La Nubia e la stirpe dei “faraoni neri”

di Massimiliano Vino

“La Nubia era sempre incantevole, tanto da far dimenticare a Ramses che il suo non era un viaggio di piacere. Gli sembrava di non sentirsi più addosso nessun peso; l’aria tiepida, il vento che smuoveva le splendide palme dum, l’ocra del deserto e il rosso delle rocce gli riempivano l’anima di leggerezza”

Christian Jacq, “Il romanzo di Ramses: il figlio della luce”, pag 379

Tremila anni di storia e trentatre dinastie (comprese quella di Alessandro Magno e dei Tolomei) hanno caratterizzato una tra le più note, affascinanti e potenti civiltà del mondo antico. Nessuna civiltà nel Mediterraneo antico ha mantenuto un’unità e un’integrità territoriale tanto a lungo quanto l’Egitto.

Risulta, proprio per la vastità dell’estensione temporale, molto difficoltoso scrivere dell’Egitto in generale, che pure ha conservato nel tempo una certa omogeneità nel passaggio tra le varie dinastie che si sono succedute.

Mi piacerebbe ciononostante approfondire alcune tematiche, alcune dinastie o alcuni sovrani particolari, spesso passati (ingiustamente) in secondo piano. E’ questo il caso della dinastia dei “faraoni neri”, originaria di una regione importantissima per l’Egitto, nel corso di tutta la sua storia (e anche nelle vicende contemporanee): la Nubia

Nubia_today

L’antica Nubia (attuale Sudan) si trovava a sud dei confini dell’Egitto. Gli egizi chiamavano questa regione il “Regno di Kush”. Una terra che agli occhi dell’avanzatissima civiltà egizia appariva selvaggia, quasi primordiale e di un fascino unico (come ho riportato nel brano introduttivo).

Si trattava però anche di una regione ricchissima di risorse sotto forma di oro e ferro. Furono tali risorse a spingere i faraoni, specialmente nel corso del Nuovo Regno, ad espandere l’influenza della monarchia nilotica verso la Nubia.

Sotto il sovrano protagonista del meraviglioso ciclo di romanzi di Christian Jacq, Ramses II (o Ramesse, che dir si voglia), l’Egitto aveva già saldamente in mano la regione, anche se il faraone, come il suo predecessore Sethi, dovette gestire alcune rivolte.

Fu Thutmose III (ca. 1457 a.C.- 1424 a.C.), della XVIII dinastia, il primo conquistatore della Nubia, la quale costituì un serbatoio non indifferente di uomini adatti alle armi, di cui il faraone si servì per sconfiggere i principi ribelli della terra di Canaan. La Nubia divenne un vicereame sotto l’influenza della monarchia nilotica.

Il controllo militare dell’Egitto sulla Nubia è reso evidente dal poderoso sistema di fortezze distribuite lungo le sponde dell’alto corso del Nilo e di cui ci restano solo alcune vestigia.

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Distribuzione delle principali fortezze egizie lungo l’alto corso del Nilo

Se l’Egitto trasse enormi ricchezze dalla Nubia, la stessa Nubia seppe trarre moltissimo dall’influenza dell’Egitto: divenne infatti in tutto e per tutto simile al potente vicino, entrando nella vasta cerchia delle culture “egittizzanti”, affascinate dai tratti unici, peculiari della civiltà del Nilo.

Con la fine del Nuovo Regno e l’allentamento del controllo militare il vicereame della Nubia divenne di fatto indipendente e governata da una dinastia autonoma, avente come propria capitale la città di Napata e fondata probabilmente da un gruppo di sacerdoti di Amon provenienti da Tebe, la più vicina delle grandi città dell’Egitto al confine con la Nubia. Il legame della Nubia con i potenti sacerdoti del culto di Amon divenne però ancora più evidente in seguito, nell’VIII secolo a.C., con la nascita della XXV dinastia “etiopica” grazie alla conquista dell’Egitto da parte del sovrano di Napata, Piankhi.

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I dominati divennero così i dominatori. Le vecchie forze di un Egitto in declino furono sostituite dalle energie nuove provenienti dalla Nubia. Nacque una stirpe di “faraoni neri” che seppe trarre vantaggi dalla rinnovata integrazione tra la Nubia e l’Egitto, che favorì enormemente lo sviluppo economico del regno.

Tutto ciò è reso evidente dalla costruzione di nuovi templi (l’area monumentale di Karnak fu interessata da una rinnovata fase di espansione architettonica) e dalla centralizzazione del potere, operata dal fondatore della dinastia e dai suoi successori.

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La capitale tornò ad essere Menfi, dopo un lungo dominio di Tebe, ma i sovrani etiopici si assicurarono anche il controllo dei potenti sacerdoti tebani scegliendo una principessa della dinastia come Divina Adoratrice di Amon.

L’invasione assira nel 671 a.C. interruppe però bruscamente la rinascita dell’Egitto. Gli assiri occuparono dapprima il basso Egitto con Menfi. Poi si spinsero fino all’alto Egitto, travolgendo l’ultimo sovrano della dinastia Tenutamon e saccheggiando addirittura Tebe.

Finì in questo modo la dinastia etiopica, ma non si chiuse la stirpe dei sovrani di Napata, che si ritirarono a sud, stabilendo a Meroe la loro nuova capitale, e creando un regno dai tratti ancora tipicamente egittizzanti, ma che per la prima volta adottò una lingua locale come lingua ufficiale.

Il regno di Meroe seppe mantenersi indipendente tanto dai successivi sovrani dell’Egitto, quanto dai persiani, dai greci e dai romani: rimase come la piccola testimonianza di un Egitto indipendente, riprodotto in forme autonome e per certi tratti originali, come testimoniato dal meraviglioso complesso delle piramidi di Meroe il cui sito è attualmente Patrimonio dell’umanità UNESCO.

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Solo con il 325 d.C. decadde anche il regno di Meroe, ponendo fine alla stirpe dei “faraoni neri” e alla civiltà nubiana.

 

Fonti: “Le civiltà del vicino oriente” tratto dal ciclo sull’antichità, parte della collana “La grande storia”

Letture consigliate: “Il faraone nero” romanzo di Christian Jacq sulla figura del faraone Piankhi

 

Quest’opera di riflessistorici.com è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.

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