Noi siamo spettacolo- Parte 1: la fine del concetto di rivoluzione

di Massimiliano Vino

C’è un momento nell’elaborazione filosofica di Karl Marx, risalente già al periodo dei Manoscritti economico-filosofici, in cui si pone l’accento su un prodotto del capitalismo, considerato dal pensatore tedesco come superabile assieme al capitalismo stesso:

La capacità del capitalismo di creare continui nuovi bisogni, tali da mantenere intatta la sudditanza e che finisce per annullare i bisogni reali (<<lo stesso bisogno dell’aria aperta cessa di essere un bisogno dell’operaio>>).

La sostituzione di bisogni falsi a bisogni veri è l’inizio dell’estraniazione, ma il culmine di questa estraniazione viene percepito solo in seguito, da un altro pensatore, Guy Debord, nella Società dello spettacolo e nei Commentari della società dello spettacolo.

In Debord il bisogno irreale del capitalismo è andato raffinandosi in un’immagine, che alimenta la spettacolarizzazione del mondo. L’estraniazione non è più soltanto dell’operaio, ma della società intera.

Dallo spettacolo perviene la risposta naturale, violenta, efficace dell’universo capitalista al pericolo di una rivoluzione: lo spettacolo ha vanificato la rivoluzione, rendendola impossibile o inutile.

Da un punto di vista materiale lo spettacolo, in quanto merce commerciabile, è effettivamente un prodotto e << nello stesso tempo la realtà vissuta è materialmente invasa dalla contemplazione dello spettacolo, e riproduce in se stessa l’ordine spettacolare portandogli un’adesione positiva >>.

La realtà ha finito, secondo Debord, per essere pervasa dallo spettacolo, tanto da diventare essa stessa spettacolo.

Una delle conseguenze di questo processo di assorbimento è che la stessa critica allo spettacolo, che in momento iniziale poteva essere fondata su una qualche forma di legame con la realtà, viene organizzata dallo spettacolo.

Dove passa il confine tra adesione ed opposizione? Se l’opposizione si attacca ad elementi che, in un modo o nell’altro, possono essere riassorbiti nella società, ha senso definirla come tale?

La merce e il sistema capitalistico contro i quali Marx si era scagliato si sono imposti al punto da non essere più discutibili. Se si guarda alla politica, Debord osserva come nessun partito ragioni più in maniera realmente rivoluzionaria. Nessuno nega più il dominio della merce: << E’ la prima volta nell’Europa contemporanea che nessun partito o frammento di partito tenta più anche solo di affermare che cercherà di cambiare qualcosa di importante>>.

Il falso dello spettacolo è diventato così irrimediabilmente vero, così familiare, da dare l’impressione di essere sempre esistito. Ciò rende impossibile ogni reazione. Anzi, ogni reazione si tramuta nel crimine peggiore possibile. Questa società non vuole essere giudicata e non può tollerare dei cambiamenti realmente rivoluzionari: << Ci siamo sbarazzati dell’inquietante concezione, che aveva prevalso per più di duecento anni, secondo la quale una società poteva essere criticabile e trasformabile, riformata o rivoluzionata. >>

E’ come se la rivoluzione, intesa come cambiamento radicale di una data società, abbia perso ogni contenuto e ogni significato.

Ma oltre a questo, che cosa comporta la fine della rivoluzione? L’immediata conseguenza è la paralisi evolutiva della società. Il cambiamento e lo stesso divenire hanno ceduto il passo ad un eterno presente.

Come vedremo tutto ciò ha comportato la morte di un’altra illustre vittima. Una vittima chiamata storia

Quest’opera di riflessistorici.com è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.

 

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