Rivoluzione industriale: “first comers” e “late comers”. Il decollo industriale del Giappone Meiji. Riflessioni conclusive.

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Anche il decollo industriale giapponese, come quello russo esaminato in un precedente capitolo di questa analisi dei problemi affrontati dai Paesi a sviluppo capitalistico ritardato, nasce da uno shock esterno, con conseguente reazione modernizzatrice da parte delle élite interne, finalizzata al mantenimento della propria ragion d’essere, nel quadro di una salvaguardia dei valori tradizionali che lo presupponevano, ma in un contesto attualizzato allo stato dell’arte del progresso economico e politico internazionale. Ma il tipo di shock, e la situazione ad esso antecedente, sono ben diversi : l’impero zarista reagisce alla perdita dell’egemonia internazionale acquisita con le guerre napoleoniche, nella speranza di recuperarla, il Giappone reagisce difensivamente ad una minaccia di colonizzazione incombente, dopo la guerra dell’oppio, su tutto l’Estremo Oriente. L’élite giapponese, a differenza di quella cinese, non subisce passivamente il diktat liberoscambista imposto, nel suo caso, dal trattato di Kunegawa (1853) sollecitato dai cannoni del commodoro Perry, ma riesce a darne un’interpretazione orientata sull’interscambio, tale da non fare del Giappone una colonia economica dei Paesi più avanzati, privilegiando nelle importazioni, ai beni di consumo, macchinari, semilavorati e materie prime, e, nelle esportazioni, quei manufatti che presentino minori difficoltà tecnologiche e maggiori facilità di ingresso sui mercati internazionali (principio del “ciclo del prodotto” già esaminato in un precedente capitolo).

La restaurazione Meiji (1868) vede un blocco di forze tradizionali riesumare la figura dell’imperatore, simbolo della tradizione nazionale emarginato nell’era Tokugawa, per farne il punto di coagulo di una rivoluzione dall’alto mirata ad occidentalizzare il Paese, con paradosso solo apparente, per salvarne i valori fondanti proprio dal rischio di dissolversi nel crogiuolo della cultura occidentale. Da un lato si edifica, con la costituzione del 1889,  uno Stato accentrato di tipo occidentale, sul modello tedesco, cioè con una rappresentanza elettiva ma dai poteri limitati, dall’altro si promuove l’industrializzazione, con l’intervento statale diretto nei settori (miniere e siderurgia) più rilevanti per le esigenze di difesa militare, e con la creazione, nel 1870, di un ministero dell’Industria concepito come agenzia pubblica con una funzione “pedagogica” volta a favorire l’iniziativa privata, formando una classe imprenditoriale moderna, negli altri settori industriali (tessile, edilizio, alimentare, chimico). L’alto onere finanziario dell’investimento non è però compensato dai risultati, per cui, per i settori non connessi alle esigenze militari, nel 1880 si cambia completamente rotta, vendendo a privati, a condizioni di favore, le imprese statali. Si passa dallo Stato imprenditore allo Stato che interviene indirettamente con una funzione di indirizzo preferenziale tra i vari settori, intervento che si esprime (diversamente, e perfino più modernamente, in chiave liberoscambista, rispetto ai contemporanei Paesi occidentali) utilizzando più la leva degli incentivi finanziari che non quella del protezionismo doganale. Proprio questa commistione di pubblico e privato, questa combinazione di interessi tra politici, burocrati ed imprenditori privati, coi suoi vantaggi (agilità del rapporto tra le esigenze della machina statale e quelle dell’iniziativa privata) e svantaggi (corruzione), viene ad essere il contributo più originale del Giappone, successivamente imitato da altri Paesi, alla storia del capitalismo, avendo creato, tra l’altro un modello di conglomerati finanziari (zaibatsu) con funzioni di capofila per imprese industriali operanti nei più svariati settori, che ancor oggi domina la scena economica giapponese, e verso il quale si sono evolute in seguito anche altre economie (anche qui con tutti i risvolti, positivi e negativi, che la commistione tra banche e industria comporta). Non è irrilevante notare come i rapporti tra le varie branche delle zaibatsu non siano cementati da contratti giuridici, bensì da vincoli  fondati sui valori tradizionali dell’etica interpersonale giapponese.

