Noi siamo spettacolo- Parte 2: la fine della storia e il trionfo dell’incompetenza

di Massimiliano Vino

Ho già accennato in un precedente articolo (https://riflessistorici.com/2015/11/27/noi-siamo-spettacolo-parte-1-la-fine-del-concetto-di-rivoluzione/) come il trionfo dello spettacolo abbia comportato la morte della rivoluzione, rendendola superflua, inutile, o comunque riassorbita entro i meccanismi della società e del sistema.

Si è parlato della capacità dello spettacolo di riassorbire in sé maggioranze e opposizioni, tanto che oggi la stessa critica allo spettacolo viene gestita dallo spettacolo.

Soffermiamoci però su questo particolare aspetto, dal quale sono scaturite delle interessanti conseguenze.

L’informazione che ha riassorbito la critica si vincola inesorabilmente a temi sempre uguali e ripetuti e da ciò scaturisce una circolazione sempre più diradata di notizie davvero importanti. Scrive Guy Debord nei Commentari della società dello spettacolo:

<< L’autorità spettacolare può negare qualunque cosa una, tre volte, e dire che non ne parlerà più, e parlare d’altro; sapendo benissimo di non rischiare più nessun’altra reazione sul proprio terreno né su un altro. Perché non esistono più agorà, comunità generali; e neppure comunità limitate a corpi intermedi o a istituzioni autonome, a salotti o a caffè, ai lavoratori di una sola azienda; non esiste luogo in cui il dibattito sulle verità che riguardano gli interessati possa affrancarsi in modo duraturo dalla presenza opprimente del discorso dei mass media e delle varie forze organizzate per assicurarne la continuità.>>

La negazione di un ruolo di reale discussione viaggia parallelamente al problema del riassorbimento delle opposizioni all’interno dei meccanismi dello spettacolo. Lo spettacolo vanifica l’elemento scientifico e, in particolare, rifiuta il tempo e la storia.

Se si confronta con quanto detto nel precedente articolo riguardo lo spettacolo, emerge chiaramente come la storia sia composta da rivoluzioni e che la fine di queste ultime in pratica annulli la prima.

In questo caso però è l’elemento della negazione, più che l’assorbimento, a farla da padrone:

<< Ciò di cui lo spettacolo può smettere di parlare per tre giorni è uguale a ciò che non esiste. Perché allora parla di qualcos’altro, e quindi è quella cosa che, a partire da quel momento, in definitiva esiste. Appare chiaro che le conseguenze pratiche sono immense.>>

La storia perde dei pezzi. E ciò equivale a negarla del tutto. Ridotti a semplici spettatori non facciamo altro che attendere l’episodio successivo: se tale episodio non sopraggiunge le falle interne alla trama impediscono una corretta valutazione del quadro d’insieme. Da ciò scaturisce un deficit di conoscenze storiche e geopolitiche dagli effetti devastanti sulle politiche degli stessi Stati.

Un caso simbolo è quello dell’Iraq, scomparso completamente dai monitor dopo la caduta e la condanna a morte di Saddam, ricomparso improvvisamente nell’ambito della lotta (se così si può definire) contro i terroristi dello Stato “islamico”.

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Ciò che è avvenuto tra la caduta dell’Iraq di Saddam e adesso non è dato a sapere.

A quanto pare, viste le discutibili strategie, non è dato a sapere neppure alle nostre classi dirigenti, un fatto che è persino più grave.

Il vuoto storico è alla base di una crescente incompetenza decisionale a livello politico che è figlia di altri fattori, sempre interni allo spettacolo. La morte della divisione del lavoro, ad esempio, non è coincisa, come aveva previsto Marx, con l’inizio del comunismo, ma con l’annichilimento di quest’ultimo.

Il rimescolamento dei mestieri e il posto d’onore riservato alla parte “spettacolare” di ogni mestiere hanno fatto sì che l’incompetenza si annidasse in tutti gli strati della società, generando un assopimento generale ed irrimediabile.

Gli elementi spettacolarizzati si sono così insediati tra gli elementi meno spettacolarizzati, corrompendoli dall’interno, portando con sé l’incompetenza storico-temporale che prima, forse, era una caratteristica di pochi.

E’ in questo modo che, in colpo solo, lo spettacolo ha fatto fuori le rivoluzioni e l’evoluzione storica.

Il cambiamento ha ceduto il passo ad un eterno, apparentemente immutabile e da sempre esistito presente, di cui anche voi che leggete ed io, che ho scritto questi articoli, siamo parte.

Perché noi tutti, noi siamo lo spettacolo.

E davvero non ho idea di come si possa anche solo immaginare di uscirne.

Anzi, mi piacerebbe quantomeno capire come si può desiderare di uscirne, uscirne per davvero.

Quest’opera di riflessistorici.com è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.

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