Frammenti in solitudine

 

schiele

di Giacomo Freddi

La solitudine dell’individuo è tale per cui soltanto il dialogo con Dio potrebbe porvi rimedio: nella nostra esistenza si è sempre soli, per la ragione che ogni contatto con qualsivoglia altra interiorità all’infuori della nostra è momentaneo e parziale. È momentaneo il contatto poiché la durata di ogni contatto è limitata temporalmente, ovvero presenta una data d’inizio e di fine; è parziale il contatto poiché esisterà sempre una minima differenza di sentire tale da rendere impossibile la coincidenza tra le due individualità singolari. La parzialità è ciò che impedisce la completa fusione di due anime in un unico organismo vivente e pensante: ogni rapporto reale è un rapporto parziale e momentaneo, dacché non esistono rapporti eterni – dato che la vita ha una durata limitata- e ogni individuo è unico. Poiché ogni individuo è unico, ne consegue che esisterà necessariamente almeno un elemento che lo caratterizza divergente da un elemento altrui, e ciò vale per ogni altro individuo esistente con il quale il nostro soggetto si relazionerà. Date le precedenti premesse se ne può dedurre che ogni uomo nell’arco della sua vita è solo sempre e comunque. Si potrebbe notare come ogni rapporto reale non basti mai a colmare la solitudine di ogni individuo, di conseguenza nell’arco di tutta la vita si avvertirà la mancanza, il sentire diverso, la non assolutezza di ogni contatto e quindi la nullità di quello: tutto ciò che accade una volta è come se non fosse mai accaduto, poiché vincolato alla contingenza e, di conseguenza, privo di senso. Purtroppo è d’uopo accorgersi che la compagnia data all’uomo da Dio è apparente, poiché Dio non è reale ne segue che il dialogo dell’individuo non avviene realmente con Dio: l’unica compagnia vera di ogni individuo è l’individuo stesso. Dato che il rapporto con la divinità – rimanendo sempre all’interno della religione cristiana- avviene nell’interiorità del singolo, si può dedurre che il cristianesimo è una religione fortemente introspettiva. Ciò che accomuna Dio all’individuo è proprio la solitudine, mentre ciò che li distingue è l’esistenza.

Non credo sia un obbiettivo raggiungibile, non ritengo che si possa vivere senza soffrire, poiché vivere è sofferenza. Si soffre, e quindi si vive; si vive, e quindi si soffre. Tutti coloro che soffrono sono vivi, poiché nessun morto è in grado di soffrire. Tutti coloro che vivono soffrono, poiché nessuno nella propria esistenza è sempre stato esente dal dolore: almeno in un momento avrà dovuto patire qualche angoscia, qualche sofferenza fisica o qualche altro male interiore. L’astratto risponde in modo positivo alle condizioni richieste dalla felicità soltanto in modo teorico, poiché nella pratica anche il nostro mondo interiore è vincolato al corpo, al mondo. Il pensiero – rimanendo da un punto di vista teorico- non è mai vivo: il pensiero è morto in quanto scevro da ogni passione, in quanto fine a se stesso. Non esiste un saggio in grado di raggiungere una felicità totale ed essere ancora vivo, poiché il fatto che sia ancora in vita significa che non è ancora pervenuto alla felicità totale data dall’assenza di ogni passione, anche la passione per la vita. La vita è equivalente alla sofferenza e la morte è equivalente alla felicità. Noi viviamo e vivendo amiamo la nostra infelicità, di conseguenza siamo tutti quanti dei completi masochisti.

Se la religione cristiana è fortemente introspettiva – in particolare modo ai suoi albori-, tanto più lo è la protestante, poiché il rapporto tra Dio e i suoi seguaci non ha alcun tramite: il rapporto è fortemente individuale. Si pensi alle Confessioni di Sant’Agostino o al Diario di Kierkegaard, sono autori cristiani nei quali la componente soggettiva, le esperienze personali hanno un forte influsso nella loro riflessione. Proprio per questo marcato aspetto esistenzialista – ovvero per la ragione che il singolo ha un rapporto preferenziale con la verità rispetto al generale- che Kierkegaard entra in conflitto con Hegel. Si potrebbero considerare entrambi, sia Agostino che Kierkegaard, come anticipatori dell’esistenzialismo. “Hegel era uno straordinario professore di filosofia, non un pensatore; ma pel resto deve essere stato una personalità molto insignificante, senza un’impressione della vita.” Non si può essere pensatori senza avere un’impressione della vita, ma l’impressione di cui parla è qualcosa di soggettivo – ma non necessariamente di relativo-, ovvero vincolato alla nostra individuale esistenza.

