Critica ai dissidenti

aggiaggia

di Giacomo Freddi

Non capisco perché la più consueta risposta ai problemi della società contemporanea, alla quale credono gli intellettuali dissidenti del momento, sia la riproposizione di vecchi valori, di tradizioni prive di qualsivoglia verità. Essi ritengono che la cultura e le tradizioni di ogni popolo non possano essere abbandonate o superate. Ne segue un’aspra critica all’Illuminismo sia per quanto riguarda l’universalità dei valori , sia per quanto concerne il mito del progresso.                                                                                                                                                                                                                                      

Ha senso ritenere che i valori non abbiano universalità alcuna, data la loro totale arbitrarietà e insensatezza razionale. Il punto è che, proprio in ragione della non universalità dei valori, si dovrebbe escluderli totalmente dallo Stato e, se ci si riesce, anche dalla società. Uno Stato con dei valori, che raccoglie in sé un’unità di lingua, tradizione, religione, cultura e memorie storiche non è solo uno Stato: è una nazione. Se si vogliono superare inutili conflitti, discriminazioni e supremazie culturali, la soluzione non è né rifiutare i propri valori per accoglierne di nuovi, né conservare i valori attuali, bensì rifiutare il concetto di nazione e ritornare a far sì che lo Stato sia solo Stato, che lo Stato sia superiore a qualsivoglia valore privato. Non solo lo Stato dovrebbe essere posto più in alto rispetto a dei valori privati, ma dovrebbe eliminare ogni forma di valore postulatosi assoluto il quale ne volesse proibire altri. La cosa pubblica dovrebbe essere laica nel modo più totale, irrispettosa di qualsivoglia valore poiché non ne possiede alcuno in sé e non accetta inferenze esterne che lo fissino a qualche irrazionale superstizione.

Lo Stato dovrebbe essere una pura convenzione – variabile nella forma-, priva di valore storico, religioso o culturale, finalizzata al bene comune. Proprio perché questo Stato sarà superiore ad ogni forma di valore, ne seguirà come conseguenza che non perseguirà in alcun modo l’esportazione dei propri contenuti e della propria forma per la ragione che non ne avrà egli stesso. Se nel mondo si formeranno altri Stati o altre nazioni, egli non riterrà i propri valori come superiori agli altri e quindi degni di essere esportati: egli si riterrà superiore agli altri Stati ma non avrà nulla da dire proprio in ragione della sua vacuità contenutistica. La risposta conservatrice di questi intellettuali, i quali a rigor del vero sono riusciti a superare le categorie politiche di “sinistra” e di “destra”, consiste nel recupero da parte di ogni Stato delle proprie tradizioni, della propria nazionalità al fine di difendersi dall’omogeneità culturale che l’attuale sistema economico sta diffondendo. Non credo che ritrovare e dar importanza alle proprie origini e tradizioni ci aiuti a far capire l’attaccamento altrui alle loro, per la ragione che sono proprio le culture ed i valori singolari a costituire un problema nel momento in cui vogliono essere pubblici anziché privati. Più precisamente è proprio il fatto di ritenere pubblici – ovvero propri della totalità dei cittadini- quei valori a rendere impossibile la coesistenza pacifica di più tradizioni e più valori all’interno di un singolo Stato. Se si procederà nel processo di recupero delle proprie tradizioni magari si comprenderà pure l’attaccamento di un’altra nazione alle proprie tradizioni, ma non si potrà mai comprendere l’attaccamento di un individuo a valori differenti se questo risiederà nella nostra nazione. Dato che i valori sono soggettivi, non ha senso imporre alla totalità degli individui facenti parte dello Stato un dato valore, una data tradizione: magari si garantirà pure il relativismo a livello di nazioni e non si assisterà più a fenomeni d’imperialismo culturale, però in tal caso l’individuo sarà schiacciato da valori propri della sua nazione che egli rifiuterà razionalmente ritenendoli falsi, nulla più che delle mere superstizioni.

La critica al mito del progresso di origine illuminista induce, se condotta in modo affrettato ed irragionevole, alla liquidazione della scienza – ovvero dell’unica forma di conoscenza universalmente accettabile ed oggettiva- in quanto causa di una tecnica alienante il lavoratore e fonte di degrado sia materiale che spirituale per l’intera umanità. Non si può liquidare la conoscenza umana e preferire il ritorno alle superstizioni e all’ignoranza solo poiché quest’ultima è legata, in modo indiretto, alla società contemporanea – definita una tecnocrazia-. Parzialmente vera è l’affermazione relativa al fatto che ci si trovi di fronte ad una società in cui la tecnica domina sull’uomo: è vero sia perché il consumatore/lavoratore è stato allontanato sempre di più dal suo prodotto – così come più in generale esso è stato volutamente allontanato dalla conoscenza del mondo naturale-, sia perché il consumatore è stato allontanato dai presupposti filosofici fondanti la scienza, la quale a sua volta produce la tecnica che separa l’uomo da sé stesso e dal mondo.