Al volgere del secolo, peraltro, i risultati sono ancora modesti. Il settore trainante resta quello tessile, ed in particolare quello cotoniero, basato sull’esportazione di filati realizzati in imprese moderne, più che quello serico tradizionale, ancora basato su imprese familiari e sull’esportazione del prodotto greggio. La siderurgia copre meno della metà del fabbisogno nazionale, la meccanica è ancora tecnologicamente arretrata, la cantieristica produce solo piccole navi destinate al traffico costiero, i trasporti internazionali dai porti giapponesi restando in mano a flotte straniere, col conseguente deflusso di denaro verso l’estero per il pagamento dei noli.

Il ritardo rispetto alla Russia è evidente. Lì lo stimolo all’industrializzazione, in chiave di politica di potenza,  era nato già nel 1853, dopo l’umiliante sconfitta in Crimea, qui nasce quarant’anni dopo, e come reazione ad una vittoria, quella sulla Cina nel 1895, accompagnata peraltro dalla frustrazione, simile a quella derivante da una sconfitta, causata dal vedersi imporre da Russia, Francia e Germania, la restituzione alla Cina di parte dei territori che questa aveva ceduto con un trattato sottoscritto, sia pur da perdente, in forme consoni ai dettami della diplomazia occidentale. Dal 1853 al 1895 la politica estera e militare giapponese, e quella industriale che la supporta, si accontenta di difendere l’indipendenza nazionale e, successivamente, di espandere la propria influenza in un ambito limitato alla Corea ed al nord della Cina, tale da non disturbare le esigenze imperialistiche delle potenze occidentali, volte, nell’idea dell’èlite nipponica, ad obiettivi più stimolanti, né la loro “sensibilità” civile, per soddisfare la quale si riteneva bastasse attenersi alle regole del bon ton diplomatico occidentale.

E invece no! Se si vuole giocare al tavolo dei grandi, bisogna esser grandi, e si può farlo solo grazie all’industria pesante. Dal 1895 al 1913 la produzione di carbone quadruplica, quella di ghisa decuplica, quella di acciaio, peraltro ancora scarsa, comunque si scolla dal quasi zero del ’95, quella di navi moderne quintuplica, la rete ferroviaria quadruplica. Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale il Paese ha ormai una base industriale moderna, che darà i suoi risultati più spettacolari col boom produttivo degli anni ’20, ma nella quale già nel 1913 sono presenti tutti i settori tecnologicamente in auge (sia pure con ritardi nei confronti di altri “late comers”, come la Russia e perfino l’Italia, in un settore chiave come quello siderurgico), il tutto stimolato dal particolare tipo, “antico” e “moderno” allo stesso tempo, di guida all’investimento e preparazione dell’esplosione industriale, costituito dalle zaibatsu e dalle loro connessioni con lo Stato, in una peculiare correlazione tra la sua azione integratrice, capace di correggere e correggersi, ed il dinamismo cellulare di una classe imprenditoriale dotata e folta, con un peculiare potere di controllo sulla classe lavoratrice, anche qui basato sui valori etici tradizionali giapponesi più che su vincoli giuridici o, peggio, repressivi.

Una classe imprenditoriale la cui estrazione sociale non va cercata solo, come si è a lungo pensato, tra i samurai alla ricerca di un riscatto per la perdita del loro prestigio politico (il cui ruolo in effetti è fondamentale nella nascita delle zaibatsu), ma anche tra i chonin, i piccoli mercanti, che dimostrano particolare dinamismo nel lanciarsi nel settore della piccola industria, tessile prima, meccanica poi. Anzi, nel campo dell’industria tessile, e serica in particolare, sono proprio i chonin coloro che, forti della pregressa esperienza acquisita nel campo della microimpresa familiare, colgono l’occasione offerta dalla malattia che, tra il 1850 ed il 1870, decima gli allevamenti europei di bachi, per fare del Giappone il primo esportatore di bachi sani prima, di seta greggia poi. Certo, è ancora una produzione fondata sull’agricoltura, ma il governo giapponese ha il merito di saperne appoggiare la trasformazione industriale, importando tecnologie occidentali, e gli imprenditori quello di sapersi muovere nella duplice direzione di costruire fabbriche moderne per la filatura della seta e, al contempo, di coinvolgere la manodopera contadina in attività  extra-agricole al momento ancora solo integrative come forma di sussistenza, col conseguente risparmio nel costo della forza lavoro. Il risultato finale sarà quello di fare del Giappone l’unico produttore al mondo con un raccolto annuo stabilmente doppio.