Al liceo la nostra professoressa d’italiano insisteva spesso sul valore del tempo. Come ogni cosa nella vita, poiché si assapora vivendo come questa sia permeata di un principio negativo, ci si accorge sempre troppo tardi del suo effettivo valore. Si potrà pure concludere razionalmente su un certo fatto, ma fintanto che non si vivranno quelle specifiche circostanze non si riuscirà a sentire a livello emotivo la fondatezza del precedente. Allo stesso modo si può giungere razionalmente alla conclusione che in una certa circostanza è bene tenere un dato comportamento – poiché quello andrà a nostro favore a lungo termine-, eppure ciò non toglie che una volta giunti al momento opportuno, guidati dal hic et nunc, agiremo contro il nostro precedente ragionamento. Il contadino, buon proletario, predica la rivoluzione e simpatizza – nel senso arcaico del termine- coi suoi simili, ma una volta morto il borghese prenderà il suo posto, simpatizzerà la sua nuova classe d’appartenenza e tratterà senza compassione i suoi subordinati. In questo specifico caso l’interesse istintivo e particolare prevale sul ragionamento in grado di alleviare la condizione universale dei lavoratori.

“Al mio amore Marie Dähnhardt”. È la frase che più mi ha colpito ne L’unico e la sua proprietà di Stirner: amo l’umanità celata in ogni pensiero. Potrebbe sembrare che l’abbia riesumata come contraddizione alla sua filosofia, eppure l’intento è proprio opposto: la vita è una transazione commerciale, ed anche le azioni apparentemente disinteressate, quelle che riteniamo virtuose – se ha senso tale concetto- sono sovente quelle che contengono più egoismo. Si paga ciò che si da’, è questo che s’intende per transazione commerciale: ricercare la propria felicità, indipendentemente da cosa essa consista, è un atto di puro egoismo. Ma, a dispetto di quanto si possa pensare, ciò non mette in discussione nulla. Fuoriuscendo da tale ragionamento ritengo non sia possibile dare attribuzioni qualitative agli esseri umani: definirli egoisti, buoni o cattivi non credo abbia senso né possa avere un qualche valore conoscitivo. Il fatto di qualificarli come esseri egoisti rimane e rimarrà sempre una mia personale opinione.

Si agisce per cambiare il mondo soltanto se si crede che quest’ultimo possa essere migliorato. Io non sono affatto convinto che questo universo sia un bene, così come la vita: se essere in quest’universo è una sciagura, proprio perché l’essenza stessa dell’universo è nefasta, essere vivi è una piaga molto maggiore. Ma proprio poiché ciò che ritengo essere sbagliata è proprio la natura più profonda del mondo naturale, allora non ha alcun senso modificare dei parametri, cambiare delle convenzioni, quando tutto ciò che esiste è imperfetto per natura. Soltanto ciò che non è sarebbe accettabile, sarebbe una condizione migliore per l’umanità. Ma dacché non è possibile non essere, allora l’umanità non potrà mai migliorare.

Si tende a generalizzare il dolore, ad affermare che una data condizione negativa non sia propria soltanto di un individuo, ma sia intrinseca all’esistenza stessa, ovvero universale. Ciò accade poiché comprendere che la propria piaga sia un accidente soltanto personale, il quale poteva benissimo essere evitato o non accadere, è molto più doloroso che accettare rassegnati la necessità oggettiva di quello stesso. Vi è quindi un fondo di ottimismo nel momento in cui si passa dall’intendere il dolore e la sofferenza come casualità ad una condizione propria di tutti i viventi. A mio avviso ogni dolore è solipsistico, ogni tara diversa da uomo a uomo e totalmente accidentale.

Quest’opera di riflessistorici.com è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.

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