre, la futura mamma fantastica circa il sesso del proprio bambino. L’autrice qui pesa i vantaggi e gli svantaggi dell’essere uomo e dell’essere donna. Desidera che sia donna perché un giorno riesca a capire il dramma esistenziale che adesso ella sta provando. Ma la femminilità comporta una serie di svantaggi, in questo mondo “fabbricato dagli uomini per gli uomini”, in cui si “dice uomo per dire uomo e donna, bambino per dire bambina e bambino”:

“E’ un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida che non annoia mai. Avrai tante cose da intraprendere se nascerai donna. Per incominciare, avrai da batterti per sostenere che se Dio esistesse potrebbe anche essere una vecchia coi capelli bianchi o una bella ragazza. Poi avrai da batterti per spiegare che il peccato non nacque il giorno in cui Eva colse una mela: quel giorno nacque una splendida virtù chiamata disubbidienza. Infine avrai da batterti per dimostrare che dentro il tuo corpo liscio e rotondo c’è un’intelligenza che urla d’essere ascoltata”.

Se sarà uomo, invece, molte umiliazioni gli saranno risparmiate ma in compenso:

“Avrai muscoli più saldi i chiederanno di portare fardelli più pesanti, ti imporranno arbitrarie responsabilità. Poiché avrai la barba rideranno se tu piangi e perfino se hai bisogno di tenerezza. Poiché avrai una coda davanti, ti ordineranno di uccidere o essere ucciso alla guerra. […]Se nascerai uomo, spero tu diventi un uomo come io l’ho sempre sognato: dolce coi deboli, feroce coi prepotenti, generoso con chi ti vuol bene, spietato con chi ti comanda”.

E’ per questo che alla fine, Oriana mette in risalto la parola “persona”, una “parola bellissima” che non mette alcun limite tra uomo  e donna ma che risalta l’individuo in sé e per sé.

Comunque il nodo centrale di tutto il libro è rappresentato dal processo che l’autrice immagina avvenire dopo la perdita del figlio. Alla presenza dei genitori, del medico, della dottoressa,del datore di lavoro e del figlio, ormai cresciuto, a cui spetta emettere la sentenza finale nei confronti della donna e della sua coscienza, rinchiuse e disperate dietro le sbarre di una gabbia.

Per concludere riporto qui di seguito la dedica di Oriana Fallaci in “Lettera a un bambino  mai nato”.

        A chi non teme il dubbio

a chi si chiede i perché

senza stancarsi e a costo

di soffrire di morire

A chi si pone il dilemma

di dare la vita o negarla

questo libro è dedicato

da una donna

per tutte le donne.

Oriana Fallaci

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One thought on ““Lettera a un bambino mai nato”: dare o negare la vita?

  • Mi piace moltissimo questo articolo…mi sono sempre posta la domanda con un continuo dubbio..e’ giusto o non è giusto ma le tante risposte non mi …….

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