Monod ne “Il caso e le necessità” sottolineava come la nostra società poggi e si tenga in piedi grazie ad un metodo ed una forma di conoscenza che essa però non riconosce, e di cui non riconosce nemmeno le implicazioni filosofiche. Mi spingo oltre alle affermazioni di Monod ed affermo che non si vuole riconoscere il metodo: non solo non lo riconoscono coloro che avversano la tecnocrazia e che premono affinché si ritorni alle antiche illusioni, ma non lo riconoscono e non hanno interesse affinché questo sia riconosciuto anche gli stessi tecnocrati. Per quale motivo essi non hanno interesse affinché il metodo e la scienza siano riconosciuti? Il motivo è che la tecnica, e quindi ogni forma di comprensione razionale che ha l’uomo sul mondo ed ogni suo tentativo di ricerca di ulteriore sapere, è indirizzata all’economia capitalistica: il fine ultimo è l’economia, la crescita, il guadagno e non l’incremento del sapere del genere umano, né il miglioramento delle sue condizioni materiali.

La scienza non è che lo strumento, privato del suo fine originario, volto all’irrazionale ed egoistico fine del mantenimento di un modello economico lontano da ogni realtà sociale. Quale senso razionale potrebbe avere ritenere positiva una crescita  insostenibile sia ecologicamente – per quanto concerne le risorse disponibili- sia se relazionata al bene comune? E’ un termine positivo la crescita solo se interpretata sotto una determinata chiave di lettura economica, poiché non vi è alcun senso nell’aumentare la diseguaglianza sociale e lo sfruttamento di risorse che non ci sono realmente – dato che le risorse del nostro pianeta sono limitate in termini quantitativi-. All’economia, solo e vero male della nostra società, non interessa sapere al fine di sapere, né sapere al fine di migliorare le condizioni di vita dell’umanità: ciò che ricerca è il sapere, ovvero la tecnica, al fine di incrementare sé stessa: produrre e consumare quantitativi sempre più elevati a ritmi sempre più veloci.

Ciò che i dissidenti debbono comprendere è che, per quanto possa sembrare che sia stata la ragione, la scienza, il lume a farci cadere così in basso, non è in realtà la causa principale, per il motivo che colei che dirige e indirizza lo sviluppo tecnico del nostro mondo non è razionale. Se la magia e l’irrazionale avessero avuto realmente un carattere conoscitivo e fossero state in grado di sviluppare la tecnica, l’economia avrebbe rifiutato la ragione e avrebbe fatto propria l’irrazionalità come strumento di dominio sul reale. In quel caso i dissidenti avrebbero rifiutato le illusioni in modo aprioristico e sarebbero divenuti paladini della razionalità. La critica che si vuol fare all’Illuminismo è simile per natura alla stessa grossolana critica che si faceva nel XVIII secolo al Medioevo.

Si pensi, al fine di comprendere come l’economia ami la tecnica ma non la conoscenza che la fonda e la garantisce, al fatto che si prediliga finanziare i politecnici anziché la ricerca in ambito fisico o matematico: le aziende, dalla veduta breve ed economica, puntano sulla tecnica e sulle applicazioni, ma non sulla conoscenza teorica che le implica. In secondo luogo si può notare questo dominio dell’economia sulla scienza pensando a quale sia il motivo per cui è stata introdotta la laurea triennale, al motivo per cui si preferisce togliere ore ai corsi di base nelle facoltà d’ingegneria – fisica, chimica, matematica ecc. ecc.- per inserire corsi di economia o di materie più tecniche e vicine alle applicazioni. Una tendenza analoga è quella per cui nelle scuole superiori di alcuni stati europei si è preferito togliere l’insegnamento della filosofia per sostituirlo con l’insegnamento dell’economia. E’ necessario in un mondo moderno abbandonare il concetto di una conoscenza e di una formazione olistica per gli studenti, poiché la quantità di sapere umano aumenta di anno in anno. Però ritengo che questa specializzazione  debba avvenire soltanto ove sia strettamente necessario: non si può separare la filosofia dalla scienza, così come non si può separare la tecnica dai presupposti teorici che la fondano e la garantiscono. Vero è che – fortunatamente- la teoria non è sovente vicina al guadagno e che, poiché le aziende sono interessate soltanto a ciò che è veloce, semplice e in grado di far incrementare il ricavo, si tende e si sta effettivamente tendendo ad abbandonarla a sé. In ultimo si deve assolutamente notare come il finalizzare la scienza all’utile in senso economico non dia in alcun modo garanzia che i prodotti di questa scienza siano utili anche all’umanità, né che siano finalizzati al miglioramento della condizione di vita del genere umano: potrebbero anche essere in grado di migliorare la nostra condizione, ma non è necessario – in questa logica economica- che lo siano. Aver privato il sapere di essere o fine a sé medesimo o fine all’utile dell’umanità – benché si dica falsamente che oggi sia ancora così- ci induce molto probabilmente a pensare  che il metodo scientifico, la ragione e la scienza non siano le cause del male, bensì siano tutte vittime della folle guida del mondo da parte del capitalismo.

 

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