Nominare la violenza maschile contro le donne: l’origine dei termini femicidio e femminicidio- Parte 1- Il Femicidio

La storica disparità di potere nelle relazioni tra uomini e donne caratterizza una delle più antiche forme di dominio dell’umanità: il sessismo. L’istituzionalizzazione dell’oppressione maschile sul sesso femminile e il conseguente sviluppo dell’ordine sociale patriarcale hanno legittimato sul piano culturale e giuridico violenze e discriminazioni che, ancora oggi nel mondo, sono dure a morire. Il problema della violenza maschile contro le donne, infatti, si lega a costruzioni sociali, politiche dei ruoli maschili e femminili stigmatizzate e introiettate da uomini e donne al punto tale da essere considerate come naturali e giuste (ma non per questo immutabili); costruzioni messe in discussione a partire dagli anni ‘70 del Novecento, grazie al movimento neofemminista. In quegli anni l’azione separatista dei gruppi di autocoscienza consente alla donna di trasporre in parola il suo vissuto, di paragonarlo all’esperienza delle altre, di decostruirlo, prendendo coscienza della propria soggettività e affrontando argomenti prima di allora considerati tabù: aborto, corpo, sessualità. Da questo confronto emerge la diffusione del fenomeno della violenza contro il genere femminile, problema strutturale e trasversale che trova il suo nucleo fondativo all’interno della famiglia.

Sorge, perciò, la necessità di denunciare pubblicamente un male che attanaglia da secoli le donne, svincolandolo da un destino ineluttabile di subordinazione, di asservimento e di farne una questione politica e sociale. Per poter combattere contro la violenza maschile e definirne la sua complessità sono state indispensabili parole nuove attraverso le quali guardare in faccia il problema e nominarlo; solo così è stato possibile reclamare dei diritti a cui sono seguite delle importanti conquiste giuridiche a livello nazionale e internazionale.

Tra i neologismi elaborati grazie all’impulso del pensiero femminista, ricordiamo i concetti di sessismo, genere (che ha consentito di comprendere come maschile e femminile siano categorie socialmente costruite), cultura dello stupro, femicidio o femmicidio (entrambe le traduzioni italiane rimandano alla categoria socio-criminologica del femicide che spiegherò a breve) e femminicidio. Se negli anni ‘90 le parole di femicidio e femminicidio erano pienamente riconosciute nel dibattito internazionale, in Italia iniziano ad affermarsi solo a partire dal 2006 grazie all’impegno e all’azione di varie associazioni, come le “Donne in nero”, l’UDI (Unione Donne Italiane), i Giuristi Democratici e la Casa delle Donne di Bologna. Significativa, inoltre, è stata la pubblicazione nel 2008 del libro dell’avvocata Barbara Spinelli Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale.

Il termine femicidio deriva dall’inglese femicide, la cui prima attestazione, in tale ambito, risale al 1801 e significa letteralmente «omicidio di donna», indicando una categoria generale che implica l’uccisione di una donna, da parte di un uomo o di una donna, per una qualsiasi svariata causa. La sociologa, criminologa, femminista statunitense Diana E. H. Russell è stata la prima ad occuparsi della ricostruzione storica del vocabolo, appreso per la prima volta nel 1974, grazie alla scrittrice americana Carol Orlock, autrice di un’antologia sui femicidi mai pubblicata. Come ci riporta Barbara Spinelli, Diana Russell capisce che quel termine avrebbe potuto «squarciare il velo dell’oscurità che parole asessuate come omicidio o strage impongono» (p. 33 di Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale), per estrapolare dalla neutralità il problema della discriminazione femminile ed evidenziando come una delle principali cause di morte per le donne sia legata all’appartenenza di genere. Sempre nel 1974 inizia la mobilitazione per l’organizzazione del primo Tribunale internazionale sui Crimini contro le Donne al palazzo del Congresso di Bruxelles, a cui prendono parte Diana Russell ed altre femministe. Nelle giornate dal 4 all’8 marzo 1976 circa 2000 donne provenienti da quaranta paesi del mondo si riuniscono a Bruxelles per denunciare tutte le forme di oppressione, discriminazione e violenza patriarcale su donne e bambine. In questa occasione Diana Russell ridefinisce e connota politicamente il termine femicide come «the killing of females by males because they are female». L’espressione «because they are female» spiega come la causa di questi omicidi si leghi a ciò che è stato storicamente attribuito alle donne, ma anche al tentativo di quest’ultime di ribellarsi ai ruoli imposti dagli uomini e dalla società. Il vocabolo femicidio però, come già anticipato, entra nel dibattito internazionale solo a partire dagli anni ‘90, precisamente dal 1992, con la pubblicazione da parte della Russell dell’antologia Femicide. The Politics of Woman Killing, edita insieme a Jill Radford. Qui il femicidio viene definito «the misogynous killing of women by men». In seguito Diana Russell in Femicide in global perspective (2001) estende il concetto a tutte le pratiche sessiste che hanno come conseguenza diretta la morte della donna. La categoria socio-criminologica del femicidio, perciò, comprende diverse condotte: aborto selettivo o clandestino, mutilazioni genitali, stupro, tortura, schiavitù sessuale, ecc. Come possiamo notare, nel percorso di ridefinizione del termine si assume la consapevolezza di una responsabilità che proviene non solo da un singolo individuo, ma da un sistema che legittima tali crimini (si parla prima di uomini che uccidono le donne in quanto donne, poi di misoginia ed infine di sessismo). Quindi, autori di femicidio possono essere anche lo Stato e le sue istituzioni, poiché non considerano i diritti delle donne come diritti umani e sono inadempienti nei confronti delle loro cittadine con normative discriminatorie o non impegnandosi ad abbattere stereotipi e modelli culturali che rafforzano l’immagine della donna-oggetto.

Vanessa Sabbatini

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