Il successo del settore serico, le cui esportazioni rappresentano, negli ultimi decenni dell’Ottocento, un terzo del totale nipponico, è un fattore di svolta, garantendo il flusso di valuta pregiata necessaria a ridurre il deficit della bilancia commerciale dovuto all’acquisto all’estero delle tecnologie industriali atte a ridurre il divario rispetto ai Paesi di prima industrializzazione. La Cina, invece, pur partendo da un’analoga tradizione economico-culturale nel settore della bachicoltura, non riesce a cogliere l’occasione offerta dalla contingente crisi del settore in Europa, proprio per la mancanza dei tre fattori che fanno la differenza in Giappone (abile ed attenta politica industriale statale, capillarità dinamica della classe imprenditoriale, elastica laboriosità dei contadini).

Sulla scia di quella serica presto si muove anche l’industria cotoniera, con un’espansione spettacolare che porta in pochi anni il Paese ad essere uno dei maggiori esportatori di prodotti finiti, anche grazie alla coraggiosa scelta di campo del 1896, quando, abolendo i dazi protezionistici a tutela della produzione locale di cotone greggio, se ne decreta la morte, ma favorendo l’attività manifatturiera, avvantaggiata dalla possibilità di acquistare il cotone indiano od americano, molto più conveniente. Ed anche nel settore cotoniero una caratteristica precipua del modello giapponese è la capacità di creare sinergia tra la grande industria moderna e la piccola e piccolissima manifattura, spesso a livello addirittura familiare (nel 1913 ancora ben 500.000 famiglie lavoravano al telaio in casa, realizzando il 75% della produzione nazionale di filati, nell’ambito di un settore, quello tessile, che occupava ancora quasi il 60% per cento della forza lavoro industriale giapponese).

Ma torniamo ora ad inquadrare il decollo economico giapponese nell’ambito dei casi analoghi (Italia e Russia), esaminati nei capitoli precedenti, di industrializzazione tardiva.

In tutti e tre i casi ricorrono uno Stato in grado di raccogliere una sfida esterna condizionante, a seconda della maggiore o minore efficacia della risposta, il futuro peso internazionale di quello Stato, ed una dimensione territoriale di quello Stato abbastanza grande (addirittura enorme, nel caso russo) da giustificare un impegno modernizzatore in funzione di esigenze da grande potenza. Non a caso i Paesi territorialmente piccoli (Belgio, Olanda, Svizzera, Svezia), si industrializzano senza fini economico-militari, bensì integrandosi complementarmente con un singolo Paese maggiore, che ne influenza la crescita, o, in generale, col mercato internazionale tout court, esprimendosi questa caratteristica in un’altissima percentuale delle esportazioni sul PIL complessivo, anche per l’oggettiva pochezza quantitativa del mercato interno.

Particolare il caso del Piemonte  e del Lombardo-Veneto, che, finchè piccoli Paesi preunitari, conoscono il fenomeno della crescita eterodiretta, integrandosi economicamente (nel secondo caso anche politicamente), rispettivamente, con Francia ed Austria, salvo passare poi, una volta divenuti il cuore economico dell’Italia unita, ad una politica economica da aspirante potenza indipendente, caratterizzata dalla valorizzazione di un mercato interno potenzialmente ampio e dall’intervento statale volto ad incentivare i settori industriali strategici per il peso politico-militare del Paese (siderurgia, meccanica pesante, cantieristica, ferrovie). Quanto detto, evidente nel caso italiano ed ancor più in quello russo, lo è meno, inizialmente, in quello giapponese, ma solo perché l’insularità e l’accidentato profilo orografico del Paese rendono le costruzioni ferroviarie più difficili e le esigenze di difesa militare in principio meno impellenti, salvo recuperare il gap quando diventeranno premianti le esigenze di espansione esterna.

In tutti e tre i casi, si riscontra la presenza, a monte dell’industrializzazione,  di un tessuto di piccola impresa domestica rurale (più efficiente per Italia e Giappone) che risulta fondamentale per la nascita di un’industria leggera (tessile, soprattutto) alla base della formazione di eccedenze per l’interscambio e di riserve di capitale per la modernizzazione dell’industria nel suo complesso, come pure la presenza di un’agricoltura in grado di produrre eccedenze esportabili che realizzano gli stessi risultati (e qui la Russia, con le sue esportazioni cerealicole, ne è l’esempio tipico),  con la differenza, però, che le esportazioni cerealicole russe non hanno lo stesso effetto di trascinamento tecnologico, attraverso l’acquisto all’estero di macchine destinate all’industria tessile nazionale, che invece hanno le esportazioni italiane e giapponesi di seta greggia.

Ovviamente, fondare l’equilibrio della bilancia dei pagamenti sull’esportazione di un singolo prodotto chiave espone i Paesi interessati al rischio di una forte battuta d’arresto nello sviluppo economico in caso di calo dell’esportazione di quel prodotto prima che lo sviluppo industriale di quel Paese abbia raggiunto un livello di diversificazione produttiva tale da consentire, esportando altri beni, di compensare la mancanza di liquidità nell’economia nazionale dovuta al deficit della bilancia dei pagamenti. Non a caso, indipendentemente dalla crisi del ’29, a fine anni Venti Italia e Russia risentono negativamente della fine delle esportazioni, rispettivamente, di seta greggia e cereali (mentre il Giappone, che mantiene la leadership mondiale nell’esportazione di seta greggia, non risente dello stesso sbilancio negativo dell’import-export), con una carenza di liquidità ulteriormente aggravata, sempre negli anni Venti, per la Russia, dopo la rivoluzione bolscevica, dalla fine degli investimenti occidentali, per l’Italia dal drastico calo delle rimesse degli emigranti. Si può dunque individuare proprio nella raggiunta capacità di esportazione manifatturiera diversificata l’esame di laurea di un’economia matura, ciò che le dà l’elasticità per reagire a mutamenti nel mercato internazionale, nei processi tecnologici o nelle situazioni sociali interne. Finché non si attinge questo livello, l’andamento dello sviluppo economico è sussultorio, alternando brusche accelerate e repentini rallentamenti.

Nel caso dei tre Paesi esaminati, fino al 1914 lo sviluppo è abbastanza lineare, ma poi la guerra muta sia le condizioni economico-concorrenziali esterne che le condizioni sociali interne, queste ultime alla base di  aspirazioni che, in Italia ed in Russia, superano le potenzialità di una rivoluzione produttiva ancor incompiuta. In Russia la ripresa dello sviluppo avviene, a valle del consolidamento del bolscevismo, grazie ad un audace statalismo “volontarista”, peraltro basato su una durissima, benché “rivoluzionaria”, repressione sociale. In Italia ci si limita, col fascismo, ad una restaurazione reazionaria dell’ordine politico ed economico, attingendo livelli di repressione sociale e di accentramento economico statalista ben inferiori al modello sovietico, ma anche, di conseguenza (va detto con franco realismo), con esiti di sviluppo industriale parimenti ben inferiori. Quanto al Giappone, appena sfiorato dalla Grande Guerra, è ugualmente influenzato dal conseguente mutamento del quadro politico ed economico internazionale al punto tale da esser indotto a tentare di cogliere l’occasione che la storia sembra offrirgli, grazie all’apparente sparizione di potenze come Russia  e Germania, ed alle prime crepe palesate da Inghilterra e Francia, per utilizzare il suo arcaico sistema di relazioni industriali e le sue tradizionali forme di controllo sociale per dare una significativa accelerata al suo sviluppo economico, in un’ottica megalomane che doveva portare alla degenerazione militarista di quel tradizionalismo. Appare singolare come, in modi diversi, ma tutti drammatici, i tre grandi Paesi dell’industrializzazione ritardata abbiano pagato a caro prezzo le difficoltà e l’incompiutezza del recupero del loro ritardo.

Nota bibliografica: a chi volesse approfondire le problematiche dell’industrializzazione tardiva consiglio vivamente la lettura delle opere di Alexander Gerschenkron (Odessa 1904 – Cambridge 1978), economista statunitense di origine russa, di cui esistono in italiano le seguenti opere (la prima di recente ristampa, e forse ancora reperibile in qualche libreria, le altre due reperibili solo in qualche biblioteca ben fornita, come la Nazionale di Roma) : “La continuità storica. Teoria e storia economica.”, Einaudi, 1976; “Il problema storico dell’arretratezza economica”, Einaudi, 1965; “Lo sviluppo industriale in Europa e in Russia”, Laterza 1971.